Il Venezuela al bivio: trattare o resistere

by azione azione
12 Gennaio 2026

Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López diventa l’uomo chiave dopo la cattura di Nicolás Maduro. Washington osserva, l’apparato militare si muove nell’ombra e il Paese vive con l’incubo di passare di male in peggio

Al momento in cui Azione andava in stampa, tensione e un’innaturale quiete attraversavano le strade del centro di Caracas. Le vie appaiono svuotate, i negozi abbassano le serrande e pochi passanti si muovono in fretta, come se la città stesse trattenendo il respiro. Il frastuono dell’autostrada Francisco Fajardo si è spento. Le persone escono, fanno lunghe code nei supermercati e nelle farmacie per comprare provviste e medicine, ma si sbrigano a rientrare.

Il ruolo di Cuba

ll coprifuoco non c’è, ma è come se ci fosse. Nella capitale del Venezuela la popolazione preferisce aspettare a casa di capire quale sarà il prossimo futuro. «Abbiamo paura che da un momento all’altro qua scoppi la guerra civile, ci sono tante armi in città, se le tirano fuori tutti insieme è l’inferno», afferma Alicia T., grafica web quarantenne che non è scappata come tanti dei suoi amici e dei membri della famiglia perché ha tre figli piccoli e vuole continuare a pensare che possano crescere a Caracas e non altrove, da emigrati. «Se non ce la faccio a reggere il peso mia madre compra il biglietto per tutti e quattro per Buenos Aires. Ma io voglio restare, è casa nostra. Voglio mandare a scuola i miei figli, anche se non so cosa accadrà». Il futuro del Venezuela potrebbe seguire una transizione guidata dagli Stati Uniti (molto interessati alle ingenti risorse petrolifere del Paese), con un Governo provvisorio incaricato di ristabilire l’ordine e preparare nuove elezioni. Un secondo scenario vede il rischio concreto che l’esercito approfitti del vuoto di potere per assumere il controllo diretto. Resta la possibilità che l’opposizione democratica emerga come alternativa, anche se ostacolata da profonde resistenze interne.

I venezuelani, increduli, hanno guardato nella notte del 3 gennaio colonne di fumo alzarsi dalle installazioni militari bombardate, hanno visto elicotteri americani scendere su Caracas per andare a catturare Nicolás Maduro che in manette, in tribunale a New York, ha detto in spagnolo: «Continuo a essere il presidente costituzionale del Venezuela, sono innocente e sono stato sequestrato». Sbalorditi hanno sentito la vicepresidente Delcy Rodríguez – fedele a Maduro – dire che si offre di lavorare insieme agli Stati Uniti, poi hanno sentito Trump affermare che è troppo presto per parlare di elezioni in Venezuela, che di Caracas si occuperà lui e che Maria Corina Machado (Nobel per la pace presentata fino a ieri da Washington come la leader dell’opposizione) «ha troppo poco seguito per governare». Machado, lo ricordiamo, è la fondatrice del movimento liberale Vente Venezuela e da anni rappresenta la voce più netta contro il regime di Maduro.

Le forze armate immobili

I venezuelani, come detto, si aspettano di tutto e osservano con apprensione le forze armate, rimaste immobili durante la notte del blitz. Al centro dell’attenzione c’è il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, alla guida dei militari dal 2014: è lui che saprà per primo se il regime intende collaborare con gli Stati Uniti oppure no. Nato nel 1963, Padrino López è uno dei militari più longevi del nucleo duro del chavismo. La domanda principale a Caracas è se, sul lungo periodo, stia valutando una via d’uscita negoziata oppure preparando una resistenza. Anche se i suoi figli risiedono in Spagna, resta uno degli interlocutori abituali con Mosca, e questo gli conferisce un ruolo decisivo nella fase attuale.

Maduro, intanto, affronta la sua battaglia davanti alla giustizia americana, alle prese con un’imputazione già ridimensionata dal Dipartimento di Giustizia, che lo aveva accusato di essere il capo del cosiddetto Cartel de los soles: un’entità che non esiste come cartello strutturato della droga, ma è un’espressione nata in Venezuela prima del 2000 per indicare ufficiali corrotti coinvolti in traffici illeciti, richiamando i «soli» presenti sulle mostrine dei generali. Quando Delcy Rodríguez ha condannato la cattura di Maduro, lo ha fatto accompagnata dai due pilastri del regime: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e lo stesso Padrino López, a capo rispettivamente della polizia e dell’esercito. Gli Stati Uniti hanno inserito Cabello nel Narcotics Rewards Program, offrendo fino a 10 milioni di dollari per informazioni che portino al suo arresto.

Quel che è chiarissimo è che il 3 gennaio l’intero tessuto difensivo venezuelano è stato travolto: l’armamento russo, i sistemi di difesa di origine cinese e la rete di sicurezza cubana non hanno reagito all’operazione statunitense. L’attacco alle telecomunicazioni è stato così forte che, giorni dopo l’arresto di Maduro, l’esercito venezuelano risultava ancora in difficoltà nel ristabilire comunicazioni stabili. La presenza cubana resta il nodo diplomatico più sensibile. Da anni l’anello di sicurezza attorno a Maduro e gran parte dell’apparato di intelligence venezuelano sono influenzati o supportati da personale cubano. L’operazione statunitense ha quindi segnato un punto di rottura senza precedenti, aprendo un fronte delicatissimo nei rapporti tra Washington, Caracas e L’Avana. «Il regime è ancora in piedi, ma privo di difesa aerea e quasi isolato nelle comunicazioni: internet, radio e collegamenti militari funzionano a intermittenza, rendendo difficile qualsiasi coordinamento tra i comandi», diceva quattro giorni dopo l’attacco un militare venezuelano ritirato.

Tornando all’esercito. Il potere militare chavista ha forgiato la sua lealtà attraverso il controllo di settori economici strategici. Come a Cuba, dove il castrismo garantisce la fedeltà dei militari attraverso la gestione delle imprese turistiche e dei relativi circuiti paralleli, anche in Venezuela gli alti gradi dell’esercito hanno ottenuto il controllo dei flussi di dollari che entrano nel Paese. Le attività di import-export, così come lo sfruttamento – spesso illegale – delle risorse naturali, sono state affidate ai militari: dal contrabbando dell’oro alle miniere illegali di metalli preziosi. Cosa faranno adesso? Intanto i venezuelani rimasti continuano a chiedersi se il Paese passerà dal regime di Maduro a un sistema plasmato da Washington. Il timore esplicitato è che il nuovo equilibrio possa aprire la strada a un’altra forma di saccheggio, con i pilastri del regime trasformati in pedine di un gioco più grande. Che Caracas senza Maduro possa rivelarsi persino più instabile di Caracas con Maduro?