Brain Rot

by azione azione
4 Marzo 2026

«Mamma, ti prego basta brain rot!», mi dice la 17enne Clotilde mentre pranziamo e io faccio una battuta. In quel momento ignoro il significato di questa Parola dei figli, ma il tono con cui viene pronunciata è sufficiente a farmi capire che l’adolescente si è innervosita. La conferma arriva subito dalla traduzione letterale: brain rot significa «marciume cerebrale».

Il termine compare per la prima volta nel 1854, quando Henry David Thoreau lo usa in Walden, ovvero Vita nei boschi, il resoconto dei due anni, due mesi e due giorni trascorsi in una capanna vicino al lago Walden, a Concord, nel Massachusetts. Thoreau spiega così la sua scelta di vita: «Andai nei boschi perché desideravo vivere consapevolmente (…) e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto». Lo scrittore denuncia il declino dello sforzo mentale della società del tempo ricorrendo proprio all’immagine del brain rot: «Mentre l’Inghilterra si sforza di curare il marciume delle patate – riferimento alla grande carestia degli anni Quaranta dell’Ottocento – non si sforzerà forse qualcuno di curare il marciume del cervello, che prevale in modo così più diffuso e fatale?».

A distanza di 170 anni, brain rot viene nominata Parola dell’Anno 2024 dall’Oxford University Press, che la definisce come «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, in particolare come conseguenza del consumo eccessivo di materiale, oggi soprattutto contenuti online, considerati banali o poco stimolanti». In sintesi, brain rot indica il declino delle capacità cognitive associato a un’esposizione prolungata a contenuti social percepiti come insignificanti o ripetitivi, al punto da dare la sensazione che il cervello marcisca.

Fin qui, però, abbiamo visto l’uso letterario e la definizione formale del termine. Ma come lo utilizzano i ragazzi della Gen Z? Nella lingua quotidiana diventa spesso un’esclamazione: «Basta brain rot!», «Ecco a cosa porta troppo brain rot online!», «Sei brain rot puro!». Serve a segnalare una sciocchezza appena detta – come è successo nel mio caso, con il sottinteso che solo un cervello marcio potrebbe produrre certe idee – oppure una presa di coscienza: «Troppo brain rot per oggi, meglio chiudere TikTok».

Nel linguaggio di TikTok, però, brain rot serve soprattutto a etichettare un preciso tipo di contenuti: meme volutamente senza senso, spesso generati con l’Intelligenza artificiale. Brain rot è Skibidi Toilet: video animati in cui teste umane spuntano da WC, si muovono in loop e cantano su basi elettroniche. Così come lo è l’espressione Only in Ohio, usata per commentare video inquietanti, con l’idea ironica che certe cose possano accadere solo lì. E sono brain rot anche i personaggi-meme nativi di TikTok, creati con l’Intelligenza artificiale: Tralalero Tralala, Tung Tung Tung Sahur o Ballerina cappuccina, figure che combinano corpi di animali, oggetti della vita quotidiana e movimenti meccanici, riproposti all’infinito.

È come se i social facessero una parodia di se stessi, portando all’estremo il concetto di brain rot di cui sono, non a caso, accusati. Al tempo stesso, però, i consumatori – i nostri figli – mostrano una crescente consapevolezza di ciò che stanno guardando, anche quando lo fanno in modalità doomscrolling, scorrendo compulsivamente i contenuti senza riuscire a fermarsi (come raccontato nella rubrica Le parole dei figli dell’agosto 2025). Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, osserva: «Trovo affascinante che il termine “decomposizione cerebrale” sia stato adottato dalla Generazione Z e dalla Generazione Alpha, comunità in gran parte responsabili della creazione e del consumo dei contenuti digitali a cui il termine si riferisce. Queste stesse comunità hanno amplificato l’espressione attraverso i social media, proprio il luogo che si dice causi la “decomposizione cerebrale”. È una forma di consapevolezza, un po’ sfacciata, sull’impatto dannoso dei social che hanno ereditato».

Thoreau, che per primo ha codificato l’idea di marciume cerebrale, viene citato dal professor Keating – interpretato da Robin Williams – nel film cult L’attimo fuggente: «Thoreau ha detto: “La maggior parte degli uomini vive vite di quieta disperazione”. Non rassegnatevi a questo. Ribellatevi!». Ribellatevi, ragazzi, (anche) al brain rot, a modo vostro magari, ma fatelo!