Cosa guida le azioni del presidente americano
Donald Trump è personalità peculiare. Ma sarebbe errato classificarlo caso patologico che per capricci astrali si è trovato due volte eletto alla presidenza degli Usa, nel 2016 e nel 2024, con in mezzo un fallito colpo di Stato. C’è coerenza nel suo disegno. Tratto che tende a sfuggire a chi si concentra sulle sue discutibili maniere e sul linguaggio volgare. Proviamo a tracciare il suo profilo a partire dal contesto di cui è espressione e nel quale agisce con la palese intenzione di lasciare un segno destinato a durare nei secoli. Trump esprime al massimo grado la privatizzazione dello Stato americano, meglio noto come «Governo federale». Termine che per i cittadini a stelle e strisce indica qualcosa da cui tenersi il più lontano possibile. Gli Usa sono un Paese fondato sulla libertà individuale, sulla way of life che garantisce la massima distanza possibile fra istituzioni e individui. Sono la potenza meno politicizzata della storia e vorrebbero restarlo.
Sicché alla fine della Guerra fredda, causata dal suicidio dell’Urss non da una vittoriosa offensiva americana, il cittadino medio considerava aprirsi la stagione del dividendo della pace. Nulla di tutto questo. Dal settembre 2001 all’agosto 2021 – fuga dall’Afghanistan – Washington ha gestito guerre prive di senso strategico ma molto costose, non ultimo sotto il profilo del morale nazionale. Fallimentare l’ambiziosa missione progressista, tipica dei democratici, per cui occorreva americanizzare il mondo, a cominciare dalla Cina. Semmai si è mondializzata l’America. Nel doppio senso di aprirsi a milioni di immigrati non tutti assimilabili e di dislocare le produzioni industriali altrove, salvo importare enormi quantità di merci. Deindustrializzazione, impoverimento delle classi medie e crescente tensione sociale sono il lascito dei liberal. Trump ha ereditato il disastro e si è intestato il precetto di rifare grande l’America. Come?
Cambiando strategia
Anzitutto cambiando strategia. Niente più globalizzazione né guerre in giro per il pianeta. Come dettato dalla recente strategia per la sicurezza nazionale, l’egemonia globale dell’impero americano – battezzata «ordine fondato sulle regole», s’intende le proprie – non è possibile né desiderabile. La priorità è reindustrializzare l’economia, anche per ridurre l’enorme debito federale, correggere il deficit commerciale, riportare a casa posti di lavoro e rendere più omogenea dunque più coesa la popolazione. Obiettivi che Trump sta perseguendo con spigliata indifferenza per le regole e per la stessa Costituzione, giusto il principio che conta solo la sua «moralità ». Sul piano geopolitico si è aperta una nuova epoca. I principali riferimenti sono economici. Si tratta di portare a casa le risorse tecnologiche e umane necessarie a ricucire il tessuto industriale del Paese, anche per impedire che a impossessarsene sia il rivale cinese. L’avventuroso rapimento di Maduro aveva, fra l’altro, questo senso. Così come il pressing sulla Danimarca per mettere le mani sul «bel pezzo di ghiaccio» chiamato Groenlandia. Dove Trump si gioca gli equilibri strategici nell’Artico. Sottotesto: i ghiacci groenlandesi sono ideali per collocarvi decine di data center, necessari per sviluppare l’AI. Nella logica del deal conta l’imprevedibilità . Postura da pokerista che incontra i suoi limiti. Dopo aver promesso di prendersi l’isola danese se necessario con la forza, Trump ha dovuto smentirsi perché la reazione dei mercati rischiava di produrre un maremoto globale.
E qui occorre introdurre un’altra decisiva caratteristica del trumpismo: l’alleanza di convenienza reciproca fra il presidente e gli ipermiliardari del Big Tech, Musk in testa. Fondamentale il patto per convogliare risorse private e statali sullo sviluppo dell’AI. Perché la misura dei rapporti con la Cina non è data da Taiwan ma da chi dominerà questa nuova vetta tecnologica. In tale mania del deal è esclusa la guerra alla Cina o alla Russia. L’America, fra l’altro, non avrebbe le risorse per sostenerla. Ma una volta esclusa l’egemonia globale, non resta che la spartizione del pianeta in sfere di influenza, come da antica prassi. Ciascuno a partire dal proprio spazio, che Trump identifica con il «suo» Continente, la Panamerica ovvero Emisfero occidentale. Senza perciò perdere di vista il resto del pianeta, ma evitando di sovraesporre la Nazione in così profonda crisi.
Interesse personale
Non ultimo fattore, l’interesse privato. Trump sta arricchendosi nei campi più diversi, dall’energia alle criptovalute, dai minerali al settore immobiliare. Intorno a lui un impero di famiglia, gestito attraverso il figlio Donald jr., il genero Jared Kushner e l’amico Steve Witkoff. Quando costoro parlano con Putin o altri leader, cinesi compresi, si concentrano sugli aspetti affaristici, assai più che sulle questioni geopolitico-strategiche. La rendita da speculazioni da criptovalute nell’ultimo anno si aggira sul miliardo e mezzo di dollari. Il valore della Trump Organization, suo brand di famiglia, è stimato intorno ai 7 miliardi, almeno nella parte visibile. Non è la prima volta che un presidente degli Usa usa la sua carica per affari privati (ultimo caso Biden), mai però di queste dimensioni e in modo così palese. La storia dirà se questo picco sarà l’eccezione o invece la nuova normalità al vertice di una Nazione dove la separazione fra pubblico e privato pare superata. In nome della «moralità » del presidente.
