Mette Frederiksen: la forza pragmatica del Nord

by azione azione
26 Gennaio 2026

Potentissime: un ritratto della premier danese, dalla sua linea dura sull’immigrazione ai contrasti con Trump sulla Groenlandia

Mette Frederiksen (nella foto) non deve il suo successo politico – perdurante, ancora robusto – all’essere una che non alza i toni. Anzi: la premier danese, alle prese con le brame trumpiane sulla Groenlandia, ha dovuto forzare la sua natura per non infiammare una situazione già incandescente con una superpotenza, laddove lei guida una Nazione da 6 milioni di abitanti appena, e per mandare avanti leader più forti di lei, da Emmanuel Macron a Keir Starmer, a fare la voce grossa. Le parole più nette le aveva dette a inizio gennaio, «se gli Stati Uniti scelgono di attaccare militarmente un altro Paese Nato, finisce tutto, inclusa la Nato e quindi la sicurezza creata dalla fine della Seconda guerra mondiale», poi ha prevalso il pragmatismo, suo marchio di fabbrica.

Sarà solo il tempo a dire se il primo sospiro di sollievo tirato a Davos – niente intervento, soluzione concordata con la Nato su tutto tranne la sovranità dell’isolona artica – avrà una durata nel volatile universo trumpiano e di tutti è proprio Frederiksen a doversi preoccupare di più: i danesi la vogliono ferma sul dossier, pagherebbe caro qualunque cedimento sul territorio autonomo della Groenlandia a favore dell’alleato storico americano, il cui voltafaccia ha portato a un corto circuito cognitivo nel Paese. Copenaghen, da sempre europeista più che tiepida, ha invece dimostrato una lealtà storica assoluta verso Washington, e il Paese ancora piange i suoi caduti in Afghanistan: 43, in proporzione tantissimi.

Inizio col botto

La socialdemocratica Frederiksen è abituata alle crisi, anzi di solito le enfatizza. Appena eletta nel 2019 a 41 anni, se l’è vista subito con il Covid, su cui è stata tra i primi a imporre un lockdown, salvo poi far sterminare in maniera piuttosto arbitraria 17 milioni di visioni per paura di una possibile mutazione del coronavirus. Poi è arrivata la crisi energetica, seguita dall’invasione dell’Ucraina, su cui è sempre stata molto chiara: la minaccia russa è reale, le spese in difesa vanno aumentate e l’Ue deve emanciparsi dagli Stati Uniti, arrivando all’indipendenza militare nel 2030. Il fatto che da un anno a questa parte sia alle prese con un rischio di guerra non solo immaginario con gli Stati Uniti dà una certa gravitas alla sua posizione, espressa durante il semestre di presidenza Ue con il plauso della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Per Frederiksen, con Putin che parla di pace di giorno e bombarda di notte, esiste un rischio concreto che dopo Kiev ci sia un nuovo obiettivo.

La comunicazione della leader è dura, diretta, scarna, pare che nel linguaggio comune sia ormai entrato quel «lev med det», una sorta di «adeguatevi» con cui risponde alle richieste di chiarimento sulle sue politiche. Seconda personalità politica più influente d’Europa (2026) secondo «Politico» – il primo è Donald Trump – è molto seguita fuori dai confini danesi perché è una delle poche leader di sinistra ancora in piedi, anche se, o forse proprio perché, sull’immigrazione ha una linea talmente rigida che non sfigurerebbe in un programma di destra: stretta sugli arrivi e sulle richieste di asilo, da processare in Paesi terzi e non in Danimarca, enfasi sull’integrazione e la coesione, rimpatri anche verso Paesi come la Siria. Un modello «detenere e deportare» che ha ispirato sia l’Italia, dove Giorgia Meloni la chiama «la mia amica Mette», che il Regno Unito, ma che in patria non piace sempre, anzi. Alle ultime elezioni di novembre il suo partito ha perso per la prima volta in 123 anni il controllo di Copenaghen a favore del Partito socialista del popolo, decisamente più a sinistra, e degli eco-socialisti. La sua opposizione è tutta lì, tra chi non si accontenta delle sue posizioni sullo stato sociale per considerarla una vera socialdemocratica. Accuse alle quali risponde dicendo che sono le fasce più deboli che pagano il prezzo più alto per l’immigrazione, e che il suo compito è tutelarle.

Guida femminile

Però la sua formula funziona, è influente. Se i leader europei cambiano, lei resta, e la sua coalizione centrista è meno friabile di quella di altre capitali. Il Regno di Danimarca è abituato ad essere guidato da donne, prima di Frederiksen c’è stata Helle Thorning-Schmidt, «che ha reso le cose molto più facili per me», e per lungo tempo sul trono c’è stata la regina Margrethe II, con l’aura di normalità e di vicinanza alla gente che il Paese si aspetta dai propri potenti e che la premier incarna. Lei viene da una famiglia di lavoratori, non borghese, dello Jutland, con un padre sindacalista che l’ha iniziata alla politica, sua passione fin dall’infanzia. Ha vissuto un anno in Kenya, è stata eletta a 24 anni quando aveva già un figlio, si è laureata in studi africani, il suo secondo marito è un regista noto, Bo Tengberg, ha comprato un rudere in campagna da ristrutturare, ovviamente ama le serie tv danesi con tutto il soft power che hanno regalato al Paese, soprattutto quando si tratta di premier donne come la Birgitte Nyborg di «Borgen». Che in un episodio che sembrava un po’ campato in aria, doveva vedersela con una crisi della Groenlandia molto simile a quella vera, concreta, attuale.