Una passeggiata lungo la Broadway Street di Nashville, con speroni e cappello da cowboy, per seguire le orme dei padri della musica country americana e la sua evoluzione
Appena partono le prime note di Jolene, le birre Hap & Harry’s si sollevano a mezz’aria e un applauso entusiasta esplode nel minuscolo bar. Sul palco c’è Betty Rose, voce che graffia e consola. Una cascata di onde rosse le incornicia il viso. Accanto a lei il chitarrista texano Justin Bouldin, con il cappello da cowboy calato sugli occhi, e i musicisti del Last Train Out. Stanotte le luci del Layla’s appartengono a loro.
Al Layla’s, uno dei pochi honky-tonk rimasti sulla Broadway Street,la musica dal vivo resiste alla turistificazione
Affacciato su Broadway Street, questo locale è un baluardo della Nashville più autentica, quella che combatte il turismo selvaggio e la commercializzazione a ogni costo. Le pareti sono tappezzate di targhe d’epoca di ognuno dei cinquanta Stati. A vegliare sugli avventori c’è un surreale cartonato a grandezza naturale di George Strait – «King of Country» e santo protettore di tutti i cowboy – che benedice musicisti e clienti.
«Adoro questo posto» ci confida Betty Rose mentre sorseggiamo un drink insieme dopo lo spettacolo. «Qui mi sento davvero a casa, circondata da persone che condividono la mia stessa passione per la musica». Originaria di una piccola comunità rurale nella Carolina del Nord, dopo una parentesi a New York, è arrivata a Nashville, dove ha trovato la sua famiglia artistica nei membri della band che oggi la accompagnano sul palco. Layla’s è diventato per lei il luogo del cuore, dove tutto trova senso.
Gran parte di questa autenticità è merito di Layla Vartanian, la proprietaria. Ex musicista, nel 1997 ha deciso di diventare imprenditrice e da allora è stata per anni l’unica donna a gestire da sola un honky-tonk – così qui definiscono i locali un po’ grezzi dove si intrecciano country, blues e bluegrass – proprio sulla celebre «strip» di Broadway. In un contesto spesso dominato da mode passeggere, Layla ha mantenuto saldo il legame con le radici, difendendo con passione l’anima autentica della città . Ogni sera, mentre i musicisti accordano violini e steel guitar, il sogno si rinnova.
Il viaggio nella Music City del Tennessee inizia inevitabilmente qui, lungo questo viale dove ogni porta aperta è l’anticamera di una festa. Dai bar ai club, ai teatri storici, a strutture nuove di pacca, la musica dal vivo esplode già dalle dieci del mattino e non si ferma fino all’alba del giorno dopo. Un fiume umano inonda le strade: villeggianti con cappelli da cowboy e stivali a punta comprati nei mille negozi a tema western, grupponi di amiche guidate dalla «bride to be» di un addio al nubilato, appassionati irriducibili della scena country, gitanti del «nord».
Broadway è un’esperienza immersiva. Gli honky-tonk si susseguono uno dopo l’altro, senza pause, tra uno shot di whiskey e un passo di square dance. Locali come Robert’s Western World, The Stage e Legends Corner sono tappe obbligate. Come lo è anche il mitico Tootsie’s Orchid Lounge, dove si racconta che Willie Nelson abbia ottenuto il primo incarico come autore e dove suonò per la prima volta Always on My Mind. Nel centro di Nashville l’energia è travolgente: musica sparata a tutto volume e un frastuono continuo che rende il silenzio di una stradina laterale quasi un sollievo.
Per immergersi davvero nell’atmosfera di Nashville, una tappa imprescindibile è il Grand Ole Opry. Oggi ospitato in una sede moderna a circa mezz’ora dal centro, questo teatro trasmette ancora il programma radiofonico più longevo degli Stati Uniti, in onda ininterrottamente dal 1925. Il Ryman Auditorium, la sua prima storica casa, continua invece a incantare il pubblico con concerti dal vivo tutto l’anno.
Proseguendo la scoperta della città , vale la pena visitare i musei che celebrano i padri della musica country. Il Johnny Cash Museum, ad esempio, offre un tributo intimo e curato a una delle voci più iconiche d’America, attraverso registrazioni originali, manoscritti, oggetti e fotografie.
A pochi minuti di distanza, la Country Music Hall of Fame and Museum racconta l’evoluzione del country americano attraverso oggetti, immagini e installazioni multimediali. Il museo ospita anche memorabilia legate a leggende come la divina Dolly Parton con una collezione dei suoi più strabilianti abiti di scena, la Cadillac «Solid Gold» del 1960 di Elvis Presley. E soprattutto decine di strumenti appartenuti ai più grandi della musica statunitense.
