Schiacciati dal carovita

by azione azione
12 Gennaio 2026

Fuori l’America mostra i muscoli mentre in casa si arranca

Mentre la politica estera statunitense si fa sempre più aggressiva, dentro il Paese cresce il malessere e la sfiducia per un carovita che erode stipendi, risparmi e certezze. Entriamoci. Al Trader Joe’s di Wisconsin Avenue, Washington, la fila è lunga e paziente. Nel weekend i cittadini si mettono in coda per fare la spesa; qui, tra scaffali ordinati e musica soft rock, si misura lo stato dell’Unione molto meglio che nei sondaggi. Questa è la catena di supermercati hipster d’America con qualità accettabile e prezzi umani. Davanti a noi c’è Claire. Capelli biondi, sulla quarantina, impiegata in un ufficio del Comune. Abita a Glover Park, quartiere rassicurante, da middle class nel quadrante nord ovest della capitale. Nel carrello rosso che trascina sono stipati uova, latte scremato, riso, succo d’arancia, cereali, un avocado, broccoli, pomodori, qualche surgelato, tre grosse mele, pane in cassetta, burro e una bottiglia di pinot noir dell’Oregon. Sono le groceries di base. Di recente Donald Trump aveva definito questa parola come meravigliosa, il nocciolo duro della quotidianità dell’americano medio. Ma Claire non è d’accordo, per lei è diventata piuttosto un piccolo incubo settimanale. «Quasi settanta dollari – dice guardando i prodotti – e ho comprato poco e niente». Il presidente sostiene che il carovita sia una bufala dei democratici. Claire scrolla le spalle. «Vorrei che venisse a far compere con me, poi ne riparliamo».

Il blocco degli stipendi

Il problema non è solo l’aumento dei prezzi ma il blocco degli stipendi. Il salario di impiegata pubblica non è cresciuto e la sua difficoltà a far quadrare i conti è condivisa da milioni di persone per le quali «America First» dovrebbe significare soprattutto difesa del potere d’acquisto, non slogan. In questo contesto, la riscoperta dell’ottocentesca «Dottrina Monroe» (rielaborata da Trump nella versione «Donroe» per rivendicare la supremazia nell’emisfero occidentale e giustificare l’operazione militare in Venezuela) appare distante dalla vita quotidiana degli elettori. Ancora più astratte risultano le mire espansionistiche sulla Groenlandia. Per le persone come Claire conta più lo scontrino che il nuovo impero a stelle e strisce. Le stesse inquietudini attraversano anche il Partito repubblicano, che riconosce il rischio di un contraccolpo alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Nelle ultime settimane il tycoon ha rilanciato dichiarazioni tracotanti ed ottimiste sull’economia, presentandosi come «the affordability president», il presidente che difende l’accessibilità dei prezzi. I sondaggi raccontano però un’altra storia: il consenso di Trump sulla gestione economica è tra i più bassi del suo mandato, con una larga parte degli elettori che non percepisce miglioramenti concreti nel proprio potere d’acquisto. Eppure l’economia continua a crescere. Nel terzo trimestre del 2025 l’espansione è stata sostenuta soprattutto dai consumi e dalla spesa pubblica. Ma dietro i dati aggregati, la distanza tra numeri macroeconomici e vita quotidiana rimane ampia. i dati mostrano che crescita e benessere diffuso non coincidono sempre. Il Pil statunitense è volato oltre le attese, ma senza un boom dell’occupazione né un ritorno a un’inflazione sotto controllo.

Il ruolo dei dazi

Dopo mesi di apparente tregua, i prezzi tornano a muoversi verso l’alto, allontanandosi dal traguardo fissato dalla Federal Reserve. A spingerli sono anche i dazi, il cui costo le imprese scaricano a valle, sui consumatori. Intanto l’umore della classe media si deteriora. Secondo una recente rilevazione della CNN, il 61% della popolazione attribuisce alla «Trumponomics» un peggioramento delle condizioni economiche del Paese. Tra i fattori più citati c’è proprio l’effetto dei dazi: nel solo 2025, secondo stime indipendenti, una famiglia media ha sostenuto spese aggiuntive superiori ai mille dollari per l’aumento dei prezzi.

Il pacchetto su fisco e spesa pubblica varato dall’amministrazione promette rimborsi fiscali più generosi nel 2026 per milioni di contribuenti, ma comporta anche una stretta su «Medicaid», il programma sanitario federale per le fasce più fragili (persone a basso reddito, anziani e disabili), con il rischio di lasciare senza copertura una parte consistente della popolazione. Trump resta però convinto che la sua linea economica pagherà alle urne: continua a sostenere che l’amministrazione sta correggendo le distorsioni lasciate in eredità da Joe Biden e che i risultati saranno visibili anche nella vita pratica degli elettori.

Le elezioni di midterm

Le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che storicamente mettono in difficoltà chi governa, saranno un importante banco di prova. Si rinnoveranno tutti i seggi della Camera e un terzo del Senato. Giova ricordare che dal 2006 ogni presidente in carica ha visto assottigliarsi la propria maggioranza alla Camera. È su questo precedente che i democratici costruiscono il loro rinnovato ottimismo: sentono che molti americani, anche tra chi aveva votato repubblicano, si stanno stancando dell’amministrazione Trump e sono pronti a chiedere un cambiamento.

Negli ultimi mesi hanno incassato una serie di segnali incoraggianti a livello locale e statale, dalle vittorie nelle elezioni dei governatori in Virginia e New Jersey fino al successo di Miami, dove una democratica, Eileen Higgins, ha riconquistato il municipio dopo quasi trent’anni. La rimonta democratica a livello nazionale, però, è tutt’altro che scontata. Per riconquistare la Camera – e riacquistare il potere di frenare l’agenda legislativa del presidente – il partito dovrà sfondare anche in collegi che Trump ha largamente conquistato alle presidenziali del 2024. I seggi davvero in bilico sono 39, ma 28 si trovano in distretti dove i repubblicani hanno vinto con margini superiori ai cinque punti. È in questo contesto che il presidente ha alzato il livello dello scontro, sostenendo che una sconfitta repubblicana alle midterm aprirebbe la strada a un nuovo impeachment nei suoi confronti. Un modo per compattare e mobilitare i suoi, legando l’esito delle prossime elezioni alla propria sopravvivenza politica e legale.

Durante il primo mandato la Camera a maggioranza democratica lo aveva messo sotto accusa due volte, per la gestione dei rapporti con l’Ucraina e per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, senza però riuscire a ottenere una condanna in Senato. Oggi il copione potrebbe ripetersi con l’accusa di abuso di potere nel secondo mandato. Ma qui, alla cassa sette di Trader Joe’s, l’impeachment è una preoccupazione lontana, quasi astratta. Per Claire quello che conta davvero è riuscire ad arrivare alla fine del mese, facendo entrare nel carrello l’essenziale.