Il turismo internazionale è molto volatile. Al primo segno di incertezza, subito abbandona una destinazione; dopotutto le alternative non mancano mai e si può sempre rimandare a tempi migliori. Un caso particolarmente interessante è quello degli Stati Uniti nell’era Trump. Negli ultimi anni gli Usa hanno riscosso grande interesse, che siano i grattacieli di Manhattan, le montagne del Vermont, la vita notturna di Las Vegas, le spiagge delle Hawaii, i grandi parchi o Disneyland. Nel 2024 hanno accolto oltre 70 milioni di visitatori dall’estero (1 su 20 su scala globale), per una spesa complessiva intorno ai 180 miliardi di dollari, contribuendo ai 15 milioni di posti di lavoro creati dal turismo (U.S. Travel Association).
Invece nel 2025, dopo l’elezione di Trump, diverse fonti hanno segnalato un calo degli arrivi e delle entrate. Secondo stime del World Travel & Tourism Council (WTTC), nel 2025 gli Stati Uniti avrebbero perso 4,5 milioni di arrivi internazionali rispetto all’anno prima e 12,5 miliardi di dollari di spesa: 11 milioni di camere d’albergo sono rimaste invendute. In un periodo di crescita esplosiva del turismo mondiale, di fatto gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo in calo: tra gli altri New York -5% e Las Vegas -7%; ma la ritirata più netta è arrivata dal Canada – tradizionale cliente di mete balneari come l’assolata Key West in Florida – con -26% da quando Trump suggerì per la prima volta di fare del vicino a nord il 51° Stato dell’Unione.
Geoff Freeman, presidente e amministratore delegato di U.S. Travel Association, ha archiviato il 2025 «tra gli anni più deludenti che abbiamo affrontato». Oltretutto i viaggiatori americani all’estero, molto numerosi, spendono più di chi visita il loro Paese, causando un deficit della bilancia turistica di 70 miliardi di dollari (nel 2019 si registrò invece un attivo di 51 miliardi). Entro il 2030 la Cina, la grande rivale, potrebbe superare gli Stati Uniti come principale mercato turistico mondiale. Anche perché, tra i numerosi enti azzoppati con radicali tagli del budget, c’è Brand USA, l’organizzazione di marketing che promuove il turismo internazionale verso gli Stati Uniti.
Del resto il nuovo presidente e la sua amministrazione hanno diffuso malcontento a piene mani: hanno imposto pesanti dazi a storici alleati, minacciato ripetutamente di annettere il Canada e la Groenlandia, trattenuto turisti alla frontiera per lunghi controlli ai visti, proposto di esaminare i profili social dei turisti stranieri prima di consentire loro l’ingresso. Ecco perché un tacito boicottaggio dei viaggi verso gli Stati Uniti è già in corso. Poco meno della metà dei turisti (sondaggio Skift) lo scorso anno ha dichiarato di essere meno propenso a visitare gli Stati Uniti a causa di Trump.
Inoltre la politica di Trump influenza anche il turismo verso altre destinazioni. Nei primi giorni del 2026 il governo statunitense ha condotto attacchi aerei a Caracas e ha catturato il presidente Nicolás Maduro; ha riaperto pressanti colloqui per acquisire la Groenlandia; ha sfidato Cuba, Iran, Colombia e Messico. E ovviamente i turisti si tengono alla larga da tutti questi presenti o possibili teatri di guerra. Per esempio a Cuba c’è stato un impatto negativo sul turismo quando Trump ha descritto il Paese caraibico come «pronto a crollare» dopo la cattura di Maduro. Entrano in gioco anche meccanismi tecnici. Quando ci sono tensioni internazionali, i ministeri degli affari esteri sconsigliano un certo viaggio; da quel momento vengono meno le coperture assicurative e quindi la stessa possibilità di programmare un viaggio organizzato. Solo in casi eccezionali, per esempio la Groenlandia, una volta passata la crisi il Paese potrebbe beneficiare della pubblicità involontaria e del supporto internazionale alla sua causa.
Per tutte queste ragioni, il 2026 sarà un anno decisivo. Per cominciare si celebra il 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza del 1776, con eventi lungo tutto l’anno sino al culmine a Filadelfia il 4 luglio, là dove tutto cominciò quando le tredici colonie si separarono dalla Gran Bretagna. Sempre nel 2026 ricorrono i cent’anni dell’iconica Route 66, il simbolo del viaggio americano on the road. Infine gli Stati Uniti ospiteranno i Mondiali di calcio 2026 (FIFA World Cup), insieme a Canada e Messico, ma con ben 78 partite negli Usa rispetto alle 13 assegnate al Messico e altrettante al Canada. Sempre che qualcuno non buchi il pallone.