Netflix: "The Diplomat" racconta non solo crisi e negoziazioni, ma ciò che potrebbe davvero accadere quando le regole non bastano
Dicono che difetti in credibilità, la serie The Diplomat, e che è molto fiction e poco realtà. E se invece normalizzasse solo ciò che dovrebbe restare indicibile?
Cerchiamo di spiegarci: se non avessero compresso tutto in uno o due personaggi velocizzando le decisioni e accelerando le scene, e se non avessero drammatizzato così tanto, forse, più che una serie «politica» l’intero girato sarebbe diventato un «problema politico» perché, a quel punto, lo spettatore avrebbe dovuto iniziare ad ammettere che la stabilità internazionale potrebbe dipendere spesso da persone non controllabili, non elettive e non completamente leali.
È questa, in fondo, la lieve, persistente inquietudine che ci ha permesso di godere della serie Netflix creata da Debora Cahn, giunta alla sua terza stagione. Un piacere che non ha a che fare soltanto con l’intreccio, con la tensione sempre al massimo o con l’evidente qualità della scrittura, per tacere della bravura recitativa degli attori, ma con il sospetto, mai del tutto smentito, che ciò che viene messo in scena non sia un’invenzione arbitraria, ma una variabile di verità resa presentabile dal racconto, cioè una realtà mascherata da fiction: (da wiki: «Durante la fase di sviluppo della serie, durata circa due anni, sono stati intervistati degli esperti del servizio diplomatico e militare e sono stati coinvolti come consulenti anche i funzionari della sicurezza nazionale e della politica estera degli Stati Uniti»).

Keri Russell nei panni di Kate Wyler (Liam Daniel/NETFLIX)
The Diplomat racconta di fatto la storia di un’ambasciatrice americana a Londra costretta suo malgrado a fare politica non più sul campo ma in giacca e cravatta (non ama tanto i vestitini, ed è contraria a molte convenzioni frivole). Affiancata da un marito apparentemente geniale ma che agisce anche al limite dell’incoscienza – il quale diventerà (spoiler) addirittura vicepresidente americano – Keri Russell nei panni di Kate Wyler affronterà crisi internazionali, ma anche personali, sguazzando tra segreti, alleanze e decisioni che potrebbero cambiare equilibri globali e rapporti diplomatici. Insomma, in ballo c’è il mondo, con tutte le sue polveriere.
Il successo della serie – premi importanti, diverse candidature ai Golden Globe, e grande consenso critico – non è dovuto solo al brivido da thriller. E non stupisce che Netflix abbia già messo in gestazione una quarta stagione, segno che questa narrazione del potere, così ambigua e nervosa, intercetta qualcosa di profondamente contemporaneo, e non dovrebbe nemmeno servire a dirlo data l’attuale situazione geopolitica mondiale.
Eppure c’è chi liquida The Diplomat come serie poco realistica, e lo fa di solito, appigliandosi a una visione delle maglie politiche rallentate da procedure, lungaggini, dai passaggi obbligati e dalle catene di comando che – dicono – renderebbero impossibile una tale concentrazione di potere nelle mani di un’ambasciatrice, per quanto straordinaria e nonostante il genio del marito… Ed è vero: se ci si fermasse alla superficie delle regole, la serie apparirebbe forzata, talvolta persino implausibile. Ma proprio qui sta il punto cieco della critica più rassicurante: confondere il piano normativo con quello operativo trascura ciò che potrebbe accadere al di fuori dei protocolli, senza che ci sia documentazione pubblica a certificarlo.
The Diplomat sembra invece interrogarsi su ciò che accade quando le regole non bastano, quando l’urgenza, la paura dell’escalation o la necessità di guadagnare tempo spingono il sistema a servirsi di scorciatoie, zone d’ombra, figure capaci di muoversi al limite – o poco più in là – del mandato ufficiale. Non afferma che sia sempre così, né che debba esserlo. Suggerisce, più prudentemente, che potrebbe accadere. E che forse accade più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Mettendo in crisi molti più valori che non siano solo quelli legati ai principi di ordine burocratico.
In questo senso, la serie non racconta tanto la diplomazia quanto il suo retroscena, la cosiddetta Realpolitik: l’uso e l’abuso dell’informazione, seduzioni e personalismi, imbrogli, segreti, omissioni strategiche, ambiguità, giochi di potere, pressioni con minacce e ricatti politici, negoziazioni ufficiose, e tutte quelle decisioni prese in nome di un bene superiore che nessuno ha il tempo – o il coraggio – di definire fino in fondo. Il tutto mandato avanti da imbarazzanti reticenze, colpi di scena e riflessioni polivalenti, in un susseguirsi di immagini rette da mezze frasi e discorsi a metà magistralmente montati per sottrazione: le scene chiave vengono spesso manipolate per assenza, e interrotte non per creare suspence ma per confondere. Scene colmate solo in seguito da flashback che non chiariscono del tutto, ma spostano l’asse del giudizio. Un mandare avanti la storia che produce tensione, certo, ma soprattutto costruisce una morale instabile: un apparente errore può rivelarsi una necessità, una mossa geniale può trasformarsi in un abuso.
Quel che resta in chi guarda The Diplomat, infatti, è un incredibile sentimento misto tra giusto e sbagliato, tra necessario e inaudito; immedesimandoci nei protagonisti che vivono in questa costante dicotomia, alla fine non si riesce facilmente a capire «che cosa avremmo fatto noi al posto loro», restando da una parte con un senso di colpa e dall’altro con un profondo rispetto per chi si trova a dover prendere certe decisioni, senza più sentire il bisogno né di smascherare un colpevole, né di assolverlo. Tutto resta sospeso, come dovrebbe forse restare ogni discorso serio sul potere. E il dubbio finale – che la serie si guarda bene dal risolvere – è il più destabilizzante: se ciò che vediamo ci sembra esagerato, non sarà perché siamo abituati a non vedere?
