Donald Trump dichiara la fine del sistema internazionale forgiato da regole comuni mentre Berna rimane a guardare
«Questa è la diplomazia», «Non commentiamo i discorsi degli altri». Parole pronunciate dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, interpellato mercoledì scorso, dopo avere incontrato per quindici minuti Donald Trump al Forum economico di Davos. Frasi accondiscendenti, destinate a far discutere ben oltre i giorni dell’appuntamento annuale in terra grigionese. In gioco c’erano – e ci sono ancora – il ruolo della Svizzera in un contesto geopolitico in tumultuosa evoluzione e pure il rispetto dovuto al nostro Paese, anche se a prendere la parola, con toni decisamente sprezzanti, è stato proprio lui, Donald Trump. Ma andiamo con ordine.
Il vertice di Davos, d’alta quota e d’alto lignaggio, ha saputo quest’anno superare sé stesso, per lo scoppiettante susseguirsi di conferenze e incontri, in un climax ascendente culminato mercoledì scorso nel lungo discorso di Trump al mondo intero. Una sorta di vangelo laico secondo «The Donald» che ha scosso le fondamenta dell’ordine mondiale e fatto definitivamente capire, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, che siamo davvero arrivati al capolinea degli equilibri geopolitici scaturiti dalla caduta del Muro di Berlino. Il mondo è ormai giunto ai titoli di coda di quella che il primo ministro canadese Mark Carney, anche lui intervenuto a Davos, ha chiamato una «confortevole illusione, basata su un ordine internazionale forgiato da regole comuni». Per il premier di Ottawa non è il momento di rimpiangere il passato, occorre guardare avanti e immaginare nuove forme di collaborazione tra Stati. «Non siamo in una transizione, ma dentro una rottura dell’ordine costituito», ha affermato ancora Carney.
Accordo doganale vero e proprio
Il problema sta nel fatto che nessuno oggi ha un’idea vincente su come comporre questa frattura. E così la parola, e gli ordini, spettano al più forte. Nel suo discorso a Davos l’inquilino della Casa Bianca se l’è presa un po’ con tutti, con l’Unione europea, con la Nato, con Emmanuel Macron, con la Groenlandia, «un pezzo di ghiaccio di cui gli Stati Uniti hanno assolutamente bisogno», con le politiche energetiche «verdi». Anche la Svizzera è finita nel suo mirino, e con essa la presidente della Confederazione dell’anno scorso. Agli occhi di Trump, Karin Keller-Sutter si è resa colpevole di aver voluto difendere il nostro Paese dai dazi commerciali Usa. In mondovisione il presidente americano ha parlato vagamente di una donna, «molto aggressiva», «una premier», l’ha imitata con una vocina femminile e ha concluso dicendo che tutto questo lo aveva irritato, «mi ha dato sui nervi», a tal punto che stava per imporre dei dazi al 70%. Ma poi il presidente ci ha pensato su un attimo e si è detto che non voleva rovinare la nostra economia perché in fondo «la Svizzera senza gli Usa non sarebbe la Svizzera». Un’offesa a tutti gli effetti nei confronti del nostro Paese e della stessa KKS, già sbeffeggiata l’anno scorso.
Chi si aspettava una reazione perlomeno ferma da parte del Consiglio federale si è dovuto presto rassegnare davanti al più classico pragmatismo elvetico. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin, interrogato sull’accaduto dopo aver incontrato Trump, si è limitato a dire che da parte svizzera non è stata fatta nessuna puntualizzazione al presidente degli Stati Uniti. Si è incassato il colpo in un composto silenzio perché, così Parmelin, «questa è la diplomazia». In un secondo tempo Trump ha definito la nostra ministra delle finanze «una tipa forte» e così lo stesso Parmelin se n’è uscito con un elogio: «Davos non sarebbe Davos senza il presidente degli Stati Uniti». Questa volta non c’erano imprenditori svizzeri d’alto rango e neppure Rolex o lingotti, ma a Trump è stato di fatto permesso di fare gli onori e soprattutto i disonori di casa, senza che dal Governo federale ci fosse una reazione perlomeno franca nei suoi confronti.
I prezzi dei farmaci
Il motivo principale è presto detto: dal novembre scorso la Svizzera è riuscita strappare dei dazi al 15% ma deve ora negoziare con gli Stati Uniti un accordo doganale vero e proprio. E poi c’è anche tutta la questione dei prezzi dei farmaci, con Trump intenzionato a chiedere, o a imporre, degli sconti in favore del mercato a stelle e strisce. Un contesto in cui oltre alla portata dei dazi verrà data molta attenzione alle possibili concessioni che il nostro Paese sarà chiamato ad accettare. Per il Consiglio federale non è il momento di risposte franche e schiette, c’è il rischio che Trump torni a far uso dei dazi, uno strumento che lui stesso ha definito «splendido».
A Davos, la settimana scorsa, c’era anche il ministro degli esteri Ignazio Cassis, pure lui ha incontrato il presidente americano. Interpellato dalla stampa ha affermato, ma solo il giorno dopo il colloquio con Trump, che è «inaccettabile venir trattati in questo modo. Non è toccato solo alla Svizzera, ma questa non è una consolazione». Sull’incontro-scontro con Trump si sono espressi anche diversi parlamentari, c’è chi si limita a dire che più di quel tanto non si può fare e chi invece lamenta una mancanza di coraggio da parte del Consiglio federale, anche nel richiamare il presidente Usa al rispetto del diritto internazionale nei vari contesti in cui si muove. Basti pensare al Venezuela, alla Groenlandia, al centro ora di un negoziato con la Nato e con la Danimarca, o ancora alla drammatica situazione in Ucraina e nella striscia di Gaza.
Contesti di crisi che hanno portato Trump a dar vita, con una cerimonia ufficiale che si è svolta proprio a Davos, a un cosiddetto Board of peace, un Consiglio per la pace, una sorta di alternativa trumpiana alle Nazioni Unite. Un’entità di fatto privata a cui anche la Svizzera è stata invitata a prendere parte. E qui per il nostro Paese e per la sua neutralità si apre un altro immenso dilemma: aderire o meno a questo organismo? Per il momento risposta non c’è, ma stando a quanto riportato dalla «NZZ» c’è una certezza: «You are lost in transition». È quanto hanno fatto notare diversi leader del Sud del mondo allo stesso Cassis: «Siete persi nella transizione». O per dirla con lo stesso ministro ticinese: «Dobbiamo accettare che molto di ciò che succede non è chiaro». Con una consolazione: non siamo gli unici a dover trovare nuovi equilibri nel nuovo mondo di «The Donald».
