Pedro Sánchez, tra tempeste interne e slancio internazionale
C’è un caso Spagna in Europa. Un presidente del consiglio socialista – il 54enne Pedro Sánchez (nella foto) dato infinite volte per politicamente spacciato e a capo di un Governo di minoranza sotto costante rischio di essere affossato in Parlamento – è diventato il leader anti-Trump in un Continente balbettante di fronte alla protervia della Casa Bianca. Un partito xenofobo che si rifà apertamente al franchismo, ovvero Vox, lanciato alla conquista dell’elettorato di destra, non ha sfondato come previsto nelle ultime elezioni in Castiglia e León, dove pure è cresciuto ma meno delle attese (al primo rango resta il Partito popolare). Rimane infatti dietro a un partito socialista che, nonostante gli scandali mediatici e le accuse di corruzione rivolte ad alcuni suoi dirigenti, inclusa la moglie del premier, continua a mostrare capacità di rigenerarsi (anche se la destra cresce nei voti).
C’è vitalità politica a Madrid. Mentre Donald Trump tratta l’Ice come un suo esercito privato ordinando retate di immigrati, Sánchez firma una sanatoria per mezzo milione di persone, offrendo ai migranti privi di documenti un modo per ottenere la residenza. Mentre il presidente americano usa le piattaforme delle aziende della Silicon Valley per potenziare la capacità di localizzare le persone da deportare, Sánchez cerca di porre un limite ai prodotti di quelle stesse aziende, regolando per legge il loro utilizzo. E proprio mentre i raid israelo-americani bombardavano senza tregua l’Iran, Sánchez ha rifiutato che gli aerei da guerra statunitensi utilizzassero la Spagna come piattaforma di lancio per gli attacchi. Mentre tutta Europa tentennava di fronte alla ostentata indifferenza dell’amministrazione Trump al diritto internazionale, Sánchez ha condannato con decisione la guerra contro l’Iran. E settimana scorsa ha annunciato un piano da 5 miliardi di euro per mitigare gli effetti economici del conflitto, con misure su energia, carburanti e affitti. Il premier ha rivendicato la solidità della Spagna grazie alle rinnovabili e ha definito il conflitto un «disastro assoluto».
Un piano da 5 miliardi di euro per mitigare gli effetti del conflitto iraniano
Sánchez aveva già definito «ingiusti e ingiustificati» i dazi imposti da Trump, denunciato come «immorali» i piani di Trump di cacciare i palestinesi da Gaza e descritto la condotta di Israele con la parola «genocidio». La Spagna è l’unico Paese tra i membri della Nato che ha respinto la richiesta statunitense di spendere il 5% del suo budget per la difesa, Sánchez ha definito l’idea «incompatibile con il nostro stato sociale e la nostra visione del mondo».
Di recente il volto del premier spagnolo è apparso sulle pagine del «New York Times», accanto a un suo intervento in cui spiegava la scelta del Governo di regolarizzare i migranti presenti sul territorio spagnolo. Scrive Sánchez: «Non sarà facile. (…) La migrazione porta con sé opportunità , ma anche enormi sfide che dobbiamo riconoscere e affrontare. Ma è importante rendersi conto che la maggior parte di queste sfide non hanno nulla a che fare con l’origine etnica, la razza, la religione o la lingua dei migranti. Piuttosto, sono spinti dalle stesse forze che colpiscono il resto della cittadinanza: povertà , disuguaglianza, mercati non regolamentati, barriere all’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Dovremmo concentrare i nostri sforzi sull’affrontare questi problemi, perché sono questi, e non altri, le vere minacce al nostro modo di vivere. (…) I leader dello stile del movimento Maga potrebbero dire che il nostro Paese non ha la capacità di accogliere così tanti migranti, che si tratta di una misura suicida, l’atto disperato di un Paese che affonda. Ma non lasciatevi ingannare. La Spagna è in piena espansione. Per tre anni consecutivi, la nostra economia ha guidato la crescita tra i Paesi più grandi d’Europa. Abbiamo creato quasi un nuovo posto di lavoro su tre in tutta l’Ue e il nostro tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% per la prima volta in quasi due decenni. Anche il potere d’acquisto dei nostri lavoratori è cresciuto e i livelli di povertà e disuguaglianza sono scesi al livello più basso dal 2008». Sánchez ha poi definito il rapimento Usa del presidente venezuelano Nicolás Maduro un «precedente molto pericoloso» che promuove la «legge del più forte».
Una mossa per recuperare consenso internoÂ
Molti analisti politici sostengono che il premier socialista abbia puntato sulla politica estera per recuperare consenso interno e superare sia gli scandali di corruzione, sia le difficoltà di governare senza una maggioranza solida. Ma va riconosciuto al premier spagnolo il coraggio di opporsi apertamente a Trump e Netanyahu, un «no» pronunciato con l’obiettivo di restituire all’Europa autonomia e autostima. È vero che la sinistra spagnola ha avuto a lungo un rapporto ambiguo con gli Usa e che nel 1986 si oppose alla permanenza della Spagna nella Nato. È vero anche che nel 2004 José Luis RodrÃguez Zapatero divenne un simbolo della sinistra internazionale ritirando le truppe dall’Iraq. Oggi Sánchez, con la sua posizione contro la guerra e contro la prepotenza dell’amministrazione Trump, cerca di evitare l’erosione dei consensi a sinistra e allo stesso tempo di sfidare la destra in ascesa sul terreno dell’onore nazionale.
In politica comunque il valore delle parole chiare è decisivo, e questo tratto emerge anche nelle vicende interne del suo partito. Nel 2016, due anni dopo essere diventato segretario del Psoe, presentò una rischiosissima mozione di sfiducia contro il primo ministro conservatore Mariano Rajoy, riuscendo così a diventare capo del Governo pur non avendo vinto le elezioni. Seppe poi scegliere il momento giusto per andare alle elezioni anticipate del 2019, in cui i socialisti tornarono a essere il primo partito di Spagna.
