L’insostenibile tristezza del comico

by azione azione
26 Gennaio 2026

Graphic novel biografiche: la vicenda agrodolce dell’immortale Buster Keaton rivive in un romanzo a fumetti di grande spessore

Nella storia della cultura popolare esistono da sempre, per motivi perlopiù imperscrutabili, alcune «gerarchie» e graduatorie alle quali il grande pubblico sembra abituato a uniformarsi al punto da farne veri e propri luoghi comuni, universalmente rispettati da tutti. Tra essi, uno dei casi che più hanno sempre irritato chi scrive è quello che vede un genio assoluto come il comico americano Buster Keaton (1895-1966) sistematicamente ignorato davanti a nomi più celebri e blasonati, su tutti Charlie Chaplin. Eppure, sottovalutare l’apporto di Keaton al cinema significa dimenticare l’importanza dei cosiddetti «anni formativi» della settima arte – quel magico periodo a cavallo tra gli anni Dieci e Trenta, a cui dobbiamo più di qualche opera seminale. Prima del cinema, la comicità negli spettacoli di vaudeville prevede

Nella storia della cultura popolare esistono da sempre, per motivi perlopiù imperscrutabili, alcune «gerarchie» e graduatorie alle quali il grande pubblico sembra abituato a uniformarsi al punto da farne veri e propri luoghi comuni, universalmente rispettati da tutti. Tra essi, uno dei casi che più hanno sempre irritato chi scrive è quello che vede un genio assoluto come il comico americano Buster Keaton (1895-1966) sistematicamente ignorato davanti a nomi più celebri e blasonati, su tutti Charlie Chaplin.

Eppure, sottovalutare l’apporto di Keaton al cinema significa dimenticare l’importanza dei cosiddetti «anni formativi» della settima arte – quel magico periodo a cavallo tra gli anni Dieci e Trenta, a cui dobbiamo più di qualche opera seminale.

Prima del cinema, la comicità negli spettacoli di vaudeville prevedeva il maltrattamento del comico come meccanismo scenico

Una lacuna che oggi appare in parte colmata dalla recente pubblicazione di Buster, corposa graphic novel tutta italiana firmata da Andrea Fontana ai testi e Ilaria Palleschi ai disegni e data alle stampe dalla Tunué, una delle molte realtà editoriali dedite all’arte del fumetto emerse in anni recenti nella vicina penisola. Il punto di vista che gli autori prediligono in quest’opera vede infatti Keaton rappresentato come una sorta di eroe tragico, terribilmente segnato dalle esperienze vissute e impegnato a trovare un modo per continuare, nonostante tutto, a vivere; una parabola esistenziale che lo vide intraprendere la carriera artistica fin da bambino, quando, ad appena tre anni, accompagnava i genitori nei loro spettacoli di vaudeville attraverso l’America, imparando come sopportare senza danni lo stress fisico di un certo tipo di comicità, la quale tendeva a suscitare la risata tramite il «maltrattamento» del malcapitato di turno – in questo caso il giovanissimo Buster.

Tuttavia, una «gavetta» tanto dura avrebbe anche insegnato a Keaton come esprimere tutte le sfumature di una forma di comicità ben più raffinata, che in seguito gli permise di diventare uno dei più geniali cineasti del genere, dirigendo e interpretando capolavori assoluti quali The General, Sherlock Jr. e The Cameraman. Dietro la macchina da presa, Keaton avrebbe così mostrato una profonda intelligenza artistica, nonché una conoscenza dei ritmi narrativi e cinematografici a dir poco all’avanguardia, proponendo film irresistibili e moderni, che lo vedevano di volta in volta nei panni dell’ingenuo e sognatore outsider di turno, protagonista di avventure allo stesso tempo buffe e toccanti, nelle quali si trovava a misurarsi con un mondo che non poteva capirlo.

