Marco Silvani, presidente della Fondazione Francesco, ci aiuta a capire come evolve la povertà nel nostro Cantone
Il mondo è in fiamme e, rispetto a scenari neppure troppo lontani da noi, la Svizzera è un Paradiso di pace e prosperità. Ma non per tutti. Lo attesta un osservatorio privilegiato delle fragilità sociali in Ticino, la Fondazione Francesco, attiva nell’aiuto ai bisognosi in due centri, uno a Lugano (la Masseria) e uno a Locarno (Casa Martini). È col suo presidente Marco Silvani che cerchiamo di capire lo stato della povertà nel nostro Cantone. «Negli ultimi anni – ci spiega – la Fondazione ha registrato un forte aumento delle richieste, con un picco nei pasti distribuiti (quasi +50% dal 2022) e un cambio di composizione dell’utenza: se anni fa 6 persone su 10 non erano svizzere, oggi gli stranieri sono solo 3 su 10. È un segnale che la fragilità sta colpendo in misura crescente anche la popolazione residente». La sua impressione è suffragata dai numeri: diverse analisi recenti ricordano che quasi una persona su quattro è a rischio povertà, con un divario marcato rispetto alla Svizzera tedesca. Dietro il dato, un mix di fattori: salari relativamente più bassi, premi di cassa malati più alti della media, rincari diffusi sul carovita.
Due centri, bisogni diversi
«A Lugano (Centro Bethlehem, Masseria della Solidarietà) il flusso è ampio e variegato – spiega Silvani – con una mensa che oggi serve nell’ordine di 80-90 pasti al giorno e servizi “invisibili” ma essenziali: docce, lavanderia, cambio abiti, accesso a internet, orientamento sociale per pratiche amministrative, sanitarie e di ricerca lavoro. Servizi che non hanno prezzo, ma hanno un costo, perché implicano tempo e professionalità degli operatori sociali».
E a Locarno (Casa Martini)? Qui i numeri sono più contenuti per i pasti (40-50 al giorno), «ma abbiamo una forte crescita dei pernottamenti d’urgenza: l’aumento di persone collocate dai servizi sociali – tra cui richiedenti asilo e nuclei familiari in transito – richiede vegliatori notturni e turnazioni professionali, con relativi costi del lavoro. Anche laddove è previsto un contributo pubblico legato al convenzionamento per i posti letto, la sostenibilità resta una sfida».

Casa Martini a Locarno (dal profilo Facebook di Casa Martini)
Cosa serve davvero
La scommessa quotidiana per chi si occupa di queste emergenze, è l’equilibrio tra sostenibilità economica e ampiezza dell’assistenza. La Fondazione, per scelta, non sollecita sussidi pubblici generali (se non per progetti specifici) e si regge su donazioni, lasciti e una costellazione di micro-entrate: dalle bancarelle ai piccoli eventi, fino al «pasto sospeso» (5 franchi a fine conto nei ristoranti aderenti), che nel 2025 ha portato più di 40’000 franchi e si sta estendendo anche a Locarno. «Ma i costi – dagli stipendi al rincaro dei contributi sociali e dei consumi – corrono più dei ricavi» osserva Silvani. «In cifre, il “fatturato” (ovvero il totale costi annuale) si avvicina a 1,5 milioni di franchi: ogni rivolo conta, anche la marmellata venduta alla bancarella, perché genera passaparola e allarga la base sociale di chi sostiene i centri. Ma è chiaro che oggi servono donatori stabili, lasciti programmati, partner privati e club di servizio che prendano in carico progetti dedicati – per esempio un fondo per affitti e premi di cassa malati, o la copertura di turni notturni a Casa Martini».
La socialità come bene primario
Di cosa hanno maggiormente bisogno gli utenti delle strutture della Fondazione? «Quando si chiede agli ospiti che cosa manca di più, la risposta ci spiazza: la socialità. Non (solo) il pasto o il guardaroba, ma uno spazio in cui ritrovarsi, giocare a scacchi, ascoltare musica, scambiare esperienze e consigli di sopravvivenza. La Masseria – con la locanda e le iniziative comuni come la castagnata – ha creato un’osmosi virtuosa con la città, accorciando le distanze tra chi aiuta e chi chiede aiuto».
La questione di Chiasso
La Fondazione ha bisogno di aiuto, ma recentemente è stata sfiorata da un caso che ha fatto discutere. Fra Martino Dotta è il direttore della Fondazione Francesco ma anche, secondo il Registro di commercio, socio e gerente della Reab Sagl, società attiva nella gestione di appartamenti a pigione moderata per persone in difficoltà. Tra fine estate e autunno 2025, a Chiasso sono stati eseguiti otto sfratti in stabili amministrati da terzi ma con pigioni intermediate dalla Reab: alla base, affitti non versati per oltre 100’000 franchi. La cronaca ha documentato situazioni di particolare fragilità tra gli inquilini e l’attivazione di soluzioni d’emergenza con il supporto dei servizi sociali.
«Facciamo chiarezza su questo punto – spiega Marco Silvani – Reab Sagl è un soggetto giuridico distinto e fuori dal perimetro della Fondazione: le decisioni prese da Reab non coinvolgono la governance della Fondazione. Negli anni 2021-2023 la Fondazione ha concesso tre prestiti a Reab, parzialmente rimborsati: oggi la posta è a bilancio e potrà generare una sopravvenienza passiva se non rimborsata. Il Consiglio ha inoltre posto un argine: niente nuovi prestiti per ripianare eventuali disavanzi di Reab. È, per la Fondazione, un confine netto, ribadito dopo i fatti di Chiasso».
Il doppio ruolo di fra Martino – direttore della Fondazione, socio e gerente di Reab – non deve far dimenticare la separazione sostanziale oltre che formale tra le due entità, per salvaguardare ciò che conta: la continuità dei servizi a favore dei più fragili. Per il momento, in ogni caso, la questione chiassese è ancora aperta.
Un appello pragmatico
Ciò detto, servono risorse (economiche e umane) per mantenere aperte e professionali due strutture che offrono pasti, igiene, orientamento e alloggio d’urgenza tutti i giorni dell’anno. Chi vuole sostenere il Centro Bethlehem e Casa Martini può farlo con donazioni, lasciti, iniziative di raccolta (anche micro), o aderendo a progetti come il pasto sospeso che hanno già mostrato concreta efficacia. Sono le piccole fedeltà a fare la differenza, quando i bisogni crescono e i margini si assottigliano.
