Cellulari e social, chi li conosce li vieta ai figli

by azione azione
11 Marzo 2026

Il caffè dei genitori ◆ Sempre più Paesi introducono il divieto di usare i social per i giovanissimi, ma com’è stato possibile che gli algoritmi abbiano agito indisturbati fin’ora? La risposta la fornisce Riccardo Luna nel suo ultimo saggio Qualcosa è andato storto

Nell’estenuante battaglia quotidiana condotta al motto di «spegni quel cellulare», molti di noi genitori probabilmente guardano con invidia all’Australia che ha introdotto il divieto dei social sotto i 16 anni e alla Francia che si prepara a fissarlo a 15. La Commissione europea ha invitato gli Stati membri a valutare il divieto sotto i 16 anni con sanzioni per le piattaforme che non attivano sistemi efficaci di verifica dell’età. In Svizzera l’età minima per aprire un account resta 13 anni, come previsto dalle condizioni d’uso delle piattaforme. Ma anche qui il dibattito è aperto: il Consiglio federale ha incaricato l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas), responsabile anche della piattaforma «Giovani e media», di elaborare un rapporto dettagliato sulla regolamentazione dell’accesso dei minori ai social. Il documento è atteso per il 2027. In questo contesto si inserisce, in Canton Ticino, l’iniziativa popolare «Smartphone: a scuola no», promossa dal Centro e sostenuta da deputati di PLR, UDC, PS, Lega e Avanti con T&L. Il comitato ha raccolto oltre 11 mila firme, consegnate alla Cancelleria dello Stato.

A Il caffè dei genitori, indipendentemente da come ciascuno di noi la pensi sui divieti, siamo tutti d’accordo su un punto: ci preoccupiamo troppo di quanto tempo i nostri figli passano davanti allo schermo, quando il vero problema è che ciò che guardano su quello schermo è studiato apposta per farli restare incollati il più a lungo possibile. Come spiega Riccardo Luna, uno dei più autorevoli giornalisti italiani in materia di tecnologia: «L’algoritmo impara continuamente dai nostri comportamenti quali contenuti ci generano una piccola scarica di dopamina, e quindi fa in modo di farceli trovare rinnovati ogni volta che apriamo una certa app. Il punto dunque non è il tempo che i nostri figli trascorrono online, ma che cosa l’algoritmo decide che guardino per farli restare».

Ci domandiamo, allora, com’è stato possibile che gli algoritmi dei social – studiati per attirare sulle piattaforme i giovanissimi, farli stare il più a lungo possibile e incassare in pubblicità – abbiano agito indisturbati. Senza darci alternativa (o quasi) ai divieti. Cosa è successo davvero dietro le quinte? La risposta la fornisce proprio Riccardo Luna nel suo ultimo saggio Qualcosa è andato storto (ed. Solferino, ottobre 2025). E la conclusione che ci consegna è la stessa a cui sono arrivati già anni fa coloro che la tecnologia l’hanno creata e, conoscendola al meglio, hanno deciso di vietarla ai figli.

Il primo a lanciare l’allarme è il fondatore di Apple, Steve Jobs, che nel 2011, poco prima di morire, dice al «New York Times»: «Noi non consentiamo ai nostri figli di usare l’iPad a casa, pensiamo che sia troppo pericoloso per loro». Un concetto espresso in maniera più brutale da Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook assunto nel 2007 per curare la «crescita degli utenti». Nel 2017, dopo aver lasciato l’azienda, Palihapitiya dice di sentirsi «terribilmente in colpa» per ciò che ha contribuito a creare e di aver vietato ai suoi figli di usare «quella merda». That shit, letterale. Nel 2018 è Tim Cook, amministratore delegato di Apple, a spiazzare tutti durante un evento nelle scuole in Gran Bretagna: «Non ho figli, ma ho un nipote e gli ho imposto regole precise. C’è una cosa che non consentirei mai ai ragazzini: usare i social network».

La lista è lunga. Nel giugno 2022 il mio collega Francesco Tortora, raccoglie le scelte di altri capi del Web. Bill Gates, co-fondatore di Microsoft: «Non abbiamo dato il cellulare ai nostri figli finché non hanno compiuto 14 anni». Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, permette ai figli solo un’ora e mezza di schermo a settimana. Chris Anderson, ex editore di «Wired», bandisce gli schermi dalla camera da letto e impone limiti di tempo e controlli su ogni dispositivo. Susan Wojcicki, ceo di YouTube, concede il cellulare ai suoi cinque figli solo quando hanno iniziato a muoversi da soli e lo sequestra durante le vacanze per aiutarli a «concentrarsi sul presente».

