Maschere per il presente

by azione azione
19 Gennaio 2026

Editoria: Guido Bosticco legge le attività umane del nostro tempo in Figure del possibile, dall’arte del comando al raccontoridotto a intrattenimento

L’antico e raffinato teatro zen giapponese Nō, prediletto dai samurai, è costruito sull’essenzialità: nessuna scenografia, gli attori indossano delle maschere scolpite in legno per nascondere ogni espressione del volto. I loro movimenti sono lenti e controllati, fortemente simbolici. A questi modelli pensavo leggendo l’ultimo libro del nostro collaboratore Guido Bosticco, Figure del possibile (Solferino editore).

Bosticco è solito raccontare i suoi viaggi per «Azione», ma nella vita è filosofo e comunicatore. In Figure del possibile allinea davanti a noi diversi tipi umani: il viandante, il condottiero, l’artigiano, lo straniero, il narratore. Sono maschere appunto, simboli, archetipi, modelli… Proprio per la loro purezza e astrazione, sono tutti e nessuno, raccontano ognuno di noi in qualche misura senza riferirsi a un individuo particolare.

L’autore riflette sulle diverse incarnazioni di queste figure nella prediletta filosofia, aprendo tuttavia anche alla storia, all’arte, alla letteratura, alla musica e a diversi altri punti di vista. Comincia il libro con il viandante, l’uomo che attraversa il mondo sforzandosi di interpretarlo, ma al tempo stesso lasciandosi sorprendere dalla sua varietà e complessità. E tuttavia, anche se l’autore spiega che «questo capitolo ha dato origine a tutto il libro. L’idea, la possibilità e il modo», la sua densità filosofica lo rende particolarmente astratto, al pari di quello dedicato allo straniero.

Più utile al lettore è invece il capitolo dedicato al condottiero; dove impariamo per esempio che nella nostra società non è più la figura carismatica e volitiva a intravedere chiaramente la direzione da percorrere e si pone alla testa del suo popolo. Anzi, nel nuovo millennio questo tipo umano sembra produrre figure tragiche e grottesche: Trump, Putin, Kim Jong-un. Al di fuori della politica, soprattutto nelle grandi imprese, sono cresciuti invece nuovi modelli di condottieri, capaci di suscitare idee ed energie anche restando un passo indietro (intelligenza collettiva), abili nel condividere il comando (leadership diffusa), nel connettere persone e pensieri diversi.

Altrettanto importante è il capitolo sull’artigiano. Se l’industria ha strappato l’umanità alla sua secolare povertà (un aspetto rivoluzionario che il libro non sottolinea forse abbastanza), è altrettanto vero che qualcosa si è perduto nel passaggio alla produzione in fabbrica. Infatti l’artigiano mantiene il controllo della materia che utilizza, e accentra in sé le conoscenze manuali e artistiche, in larga parte ereditate dalla tradizione, utilizzate per dare forma al prodotto. In questo modo l’oggetto finale è un’estensione della personalità del creatore, mentre l’industria – Marx insegna – rende l’operaio estraneo al lavoro. Nel trasformare il mondo, l’artigiano comprende e realizza il suo destino: «È un riportare l’agire umano all’unità di gesto e pensiero, di corpo e spirito, in completa sintonia con la materia, con la storia, con l’oggetto, con la comunità, con l’universo intero».

Se il Guido Bosticco filosofo è fortemente critico verso l’industria (e la finanza), il comunicatore è quasi angosciato per la situazione presente. Qualche anno fa ha pubblicato Come i social hanno ucciso la comunicazione (Guerini editore) e da allora non sembra aver cambiato opinione, a giudicare dal capitolo conclusivo di quest’ultimo libro dedicato alla figura del narratore.

In fondo, la caratteristica principale della nostra specie è la capacità di tramandare alle generazioni successive l’esperienza di quelle precedenti, così che non si debba sempre ripartire da capo e riscoprire, per esempio, il fuoco o la ruota. E non si tratta solo di conoscenze tecniche, ma anche spirituali e identitarie. «La narrazione è il fondamento sociale e nasce, in prima istanza, per rispondere alla domanda del perché esistiamo e siamo qui, noi e non altri, non altrove». Questo passaggio di conoscenze è avvenuto dapprima in forma orale poi con la scrittura. E in tutte le società passate, sin dai tempi più antichi, la figura dei narratori era quasi sacrale, fossero aedi, rapsodi, bardi, scaldi, menestrelli, trovatori, griot (l’elenco potrebbe continuare a lungo, con infinite varianti di una stessa funzione).

Oggi le diverse forme della narrazione – scrittori, giornalisti, cantautori, rapper, influencer – sono spesso relegate all’intrattenimento. E il racconto, piuttosto che dare senso alla realtà, sembra volersi sostituire a essa, tra storytelling e influencer. In particolare sui social media – spiega Bosticco – ogni gerarchia è dissolta e tutti sono narratori (o pensano di esserlo). Un’apparenza di democrazia che cela una sostanziale anarchia, una realtà informe dove semplificazioni e stereotipi prendono il posto della complessità, mentre l’abbondanza fluviale di racconti toglie loro ogni forza, costringendo i narratori a contendersi l’attenzione di una platea inquieta e distratta, sempre attratta da nuove sollecitazioni.

Si potrebbe continuare ma questi esempi forse bastano a inquadrare un libro singolare, apparentemente eccentrico, che tuttavia offre molti spunti utili per una riflessione sulla società contemporanea, sulla fatica e il privilegio di abitare questo nostro mondo.