A colloquio con la grande artista elvetica alla vigilia del debutto ticinese di gardiZERO
Quando pensiamo a Gardi Hutter, nel nostro Paese andiamo tutti a Giovanna d’ArPpo, lo stralunato e tenero personaggio vestito di stracci, che affronta di volta in volta battaglie alla Don Chisciotte, tenendo il pubblico in equilibro tra le risate e i moti di tenerezza (e spronandolo, di volta in volta a una serie di riflessioni sulla società ), anche perché alla fine la protagonista muore sempre.
Oggi, però, Gardi Hutter, la grande comica con radici nella Svizzera tedesca ma residente da molti anni nel Mendrisiotto, dai suoi settantadue anni di esistenza, ritorna al pubblico con gardiZERO, uno spettacolo nuovo, in cui si ride, ma ci si confronta anche con grandi temi esistenziali.
Gardi Hutter, parliamo di gardiZERO, uno spettacolo nuovo e diverso, dove afferma di avere lavorato sul vuoto e sull’assenza.
Oggi ho 72 anni, e dopo quarantaquattro anni in cui ho interpretato Giovanna – personaggio che ha funzionato a meraviglia – mi ritrovo con una maschera che quasi mi comanda. Quando sono Giovanna devo comportarmi in un determinato modo e pensare secondo la sua logica. A un certo punto ho sentito il pericolo della ripetizione, e dunque la necessità di fare uno spettacolo nuovo, pur restando riconoscibile. Volevo scoprire anche quei lati che in tutti questi anni erano rimasti nascosti. Forse, per i fan di Giovanna all’inizio sarà straniante, ma li invito a lasciarsi sorprendere.
Ha dunque salutato la sua Giovanna?
Ho cominciato a occuparmi del tema del «lasciare andare»: avevo voglia di lasciare indietro un po’ di zavorre e pesi, per vedere cosa restava, per trovare l’essenza odierna. Chissà per quanto tempo lavorerò ancora, forse dieci anni o forse anche solo uno. Se continuo, è perché ho la fortuna di avere un mestiere bello, ma sono consapevole di avvicinarmi al finale. È per questo che insieme a Michael Vogel ci siamo confrontati con un vuoto che all’inizio reputavamo pericoloso.
E cosa ha visto in questo vuoto?
Noi viviamo nel vuoto e andiamo verso il vuoto, ne siamo circondati. A volte sono sorpresa di come viviamo la quotidianità , vittime dei nostri calendari e dei nostri impegni. Finiamo per dimenticare che siamo qui per poco tempo, e diamo più spazio al viavai quotidiano che non all’eterno sconosciuto intorno a noi. Ci sembra di sapere tutto, ma non sappiamo niente.
Perché vuole fare ridere?
Perché credo che la risata sia la cosa più intelligente che gli umani si siano inventati, è una conquista culturale. Quando non si riesce a risolvere qualcosa, subentra la risata. Il riso, in fondo, è nato di fronte alla morte, che non possiamo vincere. Sono molte le maschere arcaiche che hanno a che fare con la morte. Dei nove spettacoli che ho realizzato, in otto alla fine muoio, secondo il meccanismo del comico che capovolge la tragicità della morte. In questo nuovo spettacolo, invece, affronto la nascita.
E perché questo tema?
Perché, a differenza della morte, la nascita nel senso del parto, è stata affrontata molto poco nell’arte, sia in quella pittorica sia in quella scenica e filmica. La nascita, il primo atto decisivo di tutti noi, è rimasto nel buio artistico. Come, fra l’altro, gran parte della vita femminile.
È vero che con l’età arriva anche una certa libertà ?
Con l’età , se si matura bene, si diventa più liberi, non solo a livello ormonale. Non ci si deve più costruire una carriera, e ciò che dicono gli altri perde di importanza. Quando ho iniziato, non c’erano donne comiche, si era convinti che le donne facessero piangere, mentre gli uomini potessero fare ridere e questa cosa mi mandava in bestia… Mi sono battuta tanto affinché la situazione cambiasse, ma oggi vivo un grande senso di rilassamento.
Ci sono testimonianze di comicità femminile nel passato?
Esistevano delle comiche, ma dopo il Rinascimento ci si è sempre di più aspettati che il femminile fosse bello e dolce. La comicità però è aggressiva, deride, smaschera – e non è mai ideologica. Esagera i nostri difetti per fare divertire il pubblico, e il comico non può essere moralista.
Ha sempre voluto far ridere?
No, perché sono cresciuta senza teatro. Io non conoscevo questo mondo. Ma a vent’anni vi sono andata, quasi per ribellione.
Cosa fa ridere Gardi Hutter?
Per ridere ho bisogno dell’effetto sorpresa. Rido quando mi aspetto qualcosa e invece la battuta è un’altra. Trascorro molto tempo con i miei amici, e dalle nostre discussioni accese nascono sempre grandi risate. Dei grandi comici amo molto Chaplin e Buster Keaton, che sono stati i primi a fare delle storie lunghe.
Lei fa parte di una tradizione di personaggi comici che possiamo tranquillamente definire elvetici, per come hanno influenzato la nazione, pensiamo anche a Emil e Dimitri. Come sono i rapporti tra voi artisti? Lo humour svizzero esiste?
Tra colleghi c’è una bella atmosfera e un rapporto di stima. Cerchiamo sempre di vedere i nostri reciproci spettacoli. Negli anni Ottanta i teatri erano pieni di humour «muto», oggi sono rimasti solamente i Mummenschanz o la Familie Flöz, per il resto questo genere è un po’ scomparso. Si vedono soprattutto la figura dello stand-up comedian o della coppia di comici che parla. In Italia, fortunatamente, vedo che ci sono segnali di ritorno della clownerie.
Cosa ne pensa del politically correct nell’arte? Oggi si deve fare attenzione a molti più aspetti…
Credo sia importante prendere coscienza dell’inclusività , ma questa pulizia non deve portare a una «polizia della lingua». Sono cambiamenti lenti – rilassiamoci!
