Un sano stile di vita può aiutare a prevenire e gestire meglio questa patologia che è una delle malattie croniche più diffuse al mondo: in Svizzera ne soffre il 5,3% degli adulti
Il diabete è una delle malattie croniche più diffuse nel mondo. Secondo l’International Diabetes Federation, nel 2024 circa l’11,1% degli adulti (1 su 9, tra i 20 e i 79 anni) convive con il diabete, pari a circa 589 milioni di persone. Entro il 2050 si prevede che il numero salga fino a circa 850 milioni di adulti. Inoltre, oltre 4 persone su 10 con diabete non sanno di esserne affette, con un maggiore rischio di complicanze non diagnosticate. In Svizzera la diffusione è più bassa della media globale, ma comunque significativa: nel 2024 circa 5,3% degli adulti tra 20 e 79 anni ha il diabete, corrispondente a oltre 430’000 persone adulte.
«Si tratta di una malattia metabolica caratterizzata da un’alterazione della glicemia, che si manifesta quando l’organismo non riesce a regolare correttamente i livelli di zucchero nel sangue a causa di una produzione insufficiente di insulina o di una sua ridotta efficacia. Oggi se ne parla spesso perché lo stile di vita moderno (fatto di alimentazione ricca di zuccheri, sedentarietà e aumento di peso) ne favorisce lo sviluppo, soprattutto del diabete di tipo 2». Così esordisce la dottoressa Susanna Hacker, specialista in Endocrinologia e Diabetologia che inizialmente chiarisce: «Si presenta principalmente in due forme, molto diverse tra loro: il diabete di tipo 1 spesso compare durante l’infanzia o l’adolescenza ed è causato da un malfunzionamento del sistema immunitario che distrugge le cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina. Chi ne è affetto ha bisogno di terapia insulinica fin dall’inizio, ma con una corretta educazione allo stile di vita può condurre una vita normale. Il diabete di tipo 2, invece, è più comune negli adulti e si sviluppa quando l’insulina prodotta dal pancreas non funziona più correttamente, situazione nota come insulino-resistenza».
A favorire questa seconda forma contribuiscono «fattori genetici, sovrappeso e abitudini alimentari poco salutari e, anche in questo caso, adottare uno stile di vita sano può prevenire l’insorgenza della malattia o rallentarne la progressione». In ogni caso, il diabete di tipo 2 non è dovuto esclusivamente allo stile di vita della persona: «Esistono pure predisposizioni genetiche importanti, che aumentano il rischio di sviluppare la malattia. Tuttavia, dobbiamo ribadire la strategia più efficace per prevenire o ritardare l’insorgenza della malattia rimane lo stile di vita sano». D’altronde, Hacker sottolinea che la prevenzione è fondamentale e non riguarda solo il diabete: «Vivere secondo regole igieniche salutari, fare movimento e alimentarsi correttamente migliora anche la salute metabolica, cardiovascolare e ossea».
Riconoscere il diabete per tempo può fare davvero la differenza: «Tra i segnali a cui prestare attenzione ci sono una stanchezza insolita, anche senza motivi apparenti, una sete intensa accompagnata da frequente bisogno di urinare, un appetito costante con voglia di dolci anche dopo i pasti e un aumento di peso, soprattutto nella zona addominale». La specialista sottolinea allora che rivolgersi rapidamente al proprio medico di famiglia è fondamentale: «Permette di controllare la salute, confermare la diagnosi e iniziare subito un percorso di gestione della malattia, riducendo il rischio di complicanze».
La buona notizia è dunque che il diabete di tipo 2 si può in gran parte prevenire: «Il che non significa vivere di divieti o rinunce estreme, ma imparare a gestire le proprie abitudini quotidiane». La dottoressa Hacker ripassa in rassegna le poche regole concrete che una persona responsabile può attuare senza grandi fatiche, come stile di vita, aggiungendo che «pure l’attività fisica regolare è fondamentale, perché migliora la sensibilità all’insulina e sostiene il benessere generale. E infine, il supporto motivazionale, attraverso educazione alimentare e strategie per gestire i comportamenti legati al cibo, può fare davvero la differenza». L’obiettivo è quello di creare abitudini sostenibili nel tempo, evitando di affidarsi a diete lampo o restrizioni temporanee: «Così si riduce il rischio di complicanze e si mantiene uno stile di vita sano senza ricorrere eccessivamente ai farmaci».
Quando si parla di cura del diabete, non esiste una soluzione valida per tutti, poiché la terapia dipende dal tipo di diabete e dalle esigenze di ogni paziente: «Nel diabete di tipo 2, il farmaco di prima scelta è spesso la metformina, generalmente ben tollerata». La chiave del successo è una cura personalizzata, che tenga conto delle condizioni, delle abitudini e delle motivazioni del paziente: «Un approccio integrato, che combini farmaci, alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e supporto psicologico, permette di ottenere i migliori risultati; mentre per garantire una gestione completa e sicura della malattia nei casi più complessi, ad esempio in presenza di obesità severa o disturbi del comportamento alimentare, diventa fondamentale il lavoro di un team multidisciplinare (che comprenda figure come psicoterapeuta, nutrizionista o altri)».
È oramai noto che negli ultimi anni sono disponibili anche nuovi farmaci, come gli inibitori del GLP-1 (tra cui il semaglutide), che possono essere un valido supporto nel controllo della glicemia e del peso ma, tiene subito a sottolineare la nostra interlocutrice, «essi non rappresentano una soluzione miracolosa». Occorre quindi fare chiarezza su quella che potrebbe sembrare «una scorciatoia» all’approccio del problema. «È innegabile che tra i nuovi farmaci, il semaglutide può essere un valido aiuto per controllare il peso e la glicemia, ma i risultati migliori si ottengono solo se accompagnato da un cambiamento dello stile di vita. L’esperienza clinica mostra che chi si affida esclusivamente al farmaco, senza modificare abitudini alimentari e attività fisica, ottiene benefici limitati». Per questo motivo, avverte la dottoressa, «è fondamentale lavorare su motivazione e consapevolezza, imparando a comprendere il proprio rapporto con il cibo, affrontare eventuali difficoltà comportamentali e costruire un percorso di cambiamento realistico e duraturo».
Sul semaglutide, nonostante la comunicazione mediatica possa generare false aspettative, il messaggio corretto è chiaro: «Il farmaco è uno strumento di supporto al percorso e alla responsabilizzazione del paziente, non una soluzione definitiva». Ad ogni modo, vivere bene con il diabete è possibile: «Nel diabete di tipo 1, un’educazione precoce e una gestione attenta dell’insulina permettono a bambini e adolescenti di diventare adulti con una piena qualità della vita. Nel diabete di tipo 2, intervenire sullo stile di vita e sul peso corporeo può rallentare l’evoluzione della malattia e ridurre il rischio di complicanze come ipertensione, problemi cardiovascolari o alterazioni dei grassi nel sangue».
La dottoressa Hacker conclude sottolineando l’importanza di un approccio multidisciplinare, insieme a un attento ascolto del paziente: «L’ascolto permette di comprendere a fondo le difficoltà che hanno portato la persona alla sua condizione e di individuare le figure più adatte da coinvolgere nel percorso di cura, dal diabetologo al nutrizionista, fino allo psicologo e ad altri specialisti quando necessario». L’obiettivo resta chiaro: «Non vivere per la malattia, ma vivere bene con la malattia, grazie a consapevolezza, motivazione e supporto professionale».
