Nel «villaggio» norvegese più a nord dell’Europa settentrionale, l’inverno non è una stagione ma una condizione mentale fatta di buio, vento e resistenza quotidiana
La fila di manichini guarda con un sorriso incongruo le tonnellate di neve che un cielo buio come la pece scarica su uomini e case in un silenzio irreale. Loro almeno stanno al caldo in una vetrina, a differenza degli sparuti passanti che sfidano il vento ghiacciato delle notti invernali di Honningsvåg per raggiungere le deboli luci del Corner, l’unico locale aperto d’inverno in questo sperduto angolo del circolo polare artico norvegese. Un rassicurante faro psicologico di fronte al porto dove prima o poi incontri tutti quelli che vivono nella «Baia sotto la montagna», un semicerchio di case colorate accucciato ai piedi di una montagna che domina una baia dell’isola di Magerøya nel Circolo Polare Artico.
Qui tutto, dalla stazione di soccorso marittimo alla fabbrica del pesce, e al Corner ovviamente, è «il più a nord del mondo». Con un problema decisamente complicato, perché questo microscopico comune che comprende Capo Nord ha dovuto cedere il titolo di città più a nord del mondo alla vicina Hammerfest, decisamente più a sud ma registrata come città dal lontano 1789. Una gara che Honningsvåg pensava di avere vinto nel 1996 quando finalmente aveva raggiunto l’ambito status di città, ma già l’anno dopo un colpo basso legislativo aveva autorizzato a fregiarsi del titolo solo le città con oltre cinquemila abitanti. Ai poco più di duemila residenti sono rimasti lo status (che nessuno ha osato togliergli), la certezza granitica come le montagne che li circondano di essere i reali detentori del record, e il fegato di vivere in questa remota porta d’accesso al Finis Terrae più settentrionale d’Europa, Capo Nord.
In questa stagione – il sole non sorge da metà novembre a fine gennaio – ogni cosa, dalle lapidi del cimitero ai pescherecci ormeggiati al porto, viene continuamente inghiottita da un clima artico che può paralizzare in pochi minuti qualsiasi attività umana.
«L’inverno? A Honningsvåg è uno stato d’animo mentale» ride Trym Johansen in una mattina spazzata dal vento ghiacciato affacciandosi dal boccaporto del suo peschereccio con un pesce oversized che tiene amorevolmente in braccio come un bambino. «Vedi? Qui si pesca sempre qualcosa ma il problema sono i lunghi mesi di buio. Per chi è nato qui non sono un problema ma a me che sono originario delle isole Lofoten un po’ di disagio lo creano. In compenso il ritorno del sole mi ricarica di energia e la gente è più aperta grazie ai turisti che vengono a Capo Nord». Un nome molto più evocativo dell’originario Knyskanes, inventato nel 1553 dal capitano inglese Steven Borough che veleggiava sull’Edward Bonaventure in cerca del Passaggio a Nord-Est.
Poco più di un secolo dopo, nel 1664 è arrivato un sacerdote di Ravenna, Francesco Negri, primo turista ufficiale: «[…] Sono a Capo Nord, alla fine del mondo. Qui finisce anche la mia curiosità e, grazie a Dio, posso ritornare a casa soddisfatto» aveva scritto. Dopo di lui di turisti ne sono arrivati a milioni, a partire dalla prima comitiva organizzata nel 1875 dalla mitica agenzia britannica Cook.
Nel frattempo, marinai e pescatori inglesi, baschi e olandesi hanno continuato per secoli a frequentare il mare di Barents, uno dei più pescosi del mondo. Basta guardare i pescherecci in coda per scaricare al piccolo molo dello stabilimento della Nordvagen A/S. «Nei giorni buoni ne arrivano oltre sessanta, tieni presente che per ogni pescatore, e su quest’isola sono almeno centocinquanta, lavorano direttamente o indirettamente almeno sette persone» racconta soddisfatto Leif-Roger Nylund, il direttore, mentre intorno a lui operaie norvegesi, cambogiane e thailandesi riempiono a ritmi forsennati casse di merluzzi da spedire in tutta Europa.
