Raissa e la lenta conquista di Ostia

by azione azione
4 Febbraio 2026

[…segue] Invece sette anni dopo Raissa tornò a Roma. Sola, senza un soldo, annientata. Non era più la modella preferita e la musa dal volto arcobaleno del genio della Metafisica (come ne L’esprit de domination, 1927). Per De Chirico aveva abbandonato tutto – il marito, la famiglia, la danza, l’indipendenza economica, la realizzazione professionale. Ma già nel 1929 lui si era perdutamente innamorato di un’altra donna, e nel 1930, nemmeno un anno dopo il loro matrimonio, aveva conosciuto Isabella Pakszwer e l’aveva lasciata. «Perdendo lui perdetti tutto» – ha raccontato, ormai anziana, alla confidente che raccoglieva le sue memorie, nella casa di riposo in cui aveva dovuto ritirarsi. «Il mondo intellettuale che aveva creato attorno a me, il fascino inconfondibile della sua personalità. Perdevo il mondo nel quale ero vissuta accanto a lui e del quale anche io facevo parte (…) Come marito non valeva alcunché, come amante poco, ma ugualmente sono stata innamorata di lui tutta la vita, senza rimedio». Non riuscì mai a perdonarlo. Né lui lei (non le pagò gli alimenti finché non glielo ingiunse il tribunale, e ancora negli anni Settanta le fece causa per diffamazione e la vinse). La cancellò. Non le concesse neanche una parola nelle Memorie della mia vita (1945). Sono state altre donne (come Donatella Fagioli, Dora Grassi Oloms e Paola Olivanti), a ricostruire la sua biografia cancellata.

Nell’agosto del 1933, Raissa si presentò dall’archeologo Guido Calza: il critico d’arte Waldemar Georges l’aveva incaricata di chiedergli il permesso di studiare, e poi pubblicare sulla rivista che dirigeva, «Les formes», le pitture della necropoli dell’Isola Sacra, appena scoperta da Calza. L’affascinante signora – che conosceva il francese, l’inglese, il tedesco e il russo – parlava un italiano bizzarro, ma non era una sprovveduta. A Parigi aveva studiato archeologia all’École del Louvre. Il soprintendente – che aveva vissuto solo per Ostia antica, alla cui riscoperta, valorizzazione e protezione lavorava fin dal 1912 – probabilmente non aveva mai incontrato una donna simile. Le diede subito il permesso di studiare e pubblicare i dipinti, ma le chiese anche di fermarsi a Ostia per fargli da assistente. Raissa accettò.

Fu con Calza, che ne era responsabile e direttore, negli anni entusiasmanti dei nuovi scavi in quartieri e settori inesplorati della città (1938-42). Senza laurea, sminuita come una specie di dilettante, era entrata nel mondo dell’archeologia da precaria: con contratti da «salariata giornaliera», e poi «temporanea», rinnovati di anno in anno fino al 1939, quando le leggi razziali imposero il suo licenziamento. Tuttavia la sua memoria visiva, la competenza, l’erudizione, la capacità analitica e l’abilità di attribuire i pezzi frammentari delle statue, e ricomporle, la resero indispensabile (nel dopoguerra fu reintegrata e rimase a vivere e lavorare a Ostia antica: a lei si deve il riallestimento del museo).

Per anni, fotografò e documentò i ritrovamenti, identificò e catalogò le statue: e poi le salvò dalla guerra e dai bombardamenti, seppellendole sotto la sabbia. La relazione professionale divenne anche sentimentale. Ma Raissa Gurevič, Krol’, Lork, De Chirico, divenne la signora Calza solo nel 1946, dopo l’annullamento del matrimonio col pittore, poco prima della morte di Guido. Leggendo il suo trattato sull’iconografia della statuaria romana imperiale e i saggi sulla nuova Igea, o i ritratti greci e romani – firmati Calza – nessuno può immaginare quale storia tortuosa e drammatica l’avesse condotta a Ostia.

Nella città perduta dell’antica Roma, abbandonata e sepolta nel fango sulle rive del Tevere, a pochi chilometri dal mare, fra le dee, le imperatrici e le matrone defunte, mute presenze marmoree di una civiltà tramontata, Raissa figlia di Samujl, ebrea, ucraina, apolide, berlinese, parigina, poi italiana, trovò la sua vera patria. A Ostia antica, nella cappella di sant’Ercolano, accanto a Guido Calza, è stata sepolta nel 1979. La biblioteca oggi porta il suo nome.