Prima della ristrutturazione, una serie di imperdibili concerti con l’OSI all’Auditorio Stelio Molo
È vero che Mozart è da sempre associato all’idea di una perfezione formale degna della mitologica classicità greca (la sua ultima sinfonia meritò il nome di Jupiter), però è sicuramente curioso, insolito e quindi tanto più intrigante l’accostamento di due capolavori del salisburghese ad alcune Danze Arcaiche di Periklis Koukos e alle cinque Danze greche di Nikolaos Skalkottas con cui si apre quello che per ora è l’ultimo ciclo «Osi in Auditorio».
Se c’è un leitmotiv che accomuna i quattro programmi è proprio questo connubio di originalità e particolarità: percorsi insoliti, che non mancheranno di regalare sorprese, ora intrecciando le note di Čajkovskij e Liszt a «melodie d’amore tra la Georgia e terre lontane», ora riscoprendo un raro Weber tra Haydn e Brahms, ora ammirando la versatilità di un direttore che si esibirà anche come solista e virtuoso di due strumenti, il violino e un particolare violoncello barocco da imbracciare come un violino.
Si parte giovedì 15, con Baiba Skride, impegnata nel Concerto per violino K 216; per una cultrice del più piccolo degli strumenti ad arco, l’essere nata a Riga non può non significare un legame col grande Gidon Kremer, uno dei massimi virtuosi dell’ultimo secolo; e infatti di Skride Kremer è stato un mentore, e le ha prestato, nel 2010, il suo Stradivari «Ex Barone Feilitzsch». Una curiosità: non era la prima volta che imbracciava uno Stradivari, e non è stata neanche l’ultima. Grazie alla vittoria del concorso Regina Elisabetta di Bruxelles nel 2001, la Nippon Music Foundation le aveva messo a disposizione il «Wilhelmj», e attualmente si esibisce con lo «Yfrah Neaman» offertole dalla Beares International Violin Society. Sul podio Costantinos Carydis, ateniese che nel giugno del 2019 debuttava con i Berliner Philharmoniker dirigendo la sinfonia Praga, la stessa che propone anche a Lugano, prima di far scoprire al pubblico dell’Auditorio Stelio Molo le due serie di danze che glorificano il patrimonio culturale del suo Paese e che ama proporre nei più importanti teatri: in primavera farà riecheggiare le Danze Arcaiche alla Fenice di Venezia.
Come Skride, che si classificò seconda, anche Sergey Malov fece parlare di sé grazie al concorso Paganini di Genova; però, rispetto al collega russo, la musicista lettone si è affermata «solo» come violinista: «Ho suonato il pianoforte, mi piaceva tanto e ha un vantaggio clamoroso sul violino: anche se non sei allenata, non produci note stonate! In realtà le mie prime esibizioni davanti al pubblico sono state come cantante,» ricorda, «i miei genitori portavano me e le mie sorelle in giro, formavamo un ensemble vocale; era divertente. Sono come fotografie in bianco e nero filtrate dall’obiettivo di quel mondo che era l’Unione Sovietica: a sei anni, per un concorso un Bulgaria, dovetti viaggiare tre giorni in treno. Adesso mi sembra assurdo, allora era una cosa normale».
Malov non ha suonato il pianoforte, nessuna platea l’ha mai sentito cantare (seppure anche i suoi genitori siano musicisti), però il violino è solo un dei vari strumenti ad arco con cui ama cimentarsi: il quarantaduenne pietroburghese, assoluto protagonista del secondo appuntamento in Auditorio (il 22), ha vinto concorsi ed è stato accompagnato dalle maggior orchestre come violista, e con la OSI suonerà anche il violoncello da braccio (detto anche violoncello piccolo o da spalla), lo strumento su cui lo stesso Bach probabilmente suonava le sue suite per violoncello e, mettendosi tra gli orchestrali che eseguivano le sue partiture, eseguiva ora la parte dei violini ora quelle di viole o violoncelli (all’epoca esistevano almeno una quindicina di strumenti ad arco di diverse dimensioni, poi ridottesi alle canoniche quattro).
«Ho iniziato da piccolo col violino, e crescendo ero diventato anche piuttosto bravo» ricorda Malov «Come per tutti, uno dei punti di arrivo erano le Sonate e le Partite per violino solo di Bach. Nel frattempo, avevo anche iniziato a cimentarmi con la viola, sempre con buoni risultati. A ventitré anni, però, scoprii quasi casualmente il “violoncello da braccio”, e fu una folgorazione: il suono era più pieno, potente e profondo rispetto a quello del violino, ma permetteva un’agilità tecnica incomparabilmente maggiore rispetto al violoncello. Con questo nuovo, strano, inaudito strumento mi gettai su Sonate e Partite, che mi sembrava di vedere sotto una luce inaspettatamente nuova; e lo stesso feci approcciando le Suite per violoncello solo di Bach, che risuonavano con una voce assai lontana da quella che avevo sempre ascoltato sentendo le registrazioni dei grandi violoncellisti. Da allora ho sempre alternato questi strumenti, è come poter osservare certi capolavori da tutte le angolazioni possibili, illuminandone tutte le facce».
Col violino classico suonerà il primo Concerto di Mozart, col violoncello piccolo invece affronterà il Concerto per violino di Haydn, mentre impugnando la bacchetta guiderà la Osi in due serie di Variazioni orchestrali: quelle composte da Max Reger su un tema di Mozart e le famose Haydn Variationen di Brahms.
Il pianista Giorgi Gigashvili e la cantante Nini Nutsubidze sono attesi sette giorni (29 gennaio) dopo per una serata che titola Georgian of my mind e che antologizza melodie di Čajkovskij e Liszt arrangiate per pianoforte e orchestra e dirette da Nikoloz Rachveli, alcune canzoni di Edith Piaf, Stevie Wonder e Ray Charles, e canti popolari georgiani. Anche per Antoine Tamestit tutto iniziò col violino: «Mio padre e mia zia lo suonavano; papà mi faceva vedere i video dei grandi solisti; più che con le vorticose cascate di note, mi sbalordivano quando tenevano una nota acuta e tutto il pubblico si godeva quell’unica, interminabile nota con una partecipazione e un silenzio quasi religiosi. Come regalo dei cinque anni chiesi un violino».
Eppure, il 5 febbraio, Tamestit suonerà la viola, di cui è acclamato virtuoso, nell’Andante e Rondò ungherese di Weber, che accosterà da direttore alla seconda Serenata di Brahms e alla sinfonia La Passione di Haydn. «A dieci anni scoprii le Suite per violoncello di Bach, mi innamorai di quei brani e di quel suono profondo; provai a imparare lo strumento, ma le posizioni delle dita erano troppo diverse; il mio maestro mi spiegò che la viola poteva essere un buon compromesso: tecnicamente più simile al violino, ma con un suono più profondo e intenso. Aveva ragione».