Non solo: il marchio di fabbrica di Buster sarebbe diventato la sua espressione triste e riflessiva, caratterizzata da quell’apparente incapacità a sorridere che gli valse il soprannome di «Stoneface Keaton», rendendolo inconfondibile. Così, sebbene in quegli stessi anni Chaplin stesse cambiando per sempre il cinema, a modo suo Buster stava inventando un suo genere personale e ugualmente rivoluzionario, inseguendo una visione – un sogno, in effetti – destinato a spezzarsi con l’avvento del cinema sonoro: un cataclisma dal quale Keaton non riuscì mai a riprendersi, soprattutto a causa della perdita della propria indipendenza creativa a opera della MGM, casa di produzione alla cui fortuna aveva contribuito e che lo avrebbe licenziato nel 1933.

Proprio sul contrasto lacerante tra i fasti di una vita artistica caratterizzata da successo e genialità e la terribile caduta che ne seguì si focalizza l’intensa graphic novel di Fontana e Palleschi: nell’arco di ben 150 tavole, il lettore si ritrova così calato nella vita di un uomo d’immenso talento, caratterizzato da una semplicità e bontà disarmanti e, forse proprio per questo, destinato a ritrovarsi vittima dello star system. Il declino della propria carriera artistica avrebbe infatti portato con sé, per Buster, la discesa nell’alcolismo (dipendenza all’epoca considerata alla stregua di una malattia mentale, al punto da valergli il ricovero in un ospedale psichiatrico), il divorzio dalla moglie e la separazione dai due figli, fino ad arrivare alla perdita totale di qualsiasi status sociale e finanziario.

Eppure, proseguendo nella lettura di questo volume, diviene chiaro come Buster rappresenti, in realtà, il racconto di una rinascita: benché sarebbe stato lecito aspettarsi che la vicenda di Keaton rappresentasse soltanto l’ennesimo esempio di come una figura di spessore possa essere «masticata e sputata» dal tritacarne hollywoodiano, nella loro graphic novel Fontana e Palleschi ci mostrano invece un uomo in grado di risorgere dalle proprie ceneri anche nel momento più buio, proprio come uno dei protagonisti dei suoi film. Ecco quindi che, nella seconda parte della sua vita, un Keaton più amaro e riflessivo riuscirà a reinventarsi pressoché da zero, partecipando in età matura a nuove avventure quali la televisione, il cinema d’avanguardia e di serie B e perfino il circo, anche grazie all’amore leale e sincero della seconda moglie Eleanor.

L’impatto emotivo di questa toccante vicenda è tale da riuscire perfino a trascendere quello che potrebbe definirsi come l’unico, vero limite dell’opera – ovvero, il fatto che il codice espressivo prescelto non sembri del tutto in sintonia con il carattere della vicenda, la cui componente fortemente drammatica e introspettiva avrebbe forse richiesto uno stile di disegno più ibrido, dalle contaminazioni realistiche. Avendo gli autori scelto di concentrarsi invece su un tratto semplice e «fumettoso», un elemento fondamentale quale il viso altamente espressivo di Buster risulta a tratti troppo stilizzato per essere davvero credibile, il che diluisce in parte il potere evocativo della narrazione. Tuttavia, passato il primo momento di perplessità e una volta abituatisi allo stile a tratti quasi naif della Palleschi, il lettore riesce a immergersi completamente in questa struggente narrazione grafica, stabilendo subito un legame affettivo con un personaggio di fatto indimenticabile.

Perché forse, il vero obiettivo di questo tributo sentito quanto toccante a chi, in realtà, desiderava essere ricordato semplicemente come un buon intrattenitore, è quello di dimostrarci come, una volta tanto, una figura dall’animo gentile (e, per molti versi, totalmente indifesa) come «Stoneface Keaton» non sia necessariamente destinata a sparire tra le pieghe del tempo, ma possa, perfino all’ultimo momento, ricercare – e trovare – un meritato riscatto e rifugio dalla crudeltà del mondo, nonché un rinnovato senso di sé e del proprio ruolo.