Nel loro libro "Il Ticino nella Storia" Rosario Talarico e Gianni Tavarini propongono un’utile sintesi del nostro passato
Se comparata al vasto mondo, la Svizzera italiana è un posto abbastanza piccolo, attraverso il quale però è passata tanta gente. Un angolino minuscolo del pianeta Terra sul quale le grandi leggi della storia, le dinamiche politiche e culturali, le tensioni economiche e quelle sociali, persino i fenomeni meteorologici, hanno inciso profondamente, sempre in relazione con chi stava al di fuori dei nostri ristretti confini: la Svizzera transalpina, la «vicina» Italia, l’Europa. Citofonare Napoleone, se qualcuno avesse ancora dubbi in proposito. La globalizzazione non è infatti un’invenzione del XX secolo e chi studia la storia, anche quella locale e localissima, lo sa. Non c’è forse insegnamento più prezioso di questo, mi dico, rigirandomi tra le mani il bel volume che Rosario Talarico e Gianni Tavarini – non senza prendersi qualche rischio – hanno deciso di dedicare al passato del Canton Ticino. Il titolo, con quella preposizione articolata e quella «S» maiuscola che campeggiano significativamente sulla copertina (Il Ticino nella Storia), è dei più azzeccati.
Lo sforzo di sintesi, che ha l’ambizione di concentrare in poche pagine mezzo migliaio di anni di storia, è forse il maggiore merito di questo libro, assieme ai ricchi apparati iconografici e statistici e al fatto che la narrazione non si interrompe come per magia a 40 o 50 anni da noi, come si fa spesso, abbandonando il lettore in un punto imprecisato del secondo Novecento, ma arriva quasi a sfiorarci: ci sono la nascita dell’USI (1996), lo sciopero delle Officine di Bellinzona (2008), la chiusura forzata del centro autogestito all’ex Macello (2021). Una storia insomma che parla di noi, mettendo in relazione fenomeni anche molto lontani con la quotidianità dei nostri giorni tormentati. Posso immaginare che, soprattutto in ambito scolastico, una simile pubblicazione possa rivelarsi preziosa. Ma poiché mi sono messo in mente di scrivere una recensione e non soltanto un elogio, mi permetterò alcune considerazioni. Una nuova storia del Ticino non può fare a meno, infatti, di suscitare un po’ di dibattito (mi meraviglierei del contrario).
Il volume, intanto, è suddiviso in due parti: la prima, in sei capitoli, si snoda lungo un arco che va dall’inizio del XVI secolo all’altro ieri. Un’impostazione quindi strettamente cronologica, intervallata soltanto da alcune schede dedicate al sogno di una capitale cantonale sul Monte Ceneri, alla presenza di volontari ticinesi nella guerra civile spagnola (1936-39), al Piano Wahlen, ai sindacati o alla Scuola Magistrale di Locarno.

La seconda parte è invece concepita per grandi temi, con affondi interessanti – e molto ben condotti – su demografia, stato sociale, sanità, trasporti, scuola, questione femminile e ruolo dei media. Ne esce l’affresco composito di un Ticino in movimento, sottoposto a lente ma continue trasformazioni (alcune buone, altre meno) e fratello di tante alte realtà del mondo occidentale, con in più la peculiarità di essere il Sonderfall italofono, e perciò minoritario, del più grande Sonderfall elvetico. Gli autori non nascondono la loro formazione politica e culturale attenta soprattutto ai fenomeni sociali, mettendo a frutto alcune loro ricerche assieme alla bibliografia più aggiornata sui vari argomenti, dalla ben nota storia del Ticino curata da Raffaello Ceschi, a studi tematici firmati da Nelly Valsangiacomo, Pompeo Macaluso, Oscar Mazzoleni, Danilo Baratti, Marco Marcacci, Orazio Martinetti, Luigi Lorenzetti, Elio Venturelli (per citarne soltanto alcuni).
Se confrontata alla seconda, decisamente originale e approfondita, la prima parte del libro (quella cronologica) mi pare sì utile, ma non altrettanto rigorosa né innovativa. Spinti dal desiderio di arrivare presto a parlare di noi, del nostro tempo, del Novecento che ha posto le basi del Ticino di oggi, gli autori trascorrono velocemente sull’epoca dei baliaggi e sul XIX secolo, non senza incertezze su alcune datazioni (ad esempio sugli albori della presenza cappuccina), riproponendo qualche stanco stereotipo per puntare l’attenzione su temi oramai usurati: dal vuoto politico e istituzionale alla caccia alle streghe, dall’arretratezza culturale al mito (un po’ acritico) delle rivoluzioni liberali di metà Ottocento. Ho insomma l’impressione che, specie per l’epoca più antica, non sia stata messa veramente a frutto tutta la bibliografia disponibile: penso almeno allo studio di Marco Schnyder sulle élite dei borghi di Lugano e Mendrisio durante l’Ancien Régime, o a quello di Francesca Chiesi sugli scambi economici e culturali tra Valle Maggia e Germania attraverso le esperienze della famiglia Pedrazzini (due Premi Migros, tra l’altro, pubblicati da Casagrande nel 2011 e nel 2019).
Più in generale, la pubblicazione di un’opera così meritoria avrebbe potuto rappresentare un’occasione per fare il punto su tutta la storiografia recente dedicata alla Svizzera italiana, che nel libro si trova solo parzialmente e sparpagliata qui e là, non però riassunta in un adeguato elenco. Il lettore che voglia approfondire è così costretto a una piccola caccia al tesoro, a volte frustrata dal non riuscire a trovare le fonti primarie. La questione non è di lana caprina se penso alla principale destinazione del libro, cioè la scuola: poter andare a colpo sicuro, senza troppi intermediari, al documento antico e all’archivio nel quale questo si conserva, mi pare oggi tanto più importante, perché il mondo digitale ci illude che tutto sia sempre sullo stesso piano, immediatamente disponibile e, in fondo, indifferente. Tolto questo piccolo inciampo metodologico, il libro è di quelli che dovrebbero stare sugli scaffali – per chi ancora li usa – di ogni casa della Svizzera italiana.
