Gian Paolo Minelli, un fotografo sul confine

by azione azione
11 Marzo 2026

Primi piani: formatosi in Svizzera, dopo un periodo di oltre un anno e mezzo a Roma si è trasferito in Argentina, dove da più di venticinque anni sviluppa una ricerca sui territori marginali

La Svizzera è il Paese in cui è nato e cresciuto, anche professionalmente; l’Argentina, è quello nel quale si è trasferito da ormai venticinque anni. Gian Paolo Minelli vive sul confine di questi due mondi, dai quale viene e va, ma anche sul confine tra la fotografia di luoghi – spesso territori di frontiera – e la fotografia con cui ritrae coloro che in quei luoghi marginali vivono.

Minelli viene iniziato alla fotografia durante la scuola media da Alfredo Tadini. È amore a prima vista. Fa uno stage da Giuseppe Martignoni e, due giorni dopo aver terminato la scuola dell’obbligo, comincia un apprendistato presso il suo studio fotografico. Prende così avvio, a 14 anni, il suo percorso formativo, che lo immergerà soprattutto nel mondo della fotografia pubblicitaria, di moda, di architettura e di riproduzione d’arte. Minelli s’impratichisce nell’uso del banco ottico – strumento che non abbandonerà più – apprezzandone la lentezza a cui costringe lo sguardo, la concentrazione e quel silenzio che richiede nella preparazione dello scatto, della sua composizione.

Quando, dopo qualche anno, lo studio Martignoni chiude – per trasformarsi in agenzia pubblicitaria – Minelli, all’epoca ventenne, ne rileva le apparecchiature e diviene indipendente. Oltre a collaborare con l’agenzia di Martignoni, continua il rapporto di lavoro con buona parte della clientela che già faceva capo allo studio.

Ogni dettaglio racconta la stratificazione di storie umane e materiali nei luoghi attraversati, comei tanti quartieri periferici

A fine anni Ottanta, inizio Novanta l’attività è ben avviata, ma in questo periodo si manifesta in lui il bisogno di affiancare alla fotografia pubblicitaria un percorso personale di ricerca, attraverso cui esplorare altri ambiti fotografici. Questo processo di crescita viene assecondato dalla nascita, nel 1990, a Chiasso, della galleria Consarc di Daniela e Guido Giudici, che tanto faranno per promuovere l’arte fotografica nel nostro Cantone (si pensi ai workshop con Gabriele Basilico, o Francesco Radino e le conferenze con Roberta Valtorta, Giovanna Calvenzi, Claudio Marra e altri ancora). «L’altra fortuna è stato l’incontro con Alberto Flammer, avvenuto proprio alla Consarc. Ho iniziato a formarmi in un altro modo, avvicinandomi a una ricerca più personale, che fino ad allora avevo tenuto un po’ separata. Flammer mi ha seguito da vicino, nel senso che ha cominciato a darmi indicazioni sul lavoro che stavo avviando timidamente fuori dagli schemi imposti dai clienti».

Sono incontri che faranno da spartiacque nel percorso di Minelli, proiettandolo decisamente verso forme di ricerca fotografica che sfoceranno nel 1996 nel conseguimento di una Borsa federale per le Arti applicate e, corollariamente, di una residenza all’Istituto svizzero di Roma. Al 1995 risale invece il suo primo viaggio di alcuni mesi in Argentina. Segue Roma, città in cui Minelli si trasferisce nel 1998 per trascorrevi oltre un anno e mezzo. L’Urbe rappresenterà una sorta di trampolino, grazie al lavoro che vi realizza, agli incontri cruciali e alla rete di conoscenze che da qui in avanti comincia a intessere. Identificato come artista svizzero, all’estero gli si aprono strade che in Svizzera, fino ad allora, paradossalmente, gli erano precluse, permettendogli così di ottenere mandati e borse a suo tempo inarrivabili.

Da fotografo, esplorando con la sua Sinar alcune delle zone periferiche della città – quei territori di mezzo tra il centro e la campagna – s’imbatte nell’immigrazione clandestina, incontrando migranti che in quelle zone discoste e povere trovavano rifugio. È in questo contesto che Minelli – oltre a realizzare un lavoro di documentazione del territorio – elabora il suo primo progetto di «autoritratti». Progetto che porterà avanti anche a Buenos Aires: «Mi sono avvicinato inizialmente col banco ottico per fotografare il paesaggio; in questo modo crei prima di tutto una presenza fisica e reale. Ti vedono, non sei lì con una macchina nascosta dentro la giacca, si crea un rapporto inizialmente di curiosità che poi può diventare di fiducia. Solo a quel punto ho deciso di documentare la presenza dei migranti, pensando che il modo giusto per farlo era che loro stessi si facessero la foto quasi come fosse un gesto di autodeterminazione: sono qui, guardami».

