In tutta la Svizzera e in particolare a Ginevra, le facoltà di Scienze politiche e Relazioni internazionali registrano un aumento di interesse
«Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria, e penso che un castello sulla Terra così bello non ci sta», così canta Brunori Sas ne Il costume da Torero. E così, forse, immagino, pensano i ragazzi, che nella testa hanno castelli meravigliosi, difficili poi da riprodurre o riconoscere nella realtà attuale.
In un’epoca segnata da incertezze politiche, guerre, crisi climatiche e disuguaglianze sociali, si potrebbe pensare che i giovani, delusi, si allontanino dalla politica, senza più credere in un futuro migliore. Che evadano tra le nuvole o si nascondano nel gregge. E invece, i numeri, e non le stelle, dicono il contrario. Al Global Studies Institute di Ginevra, per esempio, quest’anno le domande d’iscrizione sono aumentate del 20%. Secondo la direttrice, Céline Carrère, è un segnale che parla chiaro e racconta rinnovata attenzione e impegno. Questo non è un fenomeno isolato: in tutta la Svizzera le facoltà di scienze politiche e relazioni internazionali registrano un aumento di interesse. Li avevamo osservati e appoggiati per le battaglie per il clima qualche anno fa, oggi queste ragazze e questi ragazzi sono cresciuti, studiano, a volte scegliendo percorsi in virtù di un cambiamento globale, e non solo per la propria carriera.
Cosa li spinge a optare per un bachelor o un master in relazioni internazionali, per esempio? Paura per il futuro? Ansia per il pianeta? Voglia di riscatto? O semplicemente un desiderio concreto di agire? Per capirlo, ho parlato con la Direttrice del Global Studies Institute Céline Carrère, anche professoressa in Economia internazionale, e con due studenti di Master di un altro istituto ginevrino importante, Lou De Muynck e Luca Micheli.
I ragazzi non fuggono dal mondo attuale
«L’anno scorso cambiavo il mio piano di insegnamento ogni settimana, per adeguarmi all’attualità: nuovi orientamenti economici, decisioni politiche, conflitti in Medio Oriente e in Europa. Me lo chiedevano gli studenti la sera prima», racconta Carrère. «Quando poi un giornalista mi ha chiesto questa estate se ci fosse una diminuzione degli iscritti a causa del nuovo ordine mondiale e del disincanto verso la politica, sono stata costretta a rispondergli che tutt’altro, le domande erano in continua crescita!». Secondo la direttrice, il successo della formazione risiede soprattutto nel contesto, ma non solo: «Studiare Relazioni internazionali a Ginevra ha certo un valore. Ma va detto che si tratta anche di una formazione davvero interdisciplinare». E mi cita, per esempio, il successo del nuovo Bachelor che associa scienze computazionali (intelligenza artificiale, sistemi complessi, basi di dati) con le relazioni internazionali. Del resto leggo che il Global Studies Institute, fondato nel 2013, ha da sempre privilegiato l’interdisciplinarità, per comprendere le sfide del mondo contemporaneo nella loro globalità. «C’è veramente la voglia di capire la situazione, c’è l’entusiasmo. A volte questo deriva dall’inquietudine, dalla paura, dall’ansia. “Perché si prendono certe decisioni? Come siamo arrivati a questo punto?” si chiedono i ragazzi». In sostanza, per Carrère, i giovani non fuggono il mondo attuale ma ci entrano, cercano strumenti per comprendere, e poi intervenire.
Lou
«Mi chiamo Lou De Muynck e sono belga. Ho vissuto in Senegal, Ecuador, Israele-Palestina, Belgio e Paesi Bassi, prima di trasferirmi a Ginevra per questo Master». Lou ha fatto il Bachelor all’Universiteit Groningen in Relazioni e Diritto Internazionali, e da settembre 2025 ha iniziato il suo percorso in Droit Humains et Humanitarisme nella filiera del programma interdisciplinare MINT de l’Institut de Hautes Études et du Développement de Genève, il Graduate Institute. «L’ho scelto proprio per la sua interdisciplinarietà, e perché è a Ginevra, un ambiente internazionale e francofono». Due parole su questo Istituto, che è stato fondato nel 1927, all’epoca della Società delle Nazioni, come prima istituzione accademica interamente dedicata allo studio delle relazioni internazionali. La sua missione, in uno spirito di cooperazione e solidarietà, è promuovere l’analisi critica delle questioni internazionali e dello sviluppo attraverso l’insegnamento, la ricerca, la formazione continua e gli eventi pubblici.
