La maschera isterica della Francia moderna

by azione azione
11 Febbraio 2026

Vite da ridere (o quasi):  Louis de Funès fu il volto più popolare della commedia francese del Dopoguerra, incarnazione geniale di un’autorità sempre sull’orlo del collasso

C’è una smorfia, una sola, che basta a evocare un intero universo comico: un volto che si contrae, le sopracciglia che si arricciano come molle, la bocca che fatica a trattenere un’ingiuria. È un’espressione di rabbia, di frustrazione, di panico, ma soprattutto di una persona che ha perso il controllo. Guardando quel volto, quella smorfia, quella bomba sempre sul punto di esplodere, il pubblico ride. Ride perché riconosce qualcosa di sé. Ride perché, grazie a Louis de Funès, la collera quotidiana diventa spettacolo, e l’autorità perde improvvisamente ogni aura di rispettabilità.

Per decenni, de Funès è stato l’uomo più visto di Francia. Non il più premiato, non il più celebrato dalla critica, ma certamente il più popolare. Un attore che ha incarnato come nessun altro il nervo scoperto della società francese del Dopoguerra, la sua ossessione per l’ordine, la paura del cambiamento, il bisogno di comandare e l’incapacità di farlo davvero. Insomma, la sua comicità non nasce dalla bontà, ma dall’eccesso. Non è consolatoria, ma sferzante. E proprio per questo, funziona ancora.

Dietro la sua energia incontenibile, si nascondeva una disciplina ferrea e una tensione interiore tanto logorante, quanto capace di trasformare la rabbia in arte

Nato a Courbevoie nel 1914 da genitori spagnoli emigrati in Francia, Louis de Funès conosce tardi il successo. Per anni è un attore invisibile, relegato a parti minime, a comparsate, a ruoli che durano pochi secondi. Alterna quello di attore a quello di piano-man nei bar e dal suo sgabello ha modo di osservare la borghesia parigina, studiandone i tic, le manie, le piccole nevrosi, costruendo a poco a poco il proprio repertorio fatto di smorfie, scatti, reazioni fulminee che più tardi diventeranno il suo marchio di fabbrica.

Quando finalmente arriva la notorietà, de Funès non è un talento acerbo, ma una macchina comica già perfettamente oliata. E quando il successo finalmente gli arride negli anni Sessanta, de Funès diventa il volto ideale di un certo tipo di commedia: autoritaria, gerarchica, fondata sul conflitto di ruoli. Interpreta direttori d’orchestra tirannici, industriali isterici, ufficiali di polizia ridicoli, notabili arroganti, piccoli uomini convinti di essere grandi. Personaggi che urlano, sbraitano, si agitano come trottole impazzite, ma che vengono sistematicamente sconfitti dalla realtà, dal caos, dagli imprevisti. Il pubblico, soprattutto quello popolare, capisce immediatamente il meccanismo: ridere di de Funès significa ridere del potere.

Nel 1964, con Fantomas e Una ragazza a Saint-Tropez, Louis de Funès vara due filoni che porteranno ad altri nove film (tre sul criminale supercattivo e sei sui Gendarmi di Saint Tropez) che lo fanno entrare definitivamente nell’immaginario collettivo europeo. Il maresciallo Cruchot della serie dei Gendarmi è la sintesi perfetta del suo teatro corporeo: un uomo ossessionato dalla disciplina, incapace di gestire l’autorità che gli è stata concessa, perennemente in lotta con un mondo che cambia più in fretta di lui. È una figura profondamente reazionaria, ma proprio per questo comica: de Funès non difende il potere, lo mette a nudo.

Negli stessi anni, la collaborazione con registi come Gérard Oury amplia ulteriormente il suo raggio d’azione. Soprattutto con La grande fuga, de Funès dimostra di poter essere non solo una maschera isterica, ma anche un interprete capace di modulare il ritmo, di dialogare con altri attori, di inserirsi in un racconto corale. Il suo corpo resta il centro della scena, ma ora è inserito in una partitura più ampia, quasi musicale. Non è un caso che molti abbiano paragonato la sua recitazione a una forma di jazz: improvvisata in apparenza, rigidissima nella struttura.

Il rapporto con la critica, tuttavia, resta problematico. Per anni de Funès viene liquidato come attore «popolare», quindi minore. Troppo fisico, troppo eccessivo, troppo lontano dalle raffinatezze intellettuali della Nouvelle Vague. Insomma: troppo. Solo col tempo si capirà che quella violenza comica raccontava molto meglio di altri linguaggi il passaggio da una società francese rigidamente gerarchica a un mondo meno leggibile, più instabile. Ma il pubblico non ha aspettato un secondo per amarlo: i suoi film riempiono le sale, attraversano le generazioni, diventano rituali televisivi. La gente ride perché si riconosce nei suoi eccessi, nei suoi fallimenti, nelle sue esplosioni di rabbia impotente.

In un’epoca di profondi mutamenti sociali, la sua comicità offre uno sfogo, una valvola di sicurezza. Per dare un’idea della sua popolarità, Tre uomini in fuga (1966) è stato il più grande incasso del cinema francese fino al Titanic (1997) di Cameron, o – per aspettare un film francese – a Giù al nord (2008) con Dany Boon e Kad Merad.

Negli ultimi anni, la salute lo costringe a rallentare. Il corpo, strumento essenziale della sua arte, diventa un limite. Ma anche quando si muove meno, quando la furia si attenua, resta intatto il suo controllo assoluto del tempo comico. Ogni pausa, ogni sguardo, ogni inflessione della voce è calcolata con precisione chirurgica. Nulla è casuale. Dietro l’apparente isteria, c’è una disciplina ferrea, quasi ossessiva.

Quando Louis de Funès muore nel 1983, la Francia perde molto più di un attore comico. Perde uno specchio deformante ma fedelissimo, capace di riflettere vizi, paure e contraddizioni di un intero Paese. La sua eredità è ovunque: nel cinema, nella televisione, nel modo stesso in cui oggi concepiamo la comicità fisica come linguaggio universale. Molti lo hanno imitato, nessuno lo ha davvero eguagliato. Perché de Funès non faceva semplicemente ridere. Faceva esplodere ciò che normalmente si tenta di reprimere: la rabbia, l’invidia, il bisogno di controllo. E nel farlo, ci ricordava una verità semplice e spietata: il potere, quando si prende troppo sul serio, è sempre ridicolo.