Minelli mette la sua competenza e la sua apparecchiatura a loro disposizione: definita da lui l’inquadratura e tenuta sotto controllo la messa a fuoco, sta però al soggetto decidere come presentarsi, come uscire dunque, con questo gesto, dall’invisibilità in cui, da migrante clandestino, viene costretto. Con questa modalità, riuscirà a realizzare una quindicina di autoritratti.

Nel 1998, Minelli vince una seconda Borsa federale e, dopo il suo rientro da Roma nel giugno del 1999, passa un breve periodo in Svizzera dove decide di chiudere il suo studio e di trasferirsi a Buenos Aires con l’idea di restarci un anno per realizzare un progetto di documentazione del territorio. Non lo sa ancora, ma l’Argentina sta per diventare la sua seconda patria.

Come già in precedenza – è una sua inclinazione – è sui territori ai margini di Buenos Aires che Minelli decide di lavorare. I vari progetti che vi realizzerà sono attraversati da un’evidente vena antropologica: nelle sue immagini, la componente estetica e poetica è senz’altro importante – e assai raffinata – ma, colte come serie, sono chiaramente portate a mettere in luce gli aspetti umani – sociali, storici e culturali – che caratterizzano gli spazi ritratti. Non per niente, a differenza dei fotoreporter, prima di affrontare fotograficamente un luogo, prende tempo, lo attraversa, lo perlustra, lo sviscera cercando di coglierne la storia e le sue dinamiche: «I miei progetti sono sempre a lungo termine, prendono vari anni di lavoro. Ho bisogno di conoscere un territorio profondamente prima di iniziare, per permettere che poi anche il dettaglio si mostri».

Zona sud, quartiere Piedrabuena, Fabian, 2006 (© Gian Paolo Minelli)

Pure la fase operativa si contraddistingue per una disciplinata calma – un andamento più ponderato che reattivo – nei confronti delle realtà che intende fotografare: «Quando inizio a fotografare mi appoggio a quella che è la fotografia documentaristica del territorio, che è un po’ dove mi sono formato grazie appunto agli incontri con Flammer e Basilico. C’è questa idea di guardare la città, di osservarla, comporla, aggiustarla, che è la costruzione di un archivio della memoria di un territorio che si modifica».

Il lavoro con il grande formato, sul cavalletto e in pellicola, costringe di per sé a questo atteggiamento di natura meditativa. Quando si tratta di fotografia ambientale, Minelli realizza immagini dallo sguardo ampio, con cui trasmettere una o più visioni d’insieme dei luoghi in cui sta operando. Sono immagini che denunciano il dato di realtà di quei luoghi – spesso, il loro degrado, la miseria, lo stato d’abbandono – riuscendo però nel contempo a catturarne un’aura, quel soffio capace di evocare la stratificazione di storie ed eventi, umani e materiali, che quegli spazi hanno scolpito. A maggior ragione quando il suo obiettivo si focalizza su dettagli, sulle tracce lasciate dal passaggio di chi in quei luoghi ha vissuto, o semplicemente li ha attraversati. Sono, queste, immagini quasi astratte – con cui Minelli ci dichiara il suo amore per la storia dell’arte – che ci permettono di entrare con ulteriore forza nella dimensione pulsante di quei luoghi.

Nel corso delle sue iniziali esplorazioni a Buenos Aires, s’imbatte nel Barrio Villa Lugano, all’estremità sud-ovest della città: un quartiere dall’architettura modernista e di molta povertà. V’incontra persone – tra cui Ariel Pradelli, architetto urbanista, docente universitario e artista – che lo aiuteranno a conoscere la storia di questo territorio e a integrarsi nella sua vita sociale. Insegna per tre anni fotografia nel popoloso Barrio Piedrabuena, e grazie a questa e ad altre attività di animazione socioculturale, da lui stesso promosse e svolte con passione, crea un buon contatto con la comunità. Fatto che gli permetterà poi di muoversi con agio nel territorio e di essere facilitato nel trovare persone disposte a farsi ritrarre o a partecipare al suo progetto di autoritratti.

Numerose sono le serie fotografiche che Minelli ha realizzato lungo il suo pluridecennale percorso artistico (www.gianpaolominelli.com), serie pubblicate ed esposte in mostre collettive e personali in molti luoghi dell’arte, anche prestigiosi,  sparsi in giro per il mondo.

Oltre all’attività artistica, Gian Paolo Minelli continua a lavorare tra l’Argentina e la Svizzera come fotografo indipendente e dal 2014 è anche coordinatore della Casa Suiza de la Boca, residenza porteña per artisti svizzeri.