Una delle sezioni più visitate della Country Music Hall of Fame è dedicata a Taylor Swift. Una mostra permanente ne ripercorre l’evoluzione artistica, dai primi successi country fino alla consacrazione come icona pop globale. Ma il legame tra Swift e Nashville va ben oltre una semplice esposizione: la cantante ha contribuito a finanziare il centro educativo del museo, pensato per formare le nuove generazioni di musicisti. Del resto, è proprio da qui che tutto è cominciato. Il 4 novembre 2004, a soli 14 anni, Taylor si esibì per la prima volta al Bluebird Cafe, un piccolo locale appena fuori dal centro che da decenni ospita musica originale. Quella sera tra il pubblico c’era Scott Borchetta, che la notò e decise di offrirle un contratto con la sua etichetta, la neonata Big Machine Records.
Taylor è solo uno dei tanti nomi passati di lì prima del successo. Nashville è infatti una vera e propria industria. La maggior parte della produzione discografica ruota attorno alla celebre Music Row, dove decine di etichette, stazioni radio e studi di registrazione lavorano ogni giorno a quella che – spesso – diventerà la colonna sonora del Paese.
Negli ultimi dieci anni Nashville ha cambiato skyline e identità , attirando investitori, celebrità e professionisti del tech
Non è un caso, dunque, che anche i grandi eventi musicali trovino casa qui. La Bridgestone Arena, oltre a essere lo stadio dei Predators, l’amatissima squadra di hockey simbolo del Tennessee, è soprattutto uno dei principali palcoscenici per concerti nazionali e internazionali. A pochi passi da Broadway, questa moderna cattedrale di cemento e luci accoglie regolarmente star globali.
La musica e lo sport certo, ma non bisogna dimenticare che a Nashville si va anche per soddisfare le fantasie culinarie, visto che la città è un crogiolo di sapori autentici e tradizioni che riflettono l’anima del Sud degli Stati Uniti. Chi voglia assaporare anche l’ospitalità tipica della parte meridionale, dovrà poi fare un salto da Monell’s un ristorante che sembra la residenza di una vecchia famiglia del Sud, nel cuore storico del quartiere Germantown. I commensali si accomodano a grandi tavolate condivise. La formula è semplice: piatti abbondanti serviti «family-style». Il motto di Monell’s, «Entri da sconosciuto, esci da amico», rivela perfettamente l’esperienza.
Nashville, però, sta cambiando in fretta. Un tempo ancorata ai valori tradizionali del Sud, oggi si presenta come un centro urbano moderno, aperto, attraversato da una vitalità culturale che va ben oltre la musica. Non a caso, fin dal XIX secolo, è conosciuta come «l’Atene del Sud», un soprannome che trova forma concreta nel Centennial Park, dove sorge una replica in scala reale del Partenone. Realizzato nel 1897 in occasione dei cento anni del Tennessee, riproduce fedelmente in dimensioni reali il celebre tempio dell’Antica Grecia. Al centro svetta una colossale statua della dea Atena, rivestita d’oro, che lascia senza fiato per imponenza e dettagli. Tutt’intorno si estende un parco pubblico, un grande spazio verde molto amato dagli abitanti.
Negli ultimi dieci anni, la città ha abbandonato i vecchi cliché per imporsi come uno degli hub più effervescenti d’America. Con oltre 715mila abitanti e una crescita demografica del 14,6% tra il 2010 e il 2018 (dati Fox 17 News), Nashville è diventata un magnete per professionisti del tech, creativi, imprenditori e giovani in cerca di uno stile di vita più accessibile ma stimolante. Lo skyline cambia a vista d’occhio. Grattacieli, hotel boutique e locali di tendenza stanno trasformando il profilo urbano a un ritmo talmente rapido da mettere alla prova anche la memoria degli abitanti di sempre.
Non sorprende che Nashville stia attirando sempre più celebrità e investitori. Justin Timberlake ha investito nella ristorazione e possiede una casa nei dintorni; Nicole Kidman e Keith Urban hanno una villa da sogno nelle campagne appena fuori il centro abitato. Reese Witherspoon, nata in Tennessee, ha aperto il flagship store di Draper James, il suo marchio di moda ispirato al Sud. La lista dei super fan continua con nomi come Sheryl Crow e Miley Cyrus, tutti profondamente legati alla città , per nascita o per scelta artistica.
Nel 2027 è prevista l’apertura del nuovo Nissan Stadium, progettato per ospitare eventi sportivi e soprattutto il Super Bowl. Le compagnie aeree studiano nuove tratte dirette con l’Europa e lungo il Cumberland River stanno sorgendo torri con i loghi di multinazionali che fino a poco tempo fa guardavano solo a San Francisco, Seattle o New York.
Il dilemma di molte città in trasformazione è sempre lo stesso: come evolvere senza perdere sé stessi? A Nashville, il tentativo è in atto. Iniziative dal basso, comitati civici e associazioni culturali provano a salvaguardare i locali storici, a valorizzare l’eredità afroamericana e a proteggere l’anima architettonica dei quartieri più antichi. Il confronto è aperto, tra memoria e progresso, appartenenza e mercato.





