Uno su mille ce la fa (anche in Ticino)

by azione azione
26 Gennaio 2026

Storie di giovani in fuga dalla guerra e dai soprusi, tra lingue nuove da imparare, esperienze terribili e respingimenti difficili da capire

Victoria ha 25 anni. Li ha compiuti il 1. gennaio scorso. Victoria è di Homs (Siria). È da lì che è partita, per il Ticino, cinque anni fa. Nove anni prima, il giorno di Natale del 2011, conobbe la guerra. «Fu in quel giorno che tutto quello che era stato il nostro mondo cominciò a crollare. La nostra casa – racconta – era nel mirino sia dei soldati sia dei ribelli. Era in posizione strategica ed essendo una delle più alte permetteva di tener d’occhio la situazione della città vecchia. In pochi giorni ad Homs arrivarono molti stranieri: alcuni appoggiavano l’esercito, altri i ribelli. Intanto molti nostri concittadini cominciavano a fuggire. Il 9 gennaio del 2012, mio padre decise che ce ne saremmo andati anche noi. Saremmo andati in campagna». Lei e i suoi familiari avrebbero dovuto star lontani da casa solo pochi giorni. Tornarono ad Homs dopo più di quattro anni. Della città che avevano lasciato restava solo il ricordo, ma tutti insieme decisero di ricominciare riprendendo in mano le loro vite.

Victoria, dal Ticino all’Olanda

Grazie a una serie di coincidenze fortunate, quattro anni dopo Victoria poté arrivare in Ticino, e grazie all’impegno dell’associazione Amici dell’Accademia di architettura iscriversi e frequentare la facoltà di Architettura di Mendrisio. Qui, a giugno 2025, ha conseguito il master, ma… senza un posto di lavoro il permesso B che le garantiva di poter soggiornare in Svizzera, sarebbe scaduto il 20 dicembre. Gli ultimi mesi, per Victoria, sono stati una corsa contro il tempo. Obiettivo: raggiungere Khudhur in Olanda, l’uomo che è diventato suo marito e che, come lei, ha conosciuto la guerra da bambino, ma… in Iraq. Viaggi a Parigi, a Berna, corsi intensivi di olandese, tutto per ottenere quel visto di Paese terzo – la Svizzera – e quel via libera – del Consolato olandese – che avrebbe consentito alla siriana Victoria di vivere a Sneek, città della Frisia. Victoria ce l’ha fatta. Il 25 dicembre 2025 ha festeggiato il primo Natale nella sua nuova famiglia. Papà e mamma, invece, sono rimasti ad Homs. Hanno il passaporto, ma… è un «passaporto debole» o, come segnala Wikipedia, è un passaporto «classificato tra i meno potenti, che limita fortemente la libertà di viaggio». Proprio per questo, il 24 aprile a Sneek, quando Victoria e Khudhur si sposeranno in chiesa, loro – papà e mamma – non ci saranno. Non ci sarà neppure suo fratello che, per lavoro, si è trasferito a Dubai.

Yldiz, Zelal e Yekta

Yldiz (il suo nome significa Stella), ha 18 anni ed è curda. Tre anni fa, con i genitori e tre fratelli, è giunta in Ticino da un villaggio della Turchia non lontano dal confine iracheno dov’era nata e cresciuta, ma dove la famiglia non avrebbe più potuto condurre una vita normale. Il papà aveva, infatti, rifiutato di prestare servizio nell’esercito turco e per lui, dopo il licenziamento dal posto di lavoro, il futuro parlava solo di reclusione. Così, venduta la casa per pagare il viaggio, tutta la famiglia era partita per la Svizzera. La domanda d’asilo, presentata regolarmente, è stata respinta lo scorso mese di novembre. Pure respinto il ricorso interposto da SOS Ticino. Yldiz e i suoi familiari verranno perciò espulsi e rimandati in Turchia, considerato «Paese sicuro» (ma – e lo si legge chiaramente nel sito del DFAE – solo per i turisti «relativamente sicuro nelle grandi città come Istanbul e nelle aree turistiche classiche»). Yldiz, al secondo anno di pre-tirocinio, con la negazione dell’asilo ha dovuto sospendere l’apprendistato che non ha più il diritto di seguire. «Sono stanca. Molto stanca – confessa Yldiz a chi le sta accanto all’ospedale dov’è stata ricoverata dopo aver tentato un gesto estremo – . Non c’è un posto per me nel mondo».

