Il Governo Netanyahu ha messo a rischio vite e stabilità attaccando l’Iran in concerto con gli Stati Uniti mentre propaganda, impunità e violenza soffocano ogni spazio politico interno
Tel Aviv. Paura e soprattutto un’immensa stanchezza: questo è il bilancio dell’ennesima guerra intrapresa da Netanyahu e dal suo Governo a spese della popolazione reduce da 3 anni di battaglie politiche e militari. Esausti i cittadini israeliani hanno consapevolmente ignorato le avvisaglie dei media delle settimane precedenti il 28 febbraio, scongiurando il rischio e facendosi così sorprendere dalle prime sirene di sabato mattina relativamente impreparati sia dal punto di vista emotivo che da quello pratico. Gli allarmi dei primi giorni non hanno dato tregua neppure di notte, con picchi di 10 al centro di Israele e i missili iraniani, a differenza di quelli di Hamas e degli Houthi yemeniti, colpiscono duro. Che non basti rifugiarsi nel vano scale gli israeliani lo hanno imparato a loro spese lo scorso giugno, nel corso della guerra dei 12 giorni che ha messo lo Stato ebraico di fronte ad uno scenario di morte e distruzione sino ad allora quasi sconosciuto.
Inscenano salvataggi di altri popoli mentre opprimono i loro cittadini
Già nel gennaio 2025, nel pieno della guerra a Gaza, uno studio denunciava il fatto che un terzo dei residenti nel Paese non aveva accesso a un rifugio protettivo a norma di legge. Secondo i dati trasmessi dalla Protezione civile, a disporre di un rifugio confortevole nella propria abitazione sarebbero circa 4 milioni, ovvero il 46% della popolazione, mentre il 16% dovrebbe accontentarsi di un rifugio condominiale e il 5% raggiungerebbe i rifugi pubblici. Il restante 33% non avrebbe accesso ad alcuna protezione ed è superfluo specificare che la discriminazione avviene per lo più su base etnica e di censo, finendo per riguardare in particolare gli ultraortodossi e i palestinesi, questi ultimi doppiamente esposti ed eterni assenti dalle agende politiche che strumentalizzano i diversivi regionali per distrarre l’opinione pubblica dal dramma che si consuma a Gaza e in Cisgiordania.
Nonostante questi rapporti fossero noti a tutti, il Governo israeliano ha scelto di mettere a repentaglio la vita delle persone scatenando di propria iniziativa ben due conflitti con l’Iran senza aver minimamente affrontato la questione. E se le abitazioni private e gli edifici pubblici colpiti la scorsa estate, tra cui l’Istituto Weizmann di Rehovot e un’ala dell’ospedale Soroka di Beer Sheva, attendono ancora di essere ricostruiti nell’indifferenza delle istituzioni, i nuovi sfollati si trovano a disporre del ridicolo contributo di poco più di 90 franchi per rifarsi l’intero guardaroba.
Governo che disprezza e ignora
Non si tratta di errori, ma di una vera e propria politica dell’attuale Governo che disprezza e ignora tutti gli ambiti: dai prezzi agli alloggi, dalla sanità all’istruzione, dal welfare fino alle vite umane stesse. Così, dopo le prime ore di entusiasmo seguito all’eliminazione dell’ayatollah Ali Khamenei, nemico giurato dell’immaginario collettivo, le notti insonni trascorse vestiti per scattare in piedi come burattini disciplinati al ricevimento dell’avviso sul cellulare e le corse ininterrotte ai rifugi con bambini, animali e gli zaini stipati di passaporti, gioielli, medicine e beni di prima necessità, hanno messo a dura prova anche la pazienza e la proverbiale resilienza dei civili israeliani.
A tenere alto il consenso della società ebraica ci pensano tuttavia come sempre i media mainstream, i quali alternano alle immagini di distruzione di oltre 40 edifici nel centro di Tel Aviv, o a quelle del funerale dei tre fratellini morti a Bet Shemesh in un rifugio centrato da un missile, il noto patetico spettacolo di ipocrisia e menzogna che da anni deforma le coscienze normalizzando l’uso della guerra presso l’opinione pubblica. Il cocktail letale che annebbia le menti è composto dagli slogan «insieme vinceremo» che sopprimono ogni dissenso a favore della destra, dalle metafore bibliche mal comprese che insieme alla memoria della Shoah perpetuano la narrazione dell’eterna vittima minacciata e dall’assuefazione alla violenza come unico strumento di gestione dei conflitti, naturalmente omettendo il dettaglio che è Israele stesso ad innescarli. In assenza di opposizione, destra e sinistra si sovrappongono, inscenando una guerra civile tra fazioni ebraiche per non affrontare l’elefante nella stanza dell’occupazione. Inoltre, come si evince dall’impunità dei coloni che seminano terrore e dalle gang razziste che assalgono gli autisti palestinesi degli autobus di Gerusalemme, manca un sistema giudiziario che faccia da freno, l’accademia e il sistema educativo si allineano e le minoranze sono di fatto soggette a un regime militare.
L’unica vittoria possibile
Mentre l’intera regione prende fuoco e gli attori sull’arena si moltiplicano, nel caos deliberatamente promosso da Trump e Netanyahu almeno nel breve periodo c’è ben poco da stare allegri e gli iraniani indeboliti rischiano, come Siria, Libano e Gaza, di entrare in una spirale che forse consentirà a Usa e Israele di rimuovere la minaccia nucleare, ma difficilmente contribuirà alla ricostruzione della democrazia. Nonostante la superficialità con cui parte degli spettatori occidentali ostenta analisi geopolitiche e certezze che incitano alla guerra elogiando imprese militari che definiscono «eroiche» e «necessarie», l’unica vittoria possibile è quella che tuteli le democrazie dall’interno, senza dittatori travestiti da falsi messia che inscenano salvataggi di altri popoli mentre opprimono i loro stessi cittadini negando loro i diritti fondamentali a cominciare dalla libertà di espressione, di stampa e di protesta e discriminandoli su base etnica. Il paradosso purtroppo è che proprio l’eliminazione del leader iraniano potrebbe garantire a Netanyahu la vittoria anche alle prossime elezioni di novembre condannando gli israeliani – responsabili ma perennemente «anestetizzati» – a diventare le miserabili pedine della nuova autocrazia del Medio Oriente.