Il motivo di queste scelte Luna adesso lo spiega senza lasciare ombra di dubbio: «Chi queste cose le capiva davvero non aveva bisogno di prove». Le prove, in ogni caso, con il tempo sono arrivate. E sono sconvolgenti. Luna ricostruisce così la vicenda: «Il giorno esatto in cui abbiamo scoperto ufficialmente che Instagram aveva un impatto negativo su adolescenti e bambini, e che Mark Zuckerberg lo sapeva ma è andato avanti per la sua strada, è il 14 settembre 2021. Quel giorno il Wall Street Journal inizia a pubblicare i documenti interni forniti dall’ex dipendente Frances Haugen. Si asserisce che Instagram fa stare male tre adolescenti su dieci, mentre più di una ragazzina su dieci ammette che contribuisce ai suoi disturbi alimentari o peggiora i suoi istinti suicidi. A Menlo Park ci sono state cinque ricerche in diciotto mesi con le stesse conclusioni: il meccanismo della social comparison, il confronto estetico continuo, sta facendo danni. “Aumenta ansia e depressione”, dicono gli adolescenti intervistati, consapevoli del problema ma incapaci di spegnere tutto. Perché, lo sappiamo, it is not a fair game. È una partita impossibile da vincere. E Zuckerberg? Che ha detto, che ha fatto?». Nulla. La scelta, documentata, è di mettere il profitto davanti alla salute mentale dei nostri giovani. «Quando le aziende della Silicon Valley hanno fatto delle indagini per capire cosa stesse accadendo – spiega Luna –, i risultati dicevano: “Guardate che questa cosa fa male ai ragazzi”. E loro hanno risposto: “Andiamo avanti lo stesso perché ci facciamo i soldi”. Il problema non è fare soldi, non abbiamo ancora trovato un’alternativa migliore all’economia capitalista. Ma se dobbiamo fare soldi anche a costo della salute dei nostri ragazzi, allora sì, qualcosa è andato storto».

Anche i ricercatori di TikTok – continua Luna – hanno spiegato ai loro capi che l’uso eccessivo della piattaforma interferisce con alcune «funzioni essenziali della persona tipo dormire, gestire gli impegni scolastici, connettersi con i propri affetti». Anche in questo caso, ci diciamo a Il caffè dei genitori, qualcosa è andato storto. E per capirlo basta mettere a confronto la app occidentale con quella cinese: «Il punto è proprio la differenza fra TikTok e Douyin, che pure teoricamente dovrebbero essere identici – scrive Luna –. Apparentemente lo sono, anche nella grafica, nei colori: ma l’algoritmo è settato in modo opposto. “TikTok da noi è completamente fuori controllo” ha spiegato una leggenda di Internet, il professor Lawrence Lessig che della rete conosce ogni meccanismo: “TikTok funziona sempre, senza sosta e offre i contenuti peggiori possibili, soprattutto ai giovani, per spingerli a interagire. Mentre la versione cinese è bloccata in determinati orari e limita il tempo totale che puoi trascorrere su di essa. Ma c’è di più. Il suo obiettivo è educativo, è far sognare le persone di poter diventare astronauti. Risultato: se chiedi ai bambini cinesi qual è il loro sogno rispondono: essere un astronauta. Se lo chiedi ai nostri figli la risposta è: essere un influencer. Nessuno in Occidente vorrebbe un sistema cinese. Ci teniamo stretta la nostra libertà. Ma se i cinesi tramite una app convincono i giovani occidentali che il miglior futuro possibile per ciascuno di loro è fare tanti soldi facili diventando influencer, abbiamo un problema. E non è la sicurezza nazionale. È, appunto, il futuro che vogliamo. A che serve studiare, a che serve la scuola se poi i giovani vogliono diventare influencer?”».

Siamo stati fregati. I nostri figli lo sono stati. Qualcosa è, decisamente, andato storto. Almeno rendiamocene conto. A Il caffè dei genitori non abbiamo la certezza che i divieti possano servire. Ma siamo certi dell’utilità di parlare di questi argomenti con i nostri figli. Per renderli, sempre di più, consapevoli.