A poche decine di metri un inquietante triangolo di lamiera verde emerge dalla neve, un’officina coperta che tutti chiamano la Cattedrale. «Ripariamo tutto, dai pescherecci ai frigoriferi, siamo come le patate, serviamo per qualsiasi uso perché in posti come questo bisogna sapersi arrangiare, soprattutto d’inverno» filosofeggia pragmaticamente Odd-Roar immerso nel suo regno di saldatrici, seghe e martelli.
Non riescono neanche a immaginarselo l’inverno di Honningsvåg gli oltre duecentomila turisti che ogni estate raggiungono le scogliere di Capo Nord, così due spagnoli, Gloria Palencia e José Mijares, si sono inventati un artico in miniatura dietro la porta di un negozio di souvenirs. «Hombre, noi facevamo le guide e ogni estate i turisti chiedevano sempre dov’è il ghiaccio. Chi arriva, soprattutto spagnoli e italiani, si aspetta un ambiente quasi artico perché siamo alla stessa latitudine di Groenlandia e Siberia, ma qui in estate non c’è neanche la neve così abbiamo deciso di reinventare ogni anno l’Artic Ice Bar, tutto di ghiaccio, un materiale fantastico. A me piace molto lo stile di vita norvegese, il contatto con la natura e gli sport invernali; però questa è un’isola difficile e remota» ammette José mentre scalpella con entusiasmo il nuovo bancone di ghiaccio dell’Ice Bar per la prossima stagione turistica. «Qui la strada è uno spazio vuoto anche in estate, la temperatura è più bassa che nel resto del Paese, e non parliamo del vento che non molla mai. Però è un buon posto per vivere, la chiave è avere un progetto, non chiudersi in casa, e soprattutto non lasciarsi troppo prendere dai pensieri».
Non deve essere facile in un posto che in questa stagione apre per poche ore, quelle tra l’arrivo e la partenza del traghetto postale, il leggendario Hurtigruten che collega i fiordi norvegesi, unico legame invernale con il resto del mondo oltre a un piccolo aeroplano. Per i rari turisti diretti a Capo Nord i 34 chilometri di strada vengono aperti per poche ore, meteo permettendo, per concedere a un piccolo convoglio di bus preceduto da grandi spazzaneve di raggiungere un nulla monocromatico di bianchi, grigi e azzurri.
È l’altopiano di Capo Nord che finisce davanti al grande mappamondo piantato all’estremità settentrionale del continente europeo, perché quella vera è il vicino e poco scenografico capo Knivskjellodden. Il tempo di fare qualche selfie poi tutti ripiegano verso il traghetto prima che meteo e buio annullino tempo e spazio, mentre Honningsvåg si rinchiude nel suo guscio di neve, ghiaccio e mare di cui solo i pescatori conoscono i segreti. Oltre al comandante di un grumo di lamiere che sprizza energia: «Orari, che cosa sono?» ride Magne Vikten indaffarato sulla plancia del RS Ulabrand, uno dei gioielli del Rednings Seiskapet, l’associazione norvegese dei soccorsi in mare. «Le emergenze qui sono continue e non possono aspettare in un mare duro come questo dove la sopravvivenza in acqua è al massimo di quindici minuti».
A bordo sono in quattro, con l’aria di chi affronta situazioni impossibili come una pratica da ufficio ma la vera paura, di cui nessuno parla volentieri, è quella di un disastro ecologico causato dal continuo traffico di navi russe che salpano dal vicino porto di Murmansk. «Un dato di fatto con cui dobbiamo convivere» ammette Vikten, per non parlare della tensione tra Nato e Russia e della crescente militarizzazione che minaccia il delicato equilibrio dell’ecosistema artico.
Con le difficoltà bisogna saperci convivere in questo angolo estremo d’Europa dove in un giorno d’inverno un peschereccio può affondare in porto per il peso della neve. Ole, per esempio, che dopo un incidente di pesca si è ritrovato con un uncino da pirata al posto di una mano, non ha battuto ciglio e ha costruito un paio di cottages in fondo a un fiordo che affitta ai turisti e adesso se la passa così bene che ogni inverno chiude casa e va a svernare in Spagna.
Storie di una Macondo (il villaggio immaginato da Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine) artica dalla doppia vita, distratto luogo di passaggio estivo per chi è diretto a Capo Nord che l’inverno trasforma in una ultima Thule di luci teatrali e notti ghiacciate.










