Una Chiesa disarmata di fronte alla brutalità

by azione azione
1 Aprile 2026

Le difficoltà di Leone XIV e le sfide che affrontano le comunità cattoliche del Medio Oriente alla vigilia della Pasqua

È di nuovo Pasqua in piazza San Pietro. È passato un anno da quando – nel giorno più importante per i cristiani – proprio da lì papa Francesco impartì la sua ultima benedizione al mondo, poche ora prima di morire. Ma sono passati anche undici mesi dalla sera di poche settimane dopo, quando da quella stessa loggia il nuovo pontefice – il primo Papa americano della storia – si presentò al mondo invocando una pace «disarmata e disarmante» sul mondo. Quell’auspicio di Leone XIV appare in questa Pasqua 2026 più lontano che mai. E non bastano certo le flebili speranze riposte in un negoziato tra Washington e Teheran che si cerca di riaprire nonostante le bombe, ad avvicinare questo orizzonte.

L’appello di Pio XII non evitò la Seconda guerra mondiale

Il Papa non si è stancato di lanciare i suoi appelli: non c’è discorso in cui Prevost non ribadisca il suo invito a un cessate-il-fuoco immediato sui tanti fronti di quella che dopo l’inizio dei raid di Israele e Stati Uniti sull’Iran il 28 febbraio forse non ha più nemmeno senso definire «una guerra mondiale a pezzi», come faceva Bergoglio. Ma dai campi di battaglia alle conseguenze sulle economie di tutto il mondo, il conflitto globale oggi ormai è un dato di fatto. Come la frustrazione che si respira sempre più chiaramente nella Chiesa cattolica di fronte alla corsa a risolvere con le prove di forza questioni ben più complesse delle etichette sui regimi.

Il Papa nato a Chicago e cresciuto facendo il missionario in Perù, incarna il tipo umano opposto rispetto a Donald Trump, il presidente che in nome di un’America «di nuovo grande» ha riportato gli Stati Uniti in una grande guerra. Il tycoon newyorkese che da sempre spacca il mondo a metà da una parte; il pontefice eletto per tenere unita la Chiesa, che ascolta cercando di mettere d’accordo tutti, dall’altra. Proprio per questo suo tratto umano, però, Prevost non ha la stessa forza di Bergoglio nell’accendere i riflettori su di sé. È il volto di una Chiesa che sceglie con cura le parole in ogni pronunciamento, utilizza i canali classici della diplomazia vaticana. Nelle nomine episcopali negli Stati Uniti non sembra affatto incline alle simpatie per il vice-presidente (cattolico) J. D. Vance o per il mondo MAGA. Ma in una fase politica imbottita di steroidi, in un tempo in cui da Oriente a Occidente è la potenza militare a prevalere sul diritto internazionale, è inevitabile che la sua Chiesa finisca tra i «looser», tra i perdenti, per dirla con Donald Trump.

Processioni annullate, chiese chiuse

Lo si vede in maniera molto chiara nella situazione drammatica in cui le comunità cattoliche del Medio Oriente si trovano a vivere questa Pasqua. Da settimane a Gerusalemme la basilica del Santo Sepolcro – la grande chiesa che una tradizione antichissima ricollega alla crocifissione e alla tomba vuota di Gesù – resta chiusa ai pellegrini per via dei missili e droni iraniani (come del resto tutti gli altri santuari di ogni religione in Terra Santa). I religiosi delle diverse confessioni possono celebrare solo chiusi all’interno degli edifici i loro riti. Il patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, è stato costretto ad annullare persino la processione della domenica delle Palme che ogni anno dal monte degli Ulivi scendeva nella Città Vecchia, ripercorrendo il festoso ingresso di Gesù a Gerusalemme narrato dai Vangeli.

I missili e le chiusure forzate, però, non sono l’unico problema oggi per le Chiese del Medio Oriente: in Cisgiordania – da Betlemme a Taybeh – anche le comunità cristiane devono fare i conti con le intimidazioni e le violenze dei coloni israeliani che, approfittando della situazione creata dalla guerra, cercano di espandere ulteriormente i loro insediamenti senza nemmeno più preoccuparsi di nascondere l’auspicio di veder «svuotate» le città palestinesi. A tutto questo si è poi aggiunta la sofferenza delle comunità cristiane del Sud del Libano, strette tra l’incudine di Hezbollah e il martello delle operazioni di terra dell’esercito israeliano, che postulando la «necessità» di una «zona di sicurezza» fino al fiume Litani di fatto sta espellendo verso Beirut anche le locali comunità maronite. Senza dimenticare i cristiani della Siria, Paese dove i jihadisti di ieri sono diventati i nuovi governanti di oggi, con tanti punti di domanda sul futuro. O le comunità dei Paesi del Golfo, dove oggi vivono centinaia di migliaia di migranti cristiani provenienti dalle Filippine, dal Kerala o da altri Paesi dell’Asia, ma che rischiano di trovarsi a pagare il prezzo più alto dei colpi assestati da Teheran ai magnati di Dubai e Abu Dhabi e ai fondi sovrani che amministrano le esportazioni di petrolio e gas naturale che fino a ieri transitavano dallo stretto di Hormuz.

Contro queste e tutte le altre tragedie legate alla guerra, Leone XIV parla. Ma la sua voce oggi non si sente. Non sposta i rapporti di forza. Del resto non è la prima volta che succede alla Chiesa cattolica: l’appello di Pio XII nel 1939 non fermò affatto lo scoppio della Seconda guerra mondiale; Paolo VI visse come una spina nel fianco la guerra del Vietnam; e nemmeno i gesti dirompenti di papa Francesco sono riusciti a fermare i conflitti in Ucraina, a Gaza o in Myanmar. La Pasqua 2026 si profila dunque come quella di una Chiesa cattolica aggrappata al suo messaggio di pace, ma consapevole delle difficoltà nel tradurlo in azioni concrete che fermino la corsa del mondo verso il baratro.

Viaggio in Algeria

In questo contesto forse il gesto più significativo è rappresentato dal nuovo viaggio che Leone XIV si appresta a compiere tra pochi giorni: il 13 aprile partirà per l’Africa, dove diventerà il primo Papa a visitare l’Algeria, per poi proseguire il suo itinerario toccando il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale. Sarà un viaggio che subito dopo Algeri porterà Prevost ad Annaba, l’antica Ippona, la città di sant’Agostino, grande punto di riferimento spirituale e culturale dell’attuale pontefice. Il filosofo dal pensiero fecondo anche in un tempo estremamente difficile, come fu la stagione del tramonto dell’impero romano d’Occidente.

L’Algeria è anche il Paese musulmano che negli anni Novanta del XX secolo ha vissuto per primo la drammatica stagione del terrorismo fondamentalista islamico, con le stragi del GIA che hanno mietuto migliaia di vittime. Un radicalismo sconfitto militarmente da Algeri, ma non senza lasciare dietro di sé ferite profonde. «Disarmali, disarmaci» era la preghiera che in quel contesto ha lasciato Christian de Chergé, uno dei monaci trappisti uccisi a Tibhirine nel 1996. Invocazione che Prevost conosce molto bene: ama citarla spesso. Per provare a indicare una risposta radicale rispetto alla guerra; alla sua America e al mondo intero.