Al Museo Villa Pia di Porza e alla Galleria Allegra Ravizza di Lugano e Milano si esplora il rapportotra uomo, natura e arte
Che il legame tra arte e natura sia in continua evoluzione lo dimostrano le ricerche di molti artisti contemporanei, improntate da una parte alla riflessione sul ruolo dell’uomo nella difesa del pianeta, dall’altra alla riscoperta della bellezza del creato. In un’epoca segnata in maniera profonda dai nostri comportamenti dissennati nei confronti dell’ambiente, non emerge quindi solo il bisogno di sensibilizzare l’essere umano al rispetto dell’ecosistema, ma anche quello di riconnettersi alla natura come inesauribile fonte di meraviglia.
Proprio nel solco di un’esperienza estetica del paesaggio fondata sul recupero del suo potere evocativo e della sua immensa ricchezza espressiva si muove il lavoro di Manuela Bieri. La pratica dell’artista ticinese è volta difatti a riconquistare quel senso del «bello naturale» che, privo di sovrastrutture concettuali, è in grado di ristabilire un’intima relazione tra l’individuo e ciò che lo circonda. Pur condividendo le preoccupazioni etico-ecologiste che questo tema porta inevitabilmente con sé, Bieri fa propria una visione poetica del creato dettata da quello stupore atavico, andato perduto col tempo, capace di spronare una vicinanza autentica tra uomo e ambiente.
Nella cornice raccolta de «La Saletta» del Museo Villa Pia a Porza, le opere dell’artista intessono così con delicatezza un racconto sulla natura che rifugge ogni retorica, vivendo invece di contemplazione e di amorevole congiungimento all’afflato dell’universo.
Accostatasi al linguaggio tessile dopo un’esperienza iniziale nel campo della grafica, Bieri sviluppa la sua indagine attraverso un approccio istintivo a pochi materiali accuratamente selezionati, coniugando lirismo e abilità tecnica. A stoffe, lane, perline e gemme, spesso collezionate durante i numerosi viaggi in Paesi lontani che l’artista intraprende per lasciarsi suggestionare da culture differenti, si affiancano elementi di origine vegetale, come foglie e fiori, frammenti di natura che nelle mani di Bieri si trasformano in opere dagli effetti visivi e tattili inediti.
Tra i lavori più significativi in questo senso troviamo in mostra Erbario nero, un’installazione di grandi dimensioni in cui fiori spontanei raccolti dall’artista nei prati del Canton Ticino sono stati dapprima essiccati e poi dipinti di nero, sovvertendo così l’intento analitico nei confronti del paesaggio tipico degli erbari medievali e generando invece uno spazio di meditazione sulle straordinarie forme naturali.
Raffinata e altamente poetica è la serie delle Foglie in bozzolo, datata 2025, un’intensa riflessione di Bieri sulla transitorietà del reale: foglie ormai secche, vicine alla decomposizione, sono state avvolte con minuzia in piccoli involucri di organza, a evocare, e soprattutto celebrare, l’eterna trasformazione del creato che ogni giorno muore e rinasce sotto i nostri occhi rivelandoci la sua struggente bellezza.
Una visione della natura legata al suo costante divenire appartiene anche ai tre artisti che dialogano nella mostra collettiva ospitata nella sede di Lugano e nello spazio milanese della Galleria Allegra Ravizza. Le ricerche di Chiara Lecca, Günter Weseler ed Emil Lukas, pur sfociando in esiti molto differenti, partono difatti dalla medesima esperienza del mondo naturale come elemento profondamente radicato nella loro esistenza. Trascorrere la quotidianità in un contesto agreste, estraneo all’alienazione e agli affanni urbani, ha permesso loro di sperimentare una dimensione più autentica del vivere, governata da principi genuini e scandita da ritmi spontanei che hanno insegnato loro il valore della convivenza rispettosa tra l’essere umano e le creature vegetali e animali.
Elevando la natura a maestra di vita, con le loro opere i tre artisti stimolano riflessioni sulle futili gerarchie stabilite dall’uomo, esplorano i cicli continui dell’ecosistema tra nascita e deperimento, indagano i limiti tra ciò che è naturale e ciò che è puro artificio, spesso destabilizzando lo spettatore con un sottile gioco di ambiguità percettive.
I lavori di Chiara Lecca, artista cresciuta sugli Appennini romagnoli a stretto contatto con il paesaggio agricolo, sono emblematici proprio della volontà di disorientarci ribaltando le nostre aspettative visive e suscitando in noi reazioni sospese tra l’attrazione e l’avversione. Se a un primo sguardo le opere di Lecca ci appaiono come semplici sculture e complementi d’arredo, a una più attenta osservazione rivelano alcune stranezze che ne smascherano l’apparente aspetto tranquillizzante. Si scopre così che i fiori sono in realtà parti di animali tassidermizzati e che gli oggetti in marmo sono realizzati con un materiale di provenienza animale: simbolo del labile confine tra organico e inorganico, queste creazioni affrontano con sottile ironia le grandi tematiche dell’uomo, prima fra tutte l’idea di morte come processo ineluttabile che deve essere accettato senza drammaticità.
Anche Günter Weseler, artista nato nel 1930 ad Allenstein, in Polonia, e scomparso nel 2020, ha fatto dell’incontro tra naturale e artificiale il fondamento della propria ricerca fin da quando, a partire dalla seconda metà del Novecento, partecipava alle più importanti rassegne con i suoi enigmatici e scarmigliati Atemobjekte. Queste opere, esposte in mostra, sono oggetti in pelliccia che, grazie a un meccanismo elettromeccanico, riproducono l’atto della respirazione: la commistione tra suono e movimento li rende così organismi vivi capaci di incuriosire e inquietare l’osservatore e di sollevare quesiti sulla sfuggente e indefinibile soglia che separa l’umano dal non umano.
Tra i lavori più interessanti del terzo artista presente in rassegna, l’americano Emil Lukas, classe 1964, è la serie intitolata Larva Paintings, eseguita servendosi di piccole larve di mosche intinte nell’inchiostro e lasciate libere di muoversi sulla tela. Con il loro imprevedibile tragitto compiuto per crescere, riprodursi e infine morire, questi esseri tracciano disegni inattesi divenendo protagonisti del processo di realizzazione dell’opera d’arte. Grazie all’incontro dell’intenzionalità dell’individuo con la volubilità della natura, l’artista esprime così la forza vivificante del legame ancestrale tra le energie del creato e l’animo umano. Un legame che sa che la morte non è estinzione ma trasformazione che alimenta nuova vita.
