Nel suo ultimo saggio Silvia Semenzin spiega perché non è possibile comprendere la tecnologia senza considerare il genere
Avviene ormai regolarmente di trovarsi coinvolte in una conversazione sull’intelligenza artificiale e rendersi conto che sono davvero in pochi ad avere le idee chiare non solo su come funzioni, ma se davvero essa avrà il potere di soppiantare l’intelligenza umana o se anche questa è una delle tante narrazioni con cui veniamo bombardati, senza riuscire a comprendere dove finisce la realtà e inizia la distopia. Leggendo il saggio di Silvia Semenzin: Internet non è un posto per femmine, in uscita in questi giorni per Einaudi, si prova al contrario la rara sensazione che qualcuna che sa le cose, e ne sa molte, si sia anche presa la briga di spiegarle ai profani che usano la rete magari in modo assiduo, ma senza conoscerne funzionamenti e storia.
Il titolo indica chiaramente che il focus di questo libro è il genere, del resto Semenzin scrive: «Non è possibile comprendere la tecnologia senza considerare il genere, né comprendere il genere senza riferirsi alla tecnologia». Questo testo, però, affronta la questione da un punto di vista prima storico e poi politico, a partire da una prospettiva in cui le tematiche della discriminazione e della violenza si inseriscono all’interno di un contesto più ampio, vale a dire il sistema socioeconomico di cui facciamo parte tutte e tutti.
Nei primi capitoli Semenzin ricorda come la programmazione in origine sia stata nelle mani delle donne: scopriamo allora che fu Ada Lovelace la prima persona a scrivere un algoritmo e Margaret Hamilton sviluppò il software che permise lo sbarco sulla Luna. Semenzin spiega, poi, che nel momento in cui la programmazione smise di essere considerata un lavoro da segretarie e ne venne intuito il potenziale economico e di potere, fu sottratta alle donne il cui lavoro e le cui scoperte subirono fenomeni di appropriazione indebita da parte di colleghi maschi, come è avvenuto in tutti gli altri ambiti del sapere, da quello scientifico a quello letterario.
Affrontata la questione delle origini del web, l’autrice passa a una analisi dei trend della rete oggi, a partire da un punto di vista molto chiaro, ribadito diverse volte nel corso del testo: «Il mito della neutralità algoritmica rimane uno dei pilastri invisibili dell’egemonia culturale della Silicon Valley che promuove l’idea di una tecnologia priva di ideologie e di conseguenza sottratta a controlli». Secondo Semenzin, si tratta di una grande scusa per permettere ai giganti del settore tecnologico di continuare a guadagnare somme di denaro spropositate, mentre al contrario il web è un ecosistema all’interno del quale è possibile portare avanti delle battaglie politiche per la diffusione di valori etici e di giustizia globali. Per farlo bisogna comprendere che anche la rete deve essere sottomessa al controllo della legge e lottare esattamente come è sempre accaduto nella storia dell’umanità per l’ottenimento di ogni tipo di diritti.
Nel web germoglia e dilaga una violenza contro le donne e i gruppi umani marginalizzati che non solo influisce sulle vite delle persone colpite, ma anche come modello di comportamento: «Gli algoritmi si aggiornano e apprendono a partire dalle preferenze degli utenti […] I contenuti sessisti e violenti generano tassi di engagement più alti». Ciò significa che la violenza che innerva la società e mantiene costantemente alto il numero di femminicidi, per esempio, circola anche nel web, ma lì trova terreno fertile per diffondersi senza controllo sotto forma di sentimento di rabbia condiviso e giustificato contro le donne.
Attraverso il testo di Semenzin riflettiamo non solo su fenomeni già portati alla ribalta dalla cronaca di diffusione senza consenso di immagini e video di donne del tutto ignare, come il gruppo fb «mia moglie», ma scopriamo numerose e popolatissime community di uomini ossessionati dall’odio contro le donne, che arrivano a difenderne gli assassini. I famigerati «incel» (involuntary celibate) sono solo la punta dell’iceberg.
Semenzin analizza poi come d’altro canto il cosiddetto ideale femminile promosso dalla rete sia inquietante, oscillando tra una ricerca del potere e del successo senza remore e una guerra tra sessi spesso vinta attraverso la gogna mediatica contro gli uomini. Un altro trend attuale vede invece ragazze che votano la loro esistenza alla skincare, alla forma fisica, al benessere, sostenendo un modello di donna che sa sottomettersi al proprio marito e dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli e della casa.
Questo libro, allora, non fa soltanto riflettere sul funzionamento della IA e dei social o sui margini di cambiamento possibili, a cui lei crede fermamente, ma anche sull’attuale dilagare in tutto il mondo del populismo, che si nutre proprio dei valori e degli stereotipi di genere vincenti sul web. E se la chiave per un’inversione di marcia fosse davvero portare la legge nel far west dell’online?
