Dagli averi sottratti agli ebrei alle opere d’arte trafugate dai nazisti e dal colonialismo, passando da documenti che chiamano in causa Credit Suisse: il passato non smette di riservare sorprese. Creata una commissione ad hoc
Par proprio di tornare negli anni Novanta del secolo scorso e di ritrovarsi nella bufera degli averi ebraici detenuti per decenni nei forzieri di diverse banche svizzere. Un ritorno al passato che oggi come allora ci porta negli Stati Uniti. Lo scorso 3 febbraio la Commissione Giustizia del Senato ha convocato a Washington alcuni alti dirigenti di UBS. Da discutere c’erano diverse ombre che ancora oggi gravano sul passato di Credit Suisse, la banca che la stessa UBS ha rilevato in tutta fretta nella primavera del 2023. Ombre che hanno a che fare con il regime nazista e che la prima banca svizzera è chiamata ora ad affrontare anche davanti al Parlamento statunitense. Si tratta di circa novecento rapporti bancari, finora sconosciuti, legati alla struttura economica del Terzo Reich e ad aziende che durante il secondo conflitto mondiale hanno garantito la produzione bellica del regime di Hitler. Un tema decisamente scottante.
Facilitare la fuga di diversi gerarchi nazisti
Ma non è tutto, davanti al Senato degli Stati Uniti la settimana scorsa si sono sentite anche alcune testimonianze che chiamano in causa Credit Suisse pure su un altro fronte: la banca si sarebbe adoperata per facilitare la fuga di diversi gerarchi del regime nazista in America Latina. Ora tocca a UBS fornire tutti i documenti necessari per individuare eventuali responsabilità dell’ex Credit Suisse. Nell’audizione della scorsa settimana la banca ha espresso «profondo rammarico» ma questo non è servito a calmare alcuni senatori che si sono lamentati per la lentezza con cui la stessa UBS sta affrontando, a loro dire, questo oscuro capitolo della storia del nostro Paese.
Circostanze che ricalcano a grandi linee quanto capitato una trentina di anni fa, in relazione agli averi ebraici in giacenza nei forzieri delle banche elvetiche. In quel periodo la Svizzera era stata messa alle strette, torchiata dalle forti critiche in arrivo dalla comunità ebraica e dal mondo politico statunitensi, con un senatore repubblicano, Alfonse D’Amato a capitanare questa protesta. Una disputa che culminò nel 1998 con un accordo in base al quale le banche svizzere si impegnarono a versare un miliardo e 250 milioni di dollari a diverse organizzazioni ebraiche, un risarcimento extragiudiziale per chiudere, perlomeno dal punto di vista materiale, la questione dei beni in giacenza e dell’oro sottratto alle vittime dell’Olocausto.
La nuova Commissione
Lasciamo ora gli Stati Uniti e torniamo in Svizzera perché l’audizione davanti al Senato Usa si intreccia per puro caso con un altro fatto di attualità relativo al ruolo della Svizzera nel corso della guerra mondiale. Lo scorso 28 gennaio il Consiglio federale ha definito la composizione della nuova Commissione chiamata a far luce sul patrimonio culturale storicamente problematico. A presiedere questo gruppo di lavoro extra-parlamentare sarà l’ex Consigliera federale Simonetta Sommaruga. Questa nuova Commissione sarà chiamata a derimere le controversie che ruotano attorno alle opere d’arte trafugate dal regime nazista e che si trovano oggi in musei e collezioni pubbliche e private. Il campo d’azione di questa nuova istituzione riguarda anche i beni culturali che si trovano nel nostro Paese e che sono legati all’epoca del colonialismo. Due grandi ambiti di lavoro aspettano pertanto questa Commissione che entrerà ufficialmente in carica il prossimo primo marzo.
Oltre a Sommaruga il Governo ha nominato anche una squadra composta da nove esperti, in gran parte professori di diritto e di storia dell’arte. Tra loro anche il ticinese Fabio Rossinelli, storico e ricercatore all’università di Losanna e di Ginevra. Questa commissione nasce da una mozione presenta alle Camere federali dal deputato grigionese Jon Pult, nel 2021.
Circa 650mila opere d’arte rubateÂ
«L’istituzione di una simile commissione indipendente è tesa ad attuare gli impegni che la Svizzera ha assunto sottoscrivendo i Principi di Washigton del 1998 e la Dichiarazione di Terezin nel 2009 che obbligano il nostro Paese a identificare i beni culturali sottratti a seguito delle persecuzioni naziste, a trovare gli eredi dei proprietari dell’anteguerra e a intraprendere i passi necessari per giungere a soluzioni giuste ed eque», così scriveva lo stesso Pult nel motivare la sua richiesta davanti al Parlamento.
A Berna l’atto parlamentare del deputato socialista ha trovato da subito l’appoggio del Governo e dopo una serie di discussioni anche dell’Assemblea federale. Questo perché il nostro Paese ha firmato degli accordi a livello internazionale, quelli citati da Pult, che impegnano le nostre autorità a far luce sui beni culturali sottratti agli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale. Alcune ricerche condotte da organizzazioni ebraiche stimano a circa 650mila le opere d’arte rubate dal regime nazista, un furto di massa ritenuto tra i più vasti di tutti i tempi. Una parte di questo patrimonio culturale si troverebbe in collezioni private e in musei pubblici svizzeri. Per quanto riguarda i lavori parlamentari va detto che tra le due Camere è stato trovato un compromesso tutto elvetico sul raggio d’azione di questa stessa Commissione. Sommaruga e i suoi esperti potranno essere chiamati in causa in modo unilaterale soltanto se il bene culturale in questione si trova in musei finanziati dalla mano pubblica.
In altri termini, per opere d’arte in possesso di privati, la Commissione potrà essere interpellata solo se c’è un accordo di base tra gli attuali proprietari e chi – i discendenti delle vittime dell’Olocausto o del colonialismo – ritiene invece di essere stato derubato di un oggetto d’arte. Una limitazione criticata dalla Federazione svizzera delle comunità ebraiche, e questo per un motivo principale: chi oggi, privatamente, è in possesso di questo tipo di opere difficilmente sarà disposto ad aprire le proprie porte a indagini esterne, con il rischio di dover poi restituire l’oggetto in questione ai legittimi proprietari. Negli ultimi anni su questa problematica nel nostro Paese non sono mancate polemiche relative in particolare alla collezione Bührle di Zurigo e a quella Gurlitt di Berna. Il futuro ci dirà se la nuova Commissione Sommaruga riuscirà a far luce su questa pagina della nostra storia. Ne va della memoria di chi ha subito i crimini nazisti, e anche quelli delle potenze coloniali.
