L’uovo di piccione e altre divagazioni

by azione azione
12 Gennaio 2026

Ci sono immagini che ritornano nelle pagine dei libri, anche a distanza di anni, stratificandosi di significati

Nel romanzo La hija única (Anagrama, 2020; La figlia unica, La Nuova frontiera, 2020) la scrittrice messicana Guadalupe Nettel indaga il rapporto delle donne con la maternità: una relazione complessa, tra chi aspira ardentemente a diventare madre, chi decide di non esserlo, e chi si ritrova in questo ruolo come in una gabbia. Già nella raccolta di racconti intelligentemente intitolata (nella versione italiana) Bestiario sentimentale (La nuova frontiera, 2018), Nettel aveva innestato nei suoi racconti un’altra prospettiva attraverso cui interpretare le relazioni umane: quella del mondo animale. Sulle copertine delle varie edizioni de La figlia unica troviamo proprio un uovo d’uccello e, addirittura, in quella francese – tra l’altro vincitrice del Premio svizzero Jan Michalski per la Letteratura 2025 – l’orientamento animale è ricaduto anche nel titolo: L’oiseau rare (Dalva, 2022). Nel caso di questo romanzo, il segno animale che irrompe nello spazio di casa di Laura, la voce narrante, è l’uovo di due piccioni. Prima sicura di voler smantellare il nido e con esso gli ospiti indesiderati, la protagonista si ritrova infine a convivere e anzi a osservare l’anomala genitorialità dei piccioni, i quali covano inconsapevolmente l’uovo di un’altra, che nella fattispecie è un cuculo, uccello noto per il suo «parassitismo di cova».

Il piccione (e l’uovo di piccione) appaiono anche ne La lingua rubata di Adania Shibli, piccolo e doloroso libro pubblicato da Casagrande (2025), contenente un saggio e una conversazione di Shibli con Maria Nadotti (avvenuta a maggio scorso a Chiassoletteraria). L’autrice palestinese racconta un aneddoto che ha ambientazione simile al romanzo netteliano. Anche in questo caso il nido dei due piccioni perturba l’ambiente domestico; anche in questo caso chi parla osserva il nidificare dalla propria scrivania, in un misto di curiosità, tenerezza e fastidio. Nella vicenda, l’immagine serve però a significare qualcos’altro, di ancora diverso e altrettanto profondo. Il breve aneddoto si conclude con la scomparsa dell’uovo, e con la tristezza, l’angoscia, il terrore dei piccioni intenti a scavare nel vaso dove era stato depositato. L’uovo non viene ritrovato: è stato rubato, con buona probabilità, da una cornacchia. Se per Nettel il comportamento dei due uccelli diventa occasione di riflettere sulle varie forme che può assumere la maternità, per Shibli si tratta di fornire un’immagine che possa simbolizzare la perdita della propria lingua, della propria terra. E il cercare di riaverla indietro, affannosamente, scavando.

Pensare che Haraway nel suo saggio probabilmente più noto (Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, 2019) si soffermi proprio sulla specie dei piccioni per discutere di possibilità di convivenza e di con-divenire tra specie umana e animale, riconoscendo ai piccioni qualità affettive e cognitive, nonché una lunga tradizione di partecipazione della specie alla vita umana, crea un cortocircuito che invita a riflettere sulla ricorrenza di simbologie che leggendo ci attraversano e che, a loro volta, attivano altri riferimenti.

Sebbene non esista – e non vi è qui intenzione di crearla – una simbologia del piccione, ci sembra che la scelta, anche oltre la volontà delle autrici, possa suggerire come proprio questo animale sia l’elemento narrativo funzionale per parlare di sé e di altro (di maternità, di colonialismo, di perdita), per invitarci a non liquidare il comportamento di animali anche a noi molto vicini (chi non ha mai sentito il tubare di un piccione sul proprio balcone, o osservato i piccioni radunarsi nelle piazze?) come qualcosa che non ci riguarda. Il piccione sta al limite del nostro mondo ed è proprio questo a rendercelo familiare ed estraneo allo stesso tempo. È tollerato e a volte amato, sfruttato e studiato (come racconta Haraway) e presente nella nostra quotidianità, forse a ricordarci, con la sua esistenza semi-selvaggia, che chi ci è simile è proprio fuori dalla nostra finestra.