C’era una volta una sigla. Senza parole. Solo note. Le suonava l’Orchestra Radiosa. Non era ufficialmente legata al Tour de Suisse, ma bastava ascoltarne l’attacco alla radio affinché il pensiero volasse subito all’immagine di corridori arrancanti in salita, sudati e distrutti dalle fatiche del ciclismo epico degli anni Quaranta e Cinquanta.
Erano i tempi di Kübler e Koblet, di Coppi e Bartali. Qualche anno dopo, questa forza immaginifica la diffuse anche il gruppo amatoriale Cantiamo Sottovoce: «Corri corri corridor». L’incipit era sufficiente per proiettarci sulle strade della corsa. Era un appuntamento atteso quanto il 1° d’agosto. Quasi mitico. Una festa popolare durante la quale tutti i comuni coinvolti mettevano l’abito buono e apparecchiavano la tavola con le loro specialità più sfiziose. Al banchetto partecipavano le grandi firme del ciclismo degli anni Sessanta-Ottanta: Eddy Merckx, Felice Gimondi, Vittorio Adorni, Gianni Motta, Michel Pollentier, Sean Kelly. Potrei proseguire fino al termine dell’articolo. Ci tengo tuttavia a ribadire che, tra la fine delle due grandi epoche auree citate, nel 1961, anche Attilio «Tilo» Moresi era riuscito ad apporre il suo sigillo nell’Albo d’oro della corsa. Unico ticinese. Probabilmente ancora a lungo.
Erano tempi in cui il nome del Gran Patron del Tour de Suisse era sulla bocca di tutti gli appassionati al pari di quello di un Consigliere Federale. Lo spregiudicato Sepp Vögeli e l’energico Hugo Steinegger incarnavano il «verbo». La loro parola era legge.
Da allora, molto è accaduto. Il ventennio del doping che ha allontanato parecchia gente dal ciclismo. La redenzione attraverso regole molto più ferree. La rinascita grazie a una generazione di giovani campioni che sanno che cosa significhi dare spettacolo. Ma in tutto questo, il Tour de Suisse ha visto il suo «appeal» ridursi anno dopo anno. La ragione principale è dovuta al calendario allestito dall’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), che sovrappone parzialmente la nostra corsa nazionale al Giro del Delfinato. I francesi, da anni, inseriscono nel percorso alcune tappe che ricalcano quelle proposte un mese più tardi al Tour de France. Morale: la stragrande maggioranza dei Big privilegia il «Dauphiné Libéré».
Un altro aspetto è senza dubbio di carattere imprenditoriale. In Francia hanno realizzato che la loro corsa nazionale può essere uno spot straordinario per il Paese. Hanno investito molto denaro nella promozione, nelle strutture e in particolar modo nelle riprese televisive, che sono uno spettacolo nello spettacolo. In Svizzera, ciò non accade. Le dirette tv sono limitate a 60-90 minuti. Raramente focalizzano l’obiettivo sulle bellezze paesaggistiche e storiche che si incontrano sul tracciato. Eppure, la Svizzera ne ha di meraviglie da mostrare. «È una questione di soldi», ci siamo sentiti dire in occasione dei Mondiali di Mendrisio del 2009, quando con alcuni colleghi avevamo proposto alla produzione, curata a Zurigo, di redigere un fascicolo in tre lingue per i commentatori di tutto il mondo, e di mostrare in tv le immagini delle bellezze menzionate nel testo. Credo che sia soprattutto una questione di coraggio e di progettualità.
La conseguenza di questa attitudine rinunciataria l’abbiamo toccata con mano quando è stata annunciata la riduzione del prossimo Tour de Suisse da otto a cinque tappe (in passato si era giunti fino a dieci). Per stemperare il senso di frustrazione è stata strombazzata una grande novità. Per la prima volta dalla sua nascita nel 1933, la corsa partirà all’estero. A Sondrio, per la precisione. Lungi da me l’idea di passare per la Cassandra del caso. È vero che Sondrio è in Italia e che l’Italia è un Paese assai ciclofilo. Ricordo però tre arrivi desolanti in Austria ai piedi del ghiacciaio di Sölden, quello dove da anni scatta la Coppa del mondo di sci alpino. C’erano ragioni promozionali dietro questo contratto, e molte aspettative. Ebbene, avrei potuto uscire dalla cabina di commento e contare personalmente le poche centinaia di spettatori.
Nel buio della prossima edizione, intravedo tuttavia anche una luce. Uomini e donne affronteranno, negli stessi giorni, le medesime cinque tappe, con chilometraggio diverso. Ciò significa, finalmente, guardare avanti. Essere al passo con la tendenza alla parificazione tra uomini e donne nello sport. Gli Europei di calcio casalinghi della scorsa estate ne sono stati un esempio meraviglioso. Dal 17 al 21 giugno, questa novità non sottrarrà al Tour de Suisse il suo pubblico fedele. Probabilmente, contribuirà ad avvicinare qualche curioso/a in più.