La Svizzera rilancerà un’OSCE paralizzata?

by azione azione
4 Febbraio 2026

L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa è allo stremo, segnata da guerre, tensioni transatlantiche e sfiducia. Berna intende lavorare per favorire la riapertura dei canali diplomatici, promuovendo rispetto e cooperazione tra gli Stati

Non era mai sembrata una tranquilla passeggiata domenicale, ma dopo i recenti sviluppi internazionali, l’anno di presidenza svizzero dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) appare sempre più come la scalata di un ottomila himalayano in un giorno di cattivo tempo.

L’OSCE è la più grande organizzazione regionale di sicurezza al mondo, conta 57 Stati-membri, fra i quali Stati Uniti, Russia ed Ucraina. Va da Vancouver a Vladivostok. Nata in piena Guerra Fredda (nel 1975 a Helsinki) per ristabilire la fiducia fra i due Blocchi, il suo scopo dichiarato è la promozione della pace, della stabilità e della democrazia attraverso il dialogo politico e la collaborazione. A Vienna, dove l’organizzazione ha sede, le decisioni da sempre sono prese all’unanimità. Non stupirà dunque nessuno sapere che, dall’invasione russa dell’Ucraina, l’OSCE è un morto che cammina. Tutto è bloccato, l’ultimo budget condiviso e approvato risale al 2021.

L’occasione per recuperare un ruolo significativo

È in questa situazione di profonda crisi che alla Svizzera è stato chiesto di assumere per la terza volta – un fatto senza precedenti – la presidenza dell’OSCE. La Confederazione aveva già ricoperto questo ruolo nel 1996, quando il presidente federale era Flavio Cotti, e nel 2014 con Didier Burkhalter; quest’anno la responsabilità è toccata a Ignazio Cassis (nella foto).

Il compito principale del capo della diplomazia svizzera sarà quello di mantenere in vita l’organizzazione, il che significa prima di tutto mantenere a bordo Mosca e Washington. A dicembre, Sergej Lavrov e Marco Rubio non erano presenti alla conferenza ministeriale, segno della perdita di interesse dei rispettivi Paesi per l’OSCE. Per il Cremlino, l’organizzazione è diventata una sorta di estensione di Nato e Unione europea e delle loro politiche russofobe. Per la Casa Bianca si tratta dell’ennesima organizzazione internazionale giudicata eccessivamente burocratica e poco efficiente; per questo Washington chiede una riduzione del budget e una maggiore concentrazione sulle missioni dedicate alla pace e alla stabilità, anziché sulla trasformazione della vita politica interna dei Paesi membri. La Svizzera continua invece a credere nell’OSCE come piattaforma di dialogo, e il consigliere federale Cassis ha annunciato l’intenzione di recarsi a Mosca, Washington e Kiev. L’obiettivo è parlare con tutti, trasformare lo scontro in confronto e ridare centralità all’OSCE.

«L’erosione del multilateralismo non è irreversibile – scrive Cassis nel preambolo dell’opuscolo sull’anno di presidenza – possiamo ravvivarlo agendo con lucidità. Questo implica un ritorno ai fondamentali della nostra organizzazione: i principi di Helsinki». Principi che sono questi: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, rinuncia alla minaccia o all’uso della forza, composizione pacifica delle controversie, cooperazione e rispetto del diritto internazionale.

L’aggressività degli Stati Uniti

Forse le difficoltà dell’OSCE affondano le radici proprio nei principi su cui si basa: l’aggressione russa all’Ucraina li ha violati tutti, ma che dire degli Stati uniti del presidente Trump? Pensiamo a quanto successo nell’ultimo mese: la richiesta alla Danimarca di cedere la Groenlandia agli Stati Uniti, la minaccia di prendersela con la forza, i paventati dazi a chi non asseconda le mire del presidente e ancora gli attacchi agli alleati per le loro politiche ambientali, migratorie, e così via. Non sono anche queste violazioni dei principi su cui si fonda l’organizzazione? È immaginabile tornare a far funzionare un’istituzione basata sul consenso fra i suoi membri, quando a mancare sono rispetto e fiducia? Dopo quanto abbiamo visto e sentito al recente World Economic Forum di Davos? Uno «Trump-show» che ha fatto dire anche al sempre compassato Ignazio Cassis: «È stato inaccettabile». Eppure, si legge sempre nell’opuscolo del DFAE: «Quando la diplomazia sembra impossibile, diventa indispensabile». Indispensabile per far tacere le armi, indispensabile per riaprire un dialogo, coscienti che qualsiasi nuova architettura di sicurezza in Europa non può prescindere – volenti o nolenti – dal coinvolgimento delle due potenze, Russia e Usa.

E così, fra sforzi diplomatici e negoziati sui finanziamenti, la Svizzera dovrà far trovare l’OSCE pronta nell’attimo in cui ci sarà l’accordo per un cessate-il-fuoco in Ucraina. Quello sarà il momento in cui davvero l’organizzazione si giocherà il proprio futuro, afferma l’ambasciatore svizzero Thomas Greminger, segretario generale dal 2017 al 2020: «L’OSCE non gioca oggi alcun ruolo nella risoluzione del conflitto. Questo potrebbe però cambiare con la fine delle ostilità. Allora potrebbe ritrovare un ruolo significativo come fu il caso nel 2014». Allora, sotto la presidenza di Didier Burkhalter, venne infatti dispiegata nel Donbass una missione di monitoraggio del cessate-il-fuoco fra esercito e separatisti filorussi. Un’ambasciatrice svizzera, Heidi Tagliavini, svolse un ruolo decisivo nella mediazione tra le parti, che portò alla firma dei primi Accordi di Minsk; e l’organizzazione supervisionò le elezioni presidenziali e parlamentari. Prepararsi a rispondere a una simile missione è l’obiettivo finale di Ignazio Cassis e della Svizzera: per salvare l’OSCE e per dare una possibilità alla collaborazione fra gli Stati. Anche se oggi, nel nuovo ordine mondiale fondato sulla forza, tutto questo appare come un’utopia. Un mondo che ricorda sempre di più quello che diede vita all’OSCE cinquantun’anni fa: diviso in blocchi, spartito fra super potenze. E allora, chissà? Magari, nonostante il tempo avverso, la Svizzera – con la sua neutralità e la sua esperienza di mediazione – ci porterà se non in vetta, almeno fino al Campo 4 di questo Everest diplomatico, ridando un po’ di lustro all’organizzazione. Per un ritorno allo spirito di Helsinki ci vorrà invece ben più di un anno e ben più degli sforzi elvetici. Purtroppo.