I sei sigilli dell’imperatore

by azione azione
11 Marzo 2026

C’era tutta la Nobiltà del pianeta alla sontuosa festa di Olimpia. Abbiamo assaporato con gioia le 23 medaglie conquistate dalla Svizzera, 8 in più rispetto al precedente primato. Ci siamo godute le algide emozioni di Franjo Von Allmen, imperturbabile sovrano della velocità, con 3 ori al collo. Abbiamo riempito occhi e cuore con lo stupore di Marianne Fatton, primo oro nella storia dello sci alpinismo. Abbiamo apprezzato la determinazione della regina Federica Brignone. Voleva solo divertirsi, dopo l’incidente che nove mesi fa sembrava averla tolta dai giochi. Invece, è tornata a casa con 2 ori che danno speranza anche a Lara Gut Behrami. Abbiamo condiviso la frustrazione del più grande sciatore in circolazione che, sulla via del ritorno, ha liberato il suo abituale sorriso sulle nevi di Carì. Tre medaglie, sono pur sempre tre medaglie, anche se non sono d’oro. Dall’alto della sua classe cristallina, Marco Odermatt se n’è fatta una ragione. Ci siamo commossi per l’esultanza degli umili. Come lo sciatore haitiano Richardson Viano, iperfelice di essere approdato alla seconda manche dello slalom. Oppure Andrej Drukarov, il lituano della Valle di Blenio, che nella stessa gara è riuscito a risalire fino al 22° posto. Le lacrime erano lì lì per affiorare, in occasione di imprese sorprendenti e inattese. Come quella delle ragazze svizzere dell’hockey, che sono state l’emblema del coraggio, della tenacia, dello spirito di abnegazione e della solidarietà di gruppo. O quella della 24enne engadinese Nadja Kälin, che si è intrufolata nelle diatribe tra scandinave e ha conquistato il bronzo nella prima 50 km al femminile della storia olimpica.

C’era tutta la Nobiltà, alla pirotecnica festa di Olimpia. Ci vorrebbe un intero anno di «Sport in Azione» per celebrare tutti degnamente. Una via d’uscita me la fornisce lui, l’Imperatore, in virtù della celebre locuzione latina «ubi maior minor cessat». La sua forza e la sua aura, dalla val di Fiemme si sono irradiate per tutto il globo. Sei gare, sei ori. Li aveva annunciati, col rischio di passare per uno spaccone. Johannes Høsflot Klæbo, a soli 29 anni, è diventato l’atleta con più medaglie d’oro nella storia dei Giochi Olimpici invernali. Undici. Tre in più dei leggendari Bjørn Dæhlie e Ole Einar Bjørndalen, e dell’Imperatrice Marit Bjørgen. Solo il nuotatore statunitense Michael Phelps, nei Giochi estivi, ha fatto meglio di lui.

Per certi aspetti, Johannes e Michael si assomigliano. Entrambi hanno vissuto e vivono lo sport secondo una routine maniacale. Entrambi, hanno lavorato rigorosamente per aggiungere dei dettagli vincenti a un apparato osteomuscolare da alieno. Klæbo, sportivamente, è cresciuto a Trondheim col nonno Kåre, allenatore, manager, consigliere, amico, anche se durissimo ed esigente nel pretendere sempre il top. Ma lui non fa fatica a sacrificarsi. Sembra quasi che tutto gli riesca con naturalezza. A 21 anni, nel 2018 a Pyeong Chang, è il più giovane fondista a diventare campione olimpico nello sprint. Da lì, chi lo ferma più. Ai Mondiali del 2019 a Seefeld si mette al collo i primi tre ori di una serie di quindici che è ben lungi dall’essere chiusa.

Nel 2021, nell’edizione andata in scena a Oberstdorf, vive la sua unica bruciante frustrazione. Durante la staffetta, viene squalificato per un contatto irregolare ai danni del russo Alexander Bolshunov. Il ricorso della Norvegia è respinto e Klæbo se ne fa un cruccio. Sono però convinto che domenica 22 febbraio avrebbe desiderato che Bolshunov fosse lì, accanto a lui, a contendergli l’oro della 50 km. L’unica ombra nella carriera stellare dell’asso norvegese è proprio la lunga assenza del grande rivale russo, dovuta a discutibili ragioni politiche. Non lo ammetterà mai. È un ragazzo di poche parole, uno che rifugge la folla, che tiene la sua fidanzata storica lontana dai riflettori, che nel tempo libero si dedica ai videogiochi sportivi, che vuole vincere sempre, anche quando gioca a ping pong con i compagni di squadra durante i lunghi ritiri invernali lontano da casa. Guarda caso, la stessa attitudine di un altro Imperatore, il nostro Nino Schurter, incontestabile sovrano della Mountain Bike. Guarda caso entrambi sono degli uomini semplici, sereni, sorridenti, disponibili con i media e con il pubblico. Unica differenza, l’età. Nino, 40 anni, è oramai in pensione. Johannes, 30 il prossimo 22 ottobre, in cuor suo sta già pensando al bis, fra quattro anni in Francia. Ma per soffiare a Michael Phelps lo scettro di Imperatore degli Imperatori, dovrebbe concedersi il tris, nel 2034 negli Stati Uniti. Avrà 37 anni e mezzo. Chissà?