Le sfide che hanno segnato la Svizzera nel 2025

by azione azione
29 Dicembre 2025

Dalla questione demografica ai dazi, passando per le risorse da destinare alla lotta contro la violenza sulle donne

A, Abitanti

Quante persone devono abitare in Svizzera? Sarà questo uno dei grandi temi politici dell’anno che sta per nascere, visto che con ogni probabilità in giugno si voterà sull’iniziativa chiamata «No a una Svizzera da 10 milioni». Una proposta a firma UDC che vuole fissare questa soglia massima di abitanti e che potrebbe anche portare in futuro a disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone siglato con l’Unione europea. Un tema politicamente esplosivo, anche perché il nostro Paese in questo periodo sta discutendo del nuovo accordo voluto per stabilizzare le relazioni con l’Ue, altro tema che segnerà la vita politica elvetica nel corso del 2026.

B, Blatten

Lo scorso 28 maggio un’enorme frana di rocce e ghiaccio si è abbattuta sul piccolo villaggio di Blatten, distruggendolo quasi completamente. Le autorità vallesane avevano ordinato l’evacuazione di questa località della Lötschental (VS), una misura che ha permesso di salvare parecchie vite umane, tranne quella di un agricoltore del luogo che si trovava ancora nella regione al momento della frana. Blatten va ad aggiungersi a Brienz e a Bondo, tre casi molto recenti che ci parlano di quanto le nostre Alpi stiano diventando sempre più fragili.

D, Dazi

Questa è stato senza dubbio il tema dell’anno. Dal «Liberation Day», proclamato da Donald Trump lo scorso 2 aprile, il nostro Paese è entrato in una fase di forti turbolenze politiche e commerciali, dovute alle bizze umorali, e tariffali, del presidente USA ma anche a una strategia diplomatica elvetica che è andata più volte in affanno. E questo fino a una missione speciale organizzata da alcuni manager svizzeri che ha permesso al nostro Paese di rilanciare le trattative, con tanto di doni luccicanti portati nello Studio Ovale. Dopo aver fissato i dazi al 39%, Trump si è così detto d’accordo di scendere al 15%. A livello politico andrà ora sottoscritto un accordo commerciale. E bisognerà farlo di corsa, perché Trump lo vuole sulla sua scrivania entro il 31 marzo. Una cosa è certa: i dazi saranno un tema centrale anche nel corso del 2026, anche perché su questo accordo occorrerà poi coinvolgere il Parlamento e semmai anche il popolo.

F, F/35

L’acquisto di questi caccia militari «made in Usa» si è trasformato in questo 2025 in un rompicapo politico-finanziario. Il problema sta nel prezzo, che la Svizzera ha sempre considerato fisso ma che i fornitori ritengono invece variabile, in particolare perché c’è da tener conto dell’inflazione. All’inizio dell’estate la Svizzera si è così di colpo resa conto che per l’acquisto di 36 F/35 avrebbe dovuto sborsare oltre un miliardo in più rispetto al prezzo pattuito, pari a 6 miliardi di franchi. Un bel guaio. Alla fine dell’anno il neo-ministro della difesa Martin Pfister, eletto nel marzo scorso al posto di Viola Amherd, ha presentato la sua ricetta per far quadrare i conti: le nostre forze aeree si accontenteranno di acquistare un numero inferiore di caccia, in modo da rispettare il tetto di spesa di 6 miliardi di franchi. Il numero di velivoli esatto non è ancora stato definito, emerge però che l’ipotesi più plausibile sia quella di 30 nuovi caccia da combattimento.

G, Gaza

Il ruolo della Svizzera in relazione ai due anni di guerra israeliana a Gaza ha suscitato parecchio malumore nel nostro Paese. Ci sono state proteste di piazza ma anche prese di posizione ufficiali, una pure da parte del Governo del Canton Ticino, per esortare il Dipartimento federale degli affari esteri, e il capo della diplomazia Ignazio Cassis, ad assumere un profilo più deciso di condanna delle operazioni militari israeliane. Un dipartimento che ha tra le altre cose pubblicato alcuni comunicati stampa sul tema, esprimendo «una profonda apprensione per l’intollerabile sofferenza della popolazione civile colpita» e chiedendo «un accesso umanitario illimitato e un’immediata delle ostilità». Nessuna condanna forte e chiara però per i due anni di bombardamenti sulla Striscia. Il nostro Paese sul finire di quest’anno ha accolto una ventina di bambini palestinesi, per cure mediche urgenti.

L, Landsgemeinde 2.0

Nel corso della sessione invernale delle Camere federali è forse nato un nuovo modo di fare politica. L’oggetto del contendere era di un solo milioni di franchi, da aggiungere ai 2,5 destinati alla lotta contro la violenza sulle donne. Un primo voto negativo giunto dal Consiglio nazionale ha spinto alcune deputate del partito socialista a lanciare una campagna online, con tanto di appelli via social e con una petizione che in pochi giorni ha raccolto quasi 500mila firme. Una sorta di Landsgemeinde via social media, che si è fatta sentire sul Parlamento e che ha portato a un secondo voto, questa volta a sostegno di quel milione in più per combattere la violenza di genere. Un esempio che forse porterà a dar forma a un nuovo modo di fare politica, in contatto costante con la popolazione. Benvenuti nel mondo della democrazia digitalizzata.

M, Moutier

Non sarà un Capodanno come gli altri in questa cittadina del Giura Bernese. Eh sì, dal primo gennaio del 2026 i suoi oltre settemila abitanti cambieranno Cantone, e passeranno al Canton Giura. Un cambio di bandiera preceduto da ben due votazioni popolari, la prima nel 2017, annullata per irregolarità, la seconda nel 2021. Da notare che per portare a termine questo passaggio i cantoni di Berna e Giura hanno sottoscritto ben 32 accordi esecutivi settoriali, siglati dopo estenuanti trattative. Si chiude così quella che per decenni è stata chiamata la «Question jurasienne».

O, Osce

Dal primo gennaio del 2026 la Svizzera torna ad assumere la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Sarà Ignazio Cassis a rappresentare per la terza volta il nostro Paese alla guida dell’Osce. Prima di lui era toccato nel 1995 a Flavio Cotti e nel 2014 a Didier Burkhalter. Entrambi avevano dovuto confrontarsi con scenari di guerra, in Bosnia il primo, in Ucraina il secondo. Ora tocca di nuovo alla Svizzera, in un contesto di guerra che in Ucraina si è fatto ben più ampio rispetto a quello del 2014. E con un’Osce che molti considerano di fatto «clinicamente morta» ma che rimane la più grande organizzazione di sicurezza al mondo con i suoi 57 Stati membri, Russia compresa. E che proprio per questo rappresenta ancora una piattaforma di dialogo. Alla diplomazia elvetica saper giocare ora anche questa carta.

U, UBS

È un braccio di ferro continuo tra la più grande banca svizzera e la ministra delle finanze Karin Keller-Sutter, tra richieste di accrescere i fondi propri – qualcosa come 25 miliardi di franchi supplementari – e le minacce più o meno velate, da parte della banca, di lasciare il nostro Paese. Un tema che terrà ancora a lungo la Svizzera con il fiato sospeso.