Colpo critico: tre esperienze ludiche che riflettono sull’identità e i piccoli gesti della vita attraverso ricordi, immagini e cooperazione
Gli esseri umani sono segnati dal tempo: ogni giorno che passa inesorabilmente ci cambia, ci trasforma. Nel suo volume Un étranger avec, sous le bras, un livre de petit format (Gallimard, 1989) il poeta francese Edmond Jabès racconta una conversazione che mi fa sussultare, come per una puntura di spillo.
I protagonisti sono una nonna e un bambino. Jabès non fornisce dettagli, ma io immagino che il dialogo si svolga in un salotto dall’atmosfera ovattata. Da un’ampia finestra entra una luce morbida, che si posa sulle poltrone, sui soprammobili, sulla teiera e sulle tazzine di ceramica, sul frontespizio degli album di fotografie. Proprio da uno di questi album cade una fotografia che ritrae una bella ragazza.
– Nonna, chi è questa signora?
– Ma sono io, caro, sono io quando ero giovane.
– E adesso, chi è?
Jabès osserva che «in quell’“adesso, chi è?” risiede l’enigma di una vita». Ecco la puntura di spillo. La domanda candida del bambino mette a nudo lo scorrere del tempo: «E adesso, chi è?» La bella ragazza non c’è più, il bambino non la riconosce: era sua nonna, ma ai suoi occhi oggi sua nonna non è più quella persona. Dov’è finita dunque la ragazza? Davvero, questa è una domanda sconfinata.
L’arte, la letteratura, la filosofia da sempre approfondiscono l’«enigma» del tempo. E così fanno anche quelle manifestazioni di cultura spontanea, popolare, che sono i giochi. Nei giochi da tavolo contemporanei, che sono autoriali, ciò implica spesso un lavoro di narrazione, insieme a quello di escogitare delle regole. Prendiamo il caso di Au creux de ta main, un titolo di Timothée Decroix pubblicato da La Boîte de Jeu nel 2020.
Il gioco è indipendente dalla lingua e accoglie da 2 a 8 partecipanti per una durata di mezz’ora. Decroix scrive che il suo intento è quello di trasmettere i valori ricevuti da suo padre, «umorismo, follia e gentilezza, gioia di vivere e gusto dell’altro». Nella scatola ci sono cento «carte ricordo» che illustrano – con una serie di immagini disegnate da vari artisti – la vita di Léon, nato nel 1950. I giocatori si dividono in squadre di due persone: uno sarà la Nipote, l’altro il Nonno. L’idea è che sia la Nipote a narrare al Nonno un episodio della sua vita, per aiutarlo a ritrovare i ricordi.
Come avviene il tutto? Mentre il Nonno ha gli occhi chiusi, la Nipote descrive un’immagine costruendo una serie di esperienze tattili nel palmo della mano del Nonno stesso. Può usare un pezzo di panno, un gettone rotondo, dei piccoli cubi di plastica, una trottola o altri oggetti tridimensionali. Il Nonno infine riapre gli occhi ed esamina una serie di ricordi (cioè di immagini). Richiamando alla mente le sensazioni, dovrà riconoscere il ricordo giusto. Il pezzo di panno e il gettone rotondo, per esempio, possono evocare un asciugamano e un pomeriggio passato sulla spiaggia, quando Léon era un giovane padre e Léopoldine, la madre della Nipote, era ancora una bambina.
Nel 2022 è uscita La vie de Mei, un’espansione, con cinquanta «carte ricordo» legate a Mei, la moglie di Léon, cresciuta nella regione di Parigi con sua madre Wen, arrivata in Francia dall’estremo oriente. Anche senza fare una partita, soltanto scorrendo le carte del gioco base e dell’espansione, ci si può immergere nella vita di una famiglia: piccoli momenti della quotidianità, fatti minuti all’apparenza ma profondi e memorabili per chi li ha vissuti: l’esistenza di Léon è quella di tutti noi, intessuta di piccole cose, delusioni, brividi, momenti di sconforto e di felicità.
Un altro titolo che parte dal sentimento del tempo, in maniera però più astratta, è un grande successo del 2025: Take time, di Alexi Piovesan e Julien Prothière, pubblicato da Libellud. È un cooperativo in cui i partecipanti (da 2 a 4) devono disporre alcune carte intorno a un orologio. Naturalmente ci sono dei vincoli da seguire: è decisiva la capacità d’interpretare le mosse degli altri, cercando di capire le loro esigenze. Take time propone diversi orologi, con quaranta sfide evolutive che richiedono ai partecipanti un’intesa e una coordinazione sempre più efficaci.
Il tempo appare nei congegni degli orologi, come in Take time, o nella patina delle fotografie che narrano la vita di Léon. Il bello è che, nonostante i congegni che sminuzzano le ore delle nostre giornate (cellulari, sveglie, computer), il tempo rimane sorprendente e meraviglioso. Ho bene in mente il volto che aveva mia nonna a cento anni, ancora capace di stupori infantili. E guardo oggi quello di mia figlia che deve compierne tre e che, a volte, mi scruta con occhi provvisti di una saggezza centenaria. Questo è il mistero che chiamiamo vita.
