Il romanzo "Io?" di Peter Flamm, riscoperto da Adelphi, mette in scena una soggettività scissa, figlia della guerra e di una lingua che frantuma ogni maschera
Da una parte si tratta quasi di una riscoperta: pubblicato cento anni fa a New York, il romanzo Io?, dato alle stampe dalla casa editrice Adelphi un anno fa, ha il sapore di un gioco sull’identità e su quanto sia a ben vedere fittizio incarnare un personaggio quando quello che chiamiamo, per convenzione, «io», è in fondo almeno tripartito fra l’io che guarda sé stesso e la relazione che si crea fra questi due frammenti (osservatore e osservato). Il titolo stesso suggerisce – e in fondo impone – questa via interpretativa, insieme al fatto che il nome dell’autore che appare sulla copertina, Peter Flamm, non corrisponde alla persona biologica che ha scritto il libro, Erich Mosse.
Dall’altra, l’assetto sul quale è concepita la narrazione risulta ben più avanguardistico e sperimentale di molti romanzi pubblicati oggi, che, a causa di esigenze editoriali spesso legate a un mercato che appiattisce il livello e il gusto, risultano meno interessanti e più datati di testi più vecchi. Ben venga, quindi, togliere la polvere sopra a libri che ci eravamo dimenticati, riprenderli in mano e ripubblicarli, se la riscoperta è tanto felice.
Io? di Peter Flamm è infatti un dilemma, prima di tutto, e ha a che fare con la biografia del vero autore, Erich Mosse, appunto, psichiatra costretto a lasciare la Germania, con l’avvento del nazismo, trasferendosi dapprima a Parigi, poi a New York; il suo studio fu frequentato da personaggi non certo sconosciuti, come Albert Einstein e Charlie Chaplin, ma quello che è più rilevante per capire l’origine del libro adelphiano è che per anni si occupò di traumi di guerra. E traumatizzato, infatti, profondamente scisso è l’io che si muove in questo libro, o l’«ich», per tornare al titolo tedesco – il libro, riscoperto in Germania nel 2003 è stato celebrato come un classico, pari a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e a romanzi di quel livello.
Un «ich» che torna dalla guerra e non si riconosce, non si ritrova nelle persone e negli spazi quotidiani; recita pirandellianamente una parte, finge di vestire i panni giusti, ma non li sente suoi, e l’unico che pare accorgersene è il cane, che in effetti lo aggredisce, lo rifiuta, ma sarà con lui fino alla fine, accompagnandolo fedelmente lungo il tragitto del viaggio finale.
Un libro del genere, che incarna e rende plastico lo sfasamento fra io interno e io esterno, fra maschera, personaggio e interiorità mobile e sempre mutante, fra – per usare termini pirandelliani – forma e vita, può essere scritto soltanto in una lingua franta, esposta, continuamente rilanciante. E risiede nella lingua, nel respiro corto che la innerva, che pulsa sulla pagina e pulsa nella testa del lettore, la forza di questo romanzo.
Un dettato martellante è quello che sostanzia le pagine del romanzo; un dettato calato in un presente che appare come una coltre di nebbia al di là della quale dovrebbe risiedere una qualche verità, e per questo l’autore ha optato per l’utilizzo della paratassi che annulla le gerarchie e pialla i tempi rendendoli omogenei; perché il viaggio che compiamo è soprattutto nella testa e nelle percezioni del protagonista, agli occhi del quale la realtà appare come una finzione e finte sono le figure che popolano il panorama che vede ogni giorno. Un libro che sicuramente scuote e smuove, una lettura che non pacifica e che va in direzione dell’allucinazione.