E pare che di posto non ce ne sia nemmeno per Zelal e Yekta (21 e 20 anni) e per i loro familiari – papà, mamma e fratellino – anch’essi curdi, richiedenti l’asilo in Ticino dove risiedono – e si sono integrati – da quattro anni. La loro storia ha avuto ampia eco sui media grazie al fatto che, oltre all’appoggio dei compagni di scuola di Zelal – allieva del CSIA (Centro scolastico per le Industrie artistiche) – e di Yekta – apprendista elettricista – , hanno potuto contare su un atto parlamentare sottoscritto da 23 deputati che hanno chiesto al Consiglio di Stato che sorella e fratello potessero almeno concludere il percorso scolastico. Ma… il Consiglio di Stato ha detto no e perciò la conclusione è la medesima. Espulsione verso la Turchia dove, ad attendere il padre, c’è la prigione.

Francine Rosenbaum invita ad interrogarsi

E ci sono tante altre storie simili che si potrebbero raccontare. Una, quella di Israr, ragazzino afghano giunto in Svizzera dopo aver viaggiato, da solo, dal Pakistan fino alla Serbia, l’ha raccontata Francine Rosenbaum, specializzata in terapia etnoclinica e famigliare, nel libro Mon nom signifie «le secret» (La Route de la Soie – Éditions). C’è, in questo libro, una frase chiave: «Niente e nessuno esiste se prima non ha avuto un nome». Riconoscere l’altro: un passo imprescindibile per una società davvero accogliente. A Francine Rosenbaum, che collabora da anni con Mendrisiotto Regione Aperta e, per motivi diversi, è entrata in contatto con tutti i protagonisti delle tre storie alle quali abbiamo accennato, abbiamo chiesto se pensa sia possibile e opportuno mutare le procedure in vigore. Sorride: «Certo. Basterebbe cambiare le leggi. Per farlo è però necessario conoscere non solo le procedure, ma anche le conseguenze che le stesse provocano non solo sulle famiglie rifiutate e cacciate, ma anche su tutte le persone che avevano stretto rapporti e legami con loro. Penso, in particolare, ai compagni di scuola, ai docenti e ai vicini di casa. Occorre interrogarsi in modo chiaro e onesto sul “quanto” e sul “se” queste procedure rispecchiano il nostro modo di sentire e di essere. Poi sarebbe interessante anche sapere quali sono i vantaggi che trae il Ticino dal negare scuola e formazione a questi ragazzi, costringendo i loro genitori, in attesa dell’espulsione, all’inattività con un’umiliante elemosina. Occorre interrogarsi su quale sia il reale beneficio che queste espulsioni hanno per il nostro Paese. Rispetto agli anni Sessanta, anni nei quali lavoravo a Neuchâtel, trovo che la Svizzera abbia compiuto importanti passi indietro. Tutti noi abbiamo fatto retromarcia. È anche per questo che penso che rispondere a questi interrogativi sia un passo indispensabile per coltivare comprensione piuttosto che allontanamento e per mettere in discussione una politica che ostacola la possibilità di coltivare legami e rispettare le persone che cercano di mettere in salvo le proprie vite».

L’esperienza di Tesfit alla Biblioteca cantonale

Tra coloro che hanno cercato di mettere in salvo la propria vita c’è anche Tesfit Angosom. Oggi ha 25 anni, ma in Ticino ci arrivò, minorenne non accompagnato proveniente dall’Eritrea dopo un viaggio di 7 anni, nel 2015. Fu Viviana Viri, a raccontare la sua storia sul «Corriere del Ticino» (Il lungo viaggio di Tesfai, un bimbo tra i migranti, 22.09.2015). Che fine ha fatto? Grazie alla responsabile della Biblioteca cantonale di Lugano, Barbara Robbiani, scopriamo che Tesfai è Tesfit. Lui ha svolto l’apprendistato in biblioteca e ora, dopo aver conseguito il diploma di addetto alla logistica CFP, è alla ricerca di un’occupazione. «La nostra Biblioteca – spiega Robbiani – è un ambiente inclusivo e accogliente, che valorizza la diversità e promuove l’integrazione e la conoscenza reciproca. Dal 2019, grazie alla collaborazione con organi, istituzioni e associazioni, il nostro Istituto ha ampliato l’offerta di stages orientativi e di apprendistati anche a giovani rifugiati. Le sfide comprendono barriere linguistiche e culturali, traumi e esperienze difficili, che sono spesso pesanti fardelli per questi giovani. È importante essere pazienti, flessibili e supportivi: a livello pratico abbiamo lavorato tanto ad esempio sul miglioramento della lingua italiana e sulla conoscenza del territorio. Spesso per questi giovani siamo diventati un punto di riferimento, non solo per le questioni scolastiche e lavorative. Vi è poi da rilevare che si è da subito creato un bell’ambiente di scambio e ascolto anche con gli altri nostri apprendisti. Il risultato? L’ amicizia reciproca, l’integrazione e la conclusione con particolare successo dei rispettivi percorsi formativi che le persone hanno portato a termine con risultati eccellenti. Un’esperienza che intendiamo ripetere».