Nel suo ultimo libro lo storico Roberto Fasana indaga il fenomeno dell’abbandono di bambini piccoli a Como e Milano, la presa a carico negli ospedali italiani e l’affido a famiglie delle valli di Lugano
Carolina Vittorina C. fu trovata abbandonata in una notte di primavera del 1858, a Bizzarone, «involta in una cuffia di percalle colorato guarnita di thull. Una fascia di tela di stoppa, un pannolino di tela simile. Un piccolo capezzale ripieno di piuma con federa di tela cotone in un cavagno di vimini. Eravi per segnale un pezzetto di carta contenente effetti laceri, una mezza carta da giuoco di tarocco rappresentante l’asse d’oro con nastro rosa». Anche l’abbandono dei bambini aveva, a quell’epoca, un suo decoro e suoi codici: la mezza carta da gioco sarebbe eventualmente servita un giorno, questa era la preoccupazione, a congiungerla con quella della madre, a mo’ di prova di una riconciliazione che nessuno si sentiva di escludere, neppure nella pratica di quel gesto così estremo.
Ha aspetti qua e là toccanti, il lavoro dello storico Roberto Fasana, Per antica consuetudine. Figli dell’ospedale e famiglie affidatarie nelle Prealpi di confine tra Lombardia e Svizzera italiana. Capriasca e Val Colla nei secoli XVIII-XIX, appena pubblicato a cura dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla. Sono accenni indiretti a un contesto anche affettivo, lasciato intendere per esempi allusivi all’interno di una ricerca molto rigorosa che riguarda epoche, società , luoghi di provenienza e di destinazione, terminologie, misure di un fenomeno che marcò in modo vistoso l’Ottocento del Ticino e delle regioni della Lombardia più prossima: l’abbandono di bambini piccoli, la presa a carico negli ospedali italiani e il conseguente affido a famiglie delle valli di Lugano. In un processo di «esternalizzazione» tipico, «nel 1870 l’Ospizio di Como aveva in media mensilmente collocati all’esterno presso balie e custodi 1838 bambini abbandonati» e dal brefotrofio di Milano le collocazioni raggiungevano, nei periodi più intensi, i 7-9000 casi. Anche nella Capriasca e nella Val Colla i numeri sono rilevanti, nel 1863 i casi sono più di cento.
Siccome si occupa di condizioni individuali, familiari e sociali potenzialmente complesse, questo libro è però ricco di aspetti e di situazioni: il ruolo degli istituti nelle collocazioni e nella distribuzione sul territorio di queste piccole persone, a volte oggetto di continui andirivieni e spostamenti. Lo sviluppo conseguente di società -comunità particolari e forme familiari alternative e dunque moderne. La movimentazione consapevole dal contesto urbano verso quello delle campagne e delle prealpi: un «illimitato mondo contadino», ritenuto più favorevole alla cura e alla crescita, «ameno e saluberrimo», adatto ad accogliere i «bimbi infermicci». Sono rilevanti anche le speranze economiche che derivavano dal pagamento delle balie esterne agli istituti e dalle doti a carico degli ospedali di cui beneficiavano le giovani donne giunte ormai in età da marito. Così, l’inserimento sostenuto economicamente risulta favorevole presso comunità precarie, basate su attività agricole e pastorizie ridotte e sul lavoro migrante degli artigiani ambulanti del rame, con introiti spesso insufficienti.
Due spunti laterali rappresentano altrettante direzioni che rendono questo libro una lettura dal notevole profitto. Prima di tutto, questa è una storia che ci parla dell’infanzia in un’epoca nella quale dell’infanzia nessuno aveva ancora inventato il concetto, «la storia dell’infanzia prima che l’infanzia assurgesse a territorio protetto e quasi sacro», nota Fabio Pusterla nel testo introduttivo al libro. Poi c’è il carattere prettamente femminile della vicenda; una vicenda che riguarda donne e piccole donne: le balie interne agli istituti e quelle sul territorio; e in modo quasi esclusivo le bambine, perlopiù tali, infatti, in quanto esenti dagli obblighi militari a differenza dei maschi, che erano trattenuti al di là del confine nazionale. Di gran parte di queste piccole esposte i documenti seguono interi destini, dall’abbandono in fasce fino al matrimonio nella comunità di accoglienza.
Infine, tra gli elementi perlopiù insondati dai documenti ma che emergono qua e là per isolati accenni, si intravvede appena ma si immagina piena di vigore la dimensione degli affetti: un canale d’intesa tra affidati e affidatari che pure deve essere in un qualche modo e in taluni casi intercorso. «Gli affidi – in altri termini – possono diventare adozioni, le ragioni economiche dare spazio a relazioni affettive, l’età da pane trasformarsi in qualcosa di diverso e di più grande».
La cura riposta dai responsabili nel redigere, conservare e archiviare la documentazione, e quella del ricercatore che ne ha recuperato le testimonianze, ci permettono di seguire Carolina, la bimbina del percalle colorato ricordata qui in apertura, lungo le stagioni della vita. Sappiamo che crebbe a Bidogno, allevata da Giuseppe Quirici e Caterina Canonica. Lasciò la famiglia affidataria a poco più di vent’anni per sposare Federico Canonica, di professione fornaio, ed entrare così a pieno titolo nella comunità della Capriasca.
