Galimberti racconta il Borromini
Così si parte dal margine della Storia per salire fino alle altezze dove l’aspirazione si confonde con la creazione. Ne Le volte celesti di Dario Galimberti (Luigi Orlotti Editore), opera romanzescamente autobiografica – il cui sottotitolo la dice tutta: Vita avventurosa di Francesco Borromini narrata da sé medesimo – la voce parla di sé pur restando sospesa tra pietra e cielo, tra incessante fatica e ardore progettuale. Qui l’architettura diventa metafora di una vita che non si arrende al semplice trascorrere degli anni, ma si affida all’idea come ingrediente di eternità .
Il protagonista consumato dal proprio genio, ci porta nelle stanze della Roma barocca, nei cantieri polverosi dove lo spazio è già forma e i sogni dell’uomo si traducono in strutture che sfidano il tempo. È un viaggio che parte da Lugano, un piccolo paese sul lago, e approda tra curve che respirano e geometrie che sembrano abbracciare l’infinito, attraversando invidie, ambizioni e relazioni complesse con committenti e colleghi. Un ritratto intenso di chi ha visto sorgere e cadere le proprie utopie mentre cercava di valicare i limiti della materia, nonostante rotture, incomprensioni e solitudini. È una lettura che invita a percepire l’architettura come forma di pensiero, e linguaggio di un’interiorità che sfida l’inerzia del tempo.
