Anoressia, migrazione e rabbia
Ci sono stati anni in cui l’anoressia e in generale i disturbi alimentari trovavano spazio nella narrativa, basti pensare al successo di libri come Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999), poi sono passati in secondo piano, come se l’emergenza di quelle storie fosse finita, anche se ovviamente non è affatto così. Lo ha raccontato di recente Beatrice Sciarrillo con il libro In trasparenza l’anima (66thand2nd), vincitore del Premio Berto nel 2025 e lo fa con ancora maggiore incisività Andreea Simionel, classe 1996, nel romanzo La ragazza d’aria, in uscita il 5 marzo per Rizzoli.
La giovane scrittrice di origini rumene racconta in prima persona la storia di Aryna, una ragazza arrivata a Torino dalla Romania a tredici anni. La incontriamo all’inizio del romanzo durante il suo primo giorno di scuola, al liceo, quando una professoressa la fa alzare in piedi, commenta le sue origini e il suo modo di parlare l’italiano. Aryna è bravissima, ha imparato la nuova lingua in men che non si dica, del resto non sarà mai quello il suo problema: a scuola otterrà sempre il massimo dei voti, l’unica cosa che non le riesce è essere felice, anche perché «stare bene è difficile». Così, mentre la sua nuova docente blatera sulla Romania, Aryna sviene in preda a un attacco di panico.
Nella prima parte del romanzo Simionel racconta della nostalgia che Aryna ha per la vita nel suo Paese, per i nonni e per Andrej, il vicino di casa con cui si sono baciati l’estate prima della partenza. Per lei, però, quella mancanza è il nemico e l’unico modo per sconfiggere il dolore che le provocano quelle assenze è cercare di dimenticare. Farlo risulta impossibile, però, perché sua madre non fa altro che cercare di mantenere saldi i legami con le tradizioni rumene, soprattutto attraverso il cibo: «Mia madre è la prima artefice del mio male perché infesta la casa di ricordi». E poi la donna non conosce altro modo di far felici le sue figlie, quando torna a casa dopo il turno nella ditta di pulizie, che portarle a fare la spesa, concedendo loro di comprare tutto il cibo che vogliono: Aryna e Diana riempiono il carrello di patatine e dolciumi, con cui si abbuffano tutti i pomeriggi in casa da sole.
Quando dopo quasi due anni dall’arrivo a Torino Aryna e la sua famiglia tornano in Romania, la ragazza si rende conto che tutto quello per cui aveva provato nostalgia è diventato indesiderabile: l’Italia, con le sue ricchezze e le sue pretese hanno contagiato il suo sguardo e adesso la città dove è nata, quel ragazzino di cui credeva di essere innamorata, la campagna dove è cresciuta sua madre le sembrano brutti.
Simionel racconta la condizione di chi non appartiene più al suo luogo d’origine, ma neanche al nuovo paese, descrive quel limbo in cui cadono tutti coloro che hanno dovuto lasciare la propria terra, per cercare fortuna altrove. Aryna si ammala, però, e a innescare la sua sofferenza è la rabbia: non avrebbe voluto andarsene dalla Romania e adesso che l’hanno costretta a vivere a Torino vorrebbe poter essere come le sue compagne e i suoi compagni italiani: «Ho voluto cambiare nome, nazionalità e origini. Non ci sono riuscita». Davanti allo specchio si ripromette di tornare a essere la ragazzina romena che è stata, attraverso il digiuno e lo sforzo fisico eccessivo cerca di riportare il suo corpo nel passato.
La scrittura di questo romanzo è agile e feroce, votata al desiderio di dare voce senza sconti alla solitudine inscalfibile di Aryna il cui racconto tiene incollati alla pagina.
