Einaudi pubblica «Digressione», il nuovo, caleidoscopico romanzo di Gian Marco Griffi
Sarà per deformazione professionale, sarà per una sana curiosità egocentrica, ma da qualche tempo vado sempre più spesso in cerca, nella narrativa passata e recente, di tracce della presenza letteraria della Svizzera italiana. Qualcosa, sorprendentemente, si trova, segno che non siamo poi così isolati alle pedici dell’impero. È un modo come un altro per testare la tenuta di alcuni stereotipi, sui quali magari si potrebbe anche pensare di lavorare (dico come società e come cultura).
Con «Digressione» Griffi estremizza la propria poetica nella convinzione che il centro si trovi solo ai margini
Prendiamo Gian Marco Griffi e i suoi due titoli maggiori, Ferrovie del Messico (Laurana editore, Collana Fremen, Milano) e Digressione (Einaudi, Stile Libero, Torino) usciti tra il 2022 e il 2025 ma ambientati in epoche diverse, tra il Ventennio fascista e il futuro prossimo. Senza tema di bruciare possibili sorprese – Griffi infatti non è spoilerabile, anche perché è sempre un passo avanti a qualsiasi lettore, e la trama in lui conta solo fino a un certo punto – nel primo libro il Canton Ticino entra per l’unghia del piede, a Locarno, nell’ultimissima pagina, a ricordo dell’accoglienza offerta negli anni Quaranta ai rifugiati italiani. Nel secondo invece, in un capitolo di ambientazione più recente alla Pier Vittorio Tondelli, il protagonista sconfina per andare in un bordello di Bellinzona. Qualche domanda, forse, sarebbe il caso di porsela, sui cinquant’anni che sono trascorsi nel mezzo, e su come ci vedono dall’altro lato del confine. E ci va bene che Griffi, da grande scrittore qual è, usa i guanti di velluto dell’ironia e dell’attenuazione, non è mai politico né polemico nemmeno quando mette alla berlina il persistere della cultura (?) fascista nell’Italia del dopoguerra, immaginando scenari distopici in cui il duce sia stato esiliato non a Sant’Elena, ma a Pantelleria, dove trascorre le giornate ad allevare asini.
La comparsa di questo narratore sulla scena letteraria italofona ha rappresentato, negli ultimi anni, una sorta di supernova, qualcosa di molto simile a un «finalmente» lasciato andare come uno sfogo da tutti quelli che da tempo aspettavano una nuova voce in un panorama un po’ statico, se non asfittico. Gian Marco Griffi, c’è poco da fare, è un elogio vivente della letteratura, del gusto e del piacere di scrivere storie che vanno per la loro strada, più o meno incuranti del parere del lettore. Il suo stile, mimetico e funambolesco, è un atto di forza, deferente nei confronti dell’universo mentale in cui vive lo scrittore, ma molto saldo nel prendere per mano il lettore e portarlo dove vuole lui, senza quasi chiedere il permesso.
Se Ferrovie del Messico, pubblicato da Laurana Editore in oltre 60mila copie, era il romanzo storico e picaresco di un cavaliere solitario (Cesco Magetti) e di una bibliotecaria-Dulcinea (Tilde Giordano) alla ricerca di un libro introvabile (la Historia poetica y pintoresca de los ferrocarriles en México), Digressione è invece l’onnipresenza di quello stesso libro, il suo attraversare epoche e continenti portandosi dietro l’intera storia del Novecento assieme a quella, privata, di Arturo Saragat. Che è il protagonista per modo di dire, perché il protagonista vero (la Historia poetica) non è altro che un enzima, un lievito buttato nell’impasto della vita di tutti i giorni per farla lievitare meglio e connetterla a quella di tutti gli altri.
Il passaggio di Griffi all’editore Einaudi, tutt’uno con la piccola squadra di editor che aveva favorito il sorprendente successo del primo titolo (Greta Bertella e Giulio Mozzi), coincide infatti con un’estremizzazione della sua scrittura: gli è stata data carta bianca, e lui l’ha riempita di righe fittissime fino ai margini più estremi, digressione dopo digressione, storia dopo storia, convinto che la vita vera possa cogliersi soltanto nei meandri che più si allontanano dal centro delle questioni, per poi inevitabilmente ritornarvi (perché, appunto, ne sono il «centro»). È una sorta di filosofia, prima ancora che uno stile o una postura letteraria.
Messi uno di fianco all’altro, Ferrovie del Messico e Digressione stanno in una relazione di dipendenza e di vicendevole negazione come l’Orlando furioso sta all’Innamorato, e l’Adone di Marino sta al Furioso. Sono, cioè, l’uno la postmodernizzazione dell’altro, la sua iperbolica elevazione alla seconda. Prova ne è che la storia delle Ferrovie, pur articolata e contorta, potrebbe stare tutta nell’universo immaginifico di Digressione, ma non il contrario, perché nell’ultimo romanzo-fiume ogni traccia, ogni pista narrativa ha la medesima dignità delle vicende avventurose di Cesco e Tilde, di Lito e Mec e di tutte le persone che hanno incrociato la loro strada con quella del libro misterioso che tutti cercano e tutti, prima o poi, abbandonano da qualche parte.
Da bibliotecario e bibliofilo, ammettiamo pure compulsivo, non posso che ringraziare Gian Marco Griffi per averci ricordato la centralità dell’oggetto-libro nelle nostre vite, ora che sembra venire meno per la concorrenza di testi ospitati in altre forme sui più diversi supporti. Che la vita sia una continua, sorprendente digressione e che, a una svolta improvvisa di quella strada tortuosa che mette in fila i destini di tutte le persone di ogni tempo e paese, possano darsi accensioni commoventi di umanità e pensiero, è la maggiore eredità che ci lascia con questa sua seconda opera. Poi certo, l’ho maledetto mille volte per le sue caleidoscopiche giravolte, ho saltato pagine, ho preso appunti, ho provato a stargli dietro – a volte senza riuscirci. Ma se scriverà un terzo libro, a questo punto esteso almeno quanto un universo galattico, sarò il primo dei suoi 25(mila) lettori. Poco ma sicuro.

