L’idea di creare una sfera d’influenza dalla Groenlandia alla Patagonia è fallimentare
Interpretare la traiettoria geopolitica del pianeta in questa fase rivoluzionaria è esercizio davvero improbo. L’accelerazione degli eventi è tale da rimettere continuamente in questione le presunte verità acquisite. Pochi sono i parametri che sono riconosciuti vigenti dagli analisti. Uno su tutti: siamo in piena competizione fra grandi potenze intente a disegnarsi le rispettive sfere di influenza. Davvero? E che vuol dire? Anzitutto. Nella storia moderna e contemporanea – ma anche molto più indietro – la partita delle sfere di influenza o, in termini secchi, degli imperi è la norma. Non c’è nulla di eccezionale nel fatto che Stati Uniti, Cina e Russia, per citare solo gli attori principali, si contendano spazi materiali e immateriali con ogni mezzo lecito e illecito. L’eccezione, più apparente che reale, è stato il decennio del «momento unipolare», tra la fine dell’Urss e l’inizio della crisi americana (1991-2001), quando sembrava che gli Stati Uniti potessero dettare il gioco del mondo basato sulle regole (le proprie). Più che unipolare, quello è stato il tempo dell’arroganza di chi pensava di aver vinto la guerra fredda. Mentre erano stati i sovietici a suicidarsi e a far saltare il regime bipolare, asimmetrico, che consentiva all’America di legittimarsi guida dell’Occidente, a sua volta riferimento effettivo o potenziale dell’umanità .
In quel decennio, e forse per qualche anno di più, a Washington ci si illudeva che il mondo fosse destinato alla progressiva americanizzazione culturale, economica e politica. L’attentato alle Torri Gemelle e la decisione di Bush figlio di battere il sentiero infinito della guerra al terrorismo, per definizione invincibile, hanno provveduto a spazzar via quella ideologia. E a produrre quella profonda, forse irredimibile crisi di identità che sta mettendo in questione non solo il primato degli Usa sul mondo ma la stessa esistenza del Numero Uno nel mondo. Il fenomeno Trump esprime il brusco risveglio di un grande Paese che si immaginava solo in vetta al pianeta salvo sentirsi franare la terra sotto i piedi.
Oggi gli Stati Uniti stanno cercando di virare di 180 gradi. Con brutalità , operano in base al principio «mind your business». Fanno gli affari loro e accettano che anche altri lo facciano, contando sulla propria superiorità militare, economica e tecnologica. La priorità è rimettere in piedi l’industria, che vuol dire vincere la partita scientifico-tecnologica ma anche economica e militare centrata sull’intelligenza artificiale, sul quantum computing, sul dominio di spazio e ciberspazio. Contemporaneamente, di ricompattare la Nazione intorno agli antichi presunti valori americani, intesi tali, non universali. Per questo scopo politica e grande capitale – finanziario, industriale, tecnologico – hanno stretto un patto per assemblare le risorse disponibili e momentaneamente indisponibili (le altrui) allo scopo di ricostruire l’America sotto tutti i profili. Anzitutto quello morale, del sentimento nazionale, dell’orgoglio umiliato.
Per sfera di influenza americana si intende l’area dove gli Usa possono e vogliono controllare le risorse materiali e immateriali, umane e robotiche, identificata come Emisfero occidentale. Tradotto: Panamerica. Un solo Continente esteso dalla Groenlandia alla Patagonia, protetto dall’Atlantico e dal Pacifico. Dal quale espellere cinesi, russi e quanti altri vogliano interferire nel giardino di casa. Impresa titanica. Ma il solo fatto di averla avviata con il rapimento del presidente venezuelano, nella pretesa di governare il suo Paese dalla Casa Bianca, rende evidente il rischio quanto queste operazioni miranti a restaurare il prestigio del Numero Uno e a sfruttare a man salva le risorse locali siano esposte al fallimento.
Rispetto a Cina e Russia, nella sfida delle sfere di influenza – meglio, di dominio esterno – gli Stati Uniti partono avvantaggiati. Storia e geografia li disegnano al centro di un Continente privo di grandi potenze a nord e a sud, protetto dagli oceani a est e a ovest. Privilegio esorbitante che nessun impero europeo ha mai avuto. Resta il problema di fondo: come può un paese malato e spaccato, dove il presidente convoca i vertici delle Forze armate avvertendoli che l’avversario non è la Cina o la Russia ma «il nemico di dentro», ovvero lo pseudoamericano malpensante darsi una strategia e perseguirla nel tempo? La risposta implicita ma evidente: con un cambio di regime. Già in corso. Trump «governa» a prescindere dalla Costituzione e dalle buone maniere. Ma rischia di cadere in qualche trappola allestita dai suoi nemici domestici. Dallo Stato profondo.
Con la Russia impegnata nella guerra di Ucraina, dalla quale non uscirà trionfante fosse solo perché costretta ad appoggiarsi al suo nemico storico, la Cina, nella più strana delle coppie possibili, tutto sembra al momento giocare a favore dell’Impero del Centro, dominio del Partito/Stato retto dall’imperatore rosso Xi Jinping. Certo nemmeno gli indicatori di base della società , dell’economia e dello Stato cinese promettono bene, anzi. Ci sentiamo di poterne trarre che non solo il caos continuerà , che altri conflitti esploderanno e che difficilmente quelli in corso saranno sedati in tempi rapidi. Il clima è da guerra mondiale imminente. Catastrofe contro cui nessuno è vaccinato né attrezzato. Noi europei meno degli altri. Già Continente di imperi smisurati, l’Europa è sulla traiettoria che porta alle colonizzazioni. Altrui.
