Rage bait

by azione azione
1 Aprile 2026

«Non rage baitarmi!», risponde stavolta la mia diciassettenne Clotilde a una delle solite domande con cui provo a capire cosa le passa per la testa e che lei, invece, liquida come stupide. I rage bait sono contenuti online progettati deliberatamente sui social per suscitare rabbia o indignazione, con l’obiettivo di aumentare il successo di un post o di un reel. Il neurone comincia a frullarmi in testa: cosa vuole dirmi l’adolescente? Non senza sforzo, e con qualche richiesta di aiuto, arrivo a capire che mi sta accusando di dire apposta cose per farla innervosire. Ne Le parole dei figli il meccanismo in cui mi sono imbattuta mille volte per lavoro diventa così una situazione tragicomica: io sarei l’artefice di provocazioni costruite al solo scopo di farla irritare. Ammetto: ogni tanto potrei farlo con mio marito Riccardo, come quando gli ho detto che avrebbe dovuto mettersi una crema contro la pelle secca mentre il tennista Federer si giocava il match point a Wimbledon. Ma con un’adolescente, che va già presa normalmente con le pinze, no: il rage bait non lo farei mai.

Rage bait è un composto delle parole inglesi rage, che significa «violento scoppio d’ira», e bait, un «boccone di cibo invitante». In sintesi, possiamo considerare come traduzione letterale: «esca di rabbia». Lo scorso primo dicembre l’Oxford University Press, l’ente che pubblica l’Oxford English Dictionary, l’ha scelta come parola del 2025. «Il termine rage bait è stato utilizzato per la prima volta online in un post su Usenet nel 2002 per indicare la reazione di un automobilista abbagliato da un altro che voleva sorpassarlo, mettendolo in stato di agitazione – scrive l’Oxford University Press –. Il termine è poi diventato sinonimo di contenuti progettati per suscitare rabbia attraverso la loro natura frustrante, offensiva o deliberatamente divisiva ed è oggi di uso comune nelle redazioni e tra i creatori di contenuti. È anche una tattica collaudata per stimolare l’engagement (ossia il successo di un post o di un reel misurabile in visualizzazioni, like e condivisioni)». E la rabbia, ormai l’abbiamo capito, è il sentimento più facile per alzare l’engagement sui social.

La mia convinzione, però, è che i Gen Z per lo più non siano leoni da tastiera spargi-odio, ma piuttosto vittime di questi meccanismi. E lo penso principalmente per tre ragioni. Uno: il rage bait nella loro quotidianità onlife lo vedo perlopiù usato in modo ironico; se ne escono, cioè, con frasi talmente stupide da essere consapevoli, nel dirle, che innervosiranno l’interlocutore (come quando una ragazza, che vuole prendere in giro l’amico super sportivo, gli domanda: «Ma se tu fossi atletico, che sport faresti?»). Due: come mi spiega la mia amica Valeria Massarelli, a capo della comunicazione di DeRev specializzata in strategie social, i Gen Z sono in larga parte consumatori passivi dei social (pochi scrivono, tutti gli altri scrollano). Tre: a dare man forte alla mia idea c’è un sondaggio del 21 marzo 2025 di Amnesty International: i Gen Z indicano come promotori di narrazioni divisive online i personaggi pubblici e gli influencer. Secondo il sondaggio, il 50% dei maschi intervistati considera il divo della manosphere Andrew Tate una delle principali fonti di misoginia online; tra le femmine Donald Trump viene segnalato dal 58% come uno dei maggiori responsabili della polarizzazione. Il 61% degli intervistati ritiene che la retorica e le azioni dei leader politici stiano alimentando la tossicità online, mentre il 47% attribuisce un peggioramento del problema alle dichiarazioni e alle scelte dei leader delle piattaforme tecnologiche.

Insomma, i giovani vedono come responsabili dell’imbarbarimento della rete principalmente gli adulti di potere. A questo proposito Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, ci consegna una riflessione: «L’indignazione genera coinvolgimento, gli algoritmi la amplificano e l’esposizione costante lascia mentalmente esausti». Qui ritornano Le parole dei figli che abbiamo già analizzato: il doom scrolling (scorrimento compulsivo e passivo dei contenuti) e il brain rot (sensazione di intorpidimento mentale da eccesso di contenuti online). E tutto questo ci porta a capire che la cosiddetta Generazione Ansia non nasce da sola: la stiamo crescendo noi adulti.