L’ombra del tiranno: vecchi fantasmi e algoritmi moderni

by azione azione
18 Febbraio 2026

Possiamo ancora parlare di «tirannide» nel XXI secolo, o il termine è diventato un anacronismo per descrivere leader come Donald Trump? Se guardiamo alla storia recente degli Stati Uniti, l’immagine di una democrazia immune all’autoritarismo vacilla. Ricordiamo le tensioni esplose durante le proteste civili degli ultimi anni: l’uso spregiudicato di poteri d’emergenza, la retorica contro gli avversari politici e la gestione dei centri per migranti hanno spinto molti a vedere nell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione) un braccio esecutivo inquietante. Ricordiamo Renée Nicole Good, poetessa e madre di tre figli, uccisa nella sua Honda Pilot a Minneapolis, dalla pistola d’ordinanza di Jonathan Ross dell’ICE. Ricordiamo Alex Pretti, l’infermiere ucciso sempre da loro, sempre a Minneapolis. Un medico testimone: «Era disarmato, non mi hanno permesso di salvarlo». Queste non sono semplici speculazioni, ma segnali di una postura politica che flirta con l’esercizio illiberale del potere.

Tuttavia, il volto della tirannia contemporanea è multiforme. Da un lato, abbiamo l’ostentazione muscolare di leader come Vladimir Putin e Xi Jinping: il loro celebre brindisi non è solo un atto diplomatico, ma il manifesto di un’autocrazia che fonde la hybris dei monarchi del passato con le armi della modernità. In loro, la paranoia del controllo e la gestione opaca del denaro si intrecciano a tecnologie militari e informatiche d’avanguardia. Oggi il tiranno non ha per forza il volto truce del dittatore novecentesco. Esiste una nuova stirpe di autocrati «in doppiopetto»: figure apparentemente rassicuranti, capaci di muoversi tra i meccanismi della finanza e della comunicazione globale. Come suggerito dagli studiosi Sergei Guriev e Daniel Treisman, siamo nell’era degli «spin dictators» (si potrebbe tradurre come «dittatori della manipolazione»).

Il modello russo: Putin ha a lungo incarnato questa figura, preferendo la manipolazione del consenso e la simulazione di processi democratici alla repressione di massa (almeno fino alla svolta bellica in Ucraina, che ha riportato a galla un autoritarismo più feroce e crudele). Il modello cinese: Xi Jinping ha invece perfezionato la «tirannia digitale». Qui, il controllo non passa solo attraverso la forza, ma tramite algoritmi di riconoscimento facciale e sistemi di credito sociale, rendendo la sorveglianza un elemento capillare della vita quotidiana. Il suo sogno per nulla segreto è di annettere Taiwan, l’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian, dove nel 1949 si rifugiò il governo nazionalista sconfitto da Mao Zedong alla fine della guerra civile cinese. Per Pechino, Taiwan resta un territorio che considera parte integrante della Cina e la cui separazione è vista come una questione storica irrisolta.

Il modello occidentale: in contesti come quello americano, la sfida portata da Trump non mira ad abbattere le istituzioni, ma a eroderle dall’interno. Attraverso la delegittimazione sistematica della stampa («nemica del popolo») e della magistratura (e persino dei risultati elettorali), si scivola verso una «democrazia illiberale» dove le regole del gioco rimangono formali, ma la sostanza democratica viene svuotata. Egli opera (e ha operato) all’interno di una democrazia consolidata, dotata di pesi e contrappesi (checks and balances). Tuttavia, molti politologi, come Steven Levitsky, vedono in lui un demolitore delle istituzioni.

La storia ci ricorda l’Orecchio di Dionisio a Siracusa: una grotta dalla forma peculiare dove, secondo la leggenda, il tiranno ascoltava i segreti dei prigionieri sfruttando l’acustica perfetta. Ieri era una cava di pietra, oggi è la Rete. Il passaggio fondamentale della nostra epoca non riguarda solo la politica, ma il nostro modo di abitare lo spazio pubblico. Le piattaforme digitali e le architetture social hanno ridefinito il nostro «stare al mondo». Oggi, il gesto di interpretare la realtà è mediato da infrastrutture private che fungono da occhi e orecchie per chi detiene il potere. Se la Rete è nelle mani di pochi, il confine tra connessione sociale e sorveglianza politica diventa pericolosamente sottile.

In definitiva, sebbene ogni epoca generi le proprie scosse autoritarie con intensità diverse, l’obiettivo finale rimane immutato. Che si tratti di forza bruta o di raffinata manipolazione algoritmica, la tirannide punta sempre alla medesima distruzione: quella della libertà individuale all’interno della comunità.