Quando ha cominciato a studiare, Lou non sapeva ancora cosa avrebbe fatto: «Ero indecisa fra storia, scenografia museale e relazioni internazionali. Dopo quattro anni a Gerusalemme e i miei studi a Groningen ho deciso che volevo specializzarmi in campo umanitario. Il mio obiettivo è lavorare in questo settore, a Ginevra, a Bruxelles o sul campo. So che oggi l’umanitario non sta benissimo, mancano fondi, posti di lavoro, persino stages, ma credo che il mondo avrà sempre bisogno di operatori umanitari». Poi riflette: «Ciò che avviene ai quattro angoli del mondo mi preoccupa. A volte leggere le notizie genera ansia. Studiare quel che succede mi permette di capire i fenomeni, le opinioni diverse, le soluzioni possibili. Non credo che mi rassicuri del tutto, ma almeno ho uno strumento».
Quanto all’ambiente studentesco: «Al Graduate Institute gli studenti sono molto attivi sui temi attuali. Ci sono manifestazioni contro ciò che succede a Gaza, per esempio, e in classe non esitiamo a parlare di conflitti, politica, ambiente». Alla domanda se le generazioni precedenti abbiano commesso errori, risponde: «Sì. Però non credo siano le persone che sbagliano, ma i dirigenti che non hanno fatto abbastanza. Io credo che la nostra generazione sia più consapevole, più informata». E quando le chiedo dove si vede tra qualche anno: «Dopo il Master, spero di trovare un lavoro che mi piaccia, dove possa contribuire anche io all’avanzamento del mondo».
Luca
«Ho fatto due anni di medicina a Friborgo, durante il Covid, e ho capito che quello studio non faceva per me». Mi racconta Luca Micheli, ticinese, che come Lou oggi frequenta il Master del Graduate Institute. «Ho deciso di far coincidere lo studio universitario con i miei interessi: l’attivismo politico». Per questo Luca ha iniziato un Bachelor in Relazioni Internazionali a Ginevra: «Un campo ampio, non così specifico come legge o medicina, anche se poi mi sono specializzato comunque in diritto!». Poi il Master nell’internazionale, candidandosi al Graduate Institute. «È una scuola bella, interessante, apre diverse prospettive. Ma mi accorgo anche che è molto selettiva, competitiva. C’è una socialità molto internazionale, improntata sul networking, e la cerchia è ristretta». Fuori dall’università Luca è attivo da tempo «in diversi ambiti di autogestione. Iniziando come monitore di colonia (l’Arcagajarda dei Giullari di Gulliver), una vera scuola per me. Poi l’attivismo per il clima, la resistenza contro l’abbattimento dell’Ex Macello di Lugano, e adesso la questione degli spazi indipendenti. Con alcuni amici abbiamo aperto e gestiamo un nuovo spazio culturale indipendente (il FuoriLuga), è a questo che lavoro al di là degli studi». Aggiunge: «Sono cresciuto e cambiato rispetto a qualche anno fa, anche nel mio idealismo, che si è fatto forse più concreto». E dopo? «Forse sarò un giornalista, sperando che esista ancora la carta stampata! Ma è il mio sogno. Ci sono anche altre possibilità molto interessanti, non per forza legate al mondo diplomatico. Mi piacerebbe sfruttare questi anni di formazione per fare missioni all’estero, viaggiare, lavorare altrove per poi tornare. Quello che temo un po’ è l’ambiente performativo, molto competitivo, caratteristica delle grandi istituzioni internazionali. Sarei più felice di riuscire a fare qualcosa di pratico, concreto, in cui posso mettere tutto me stesso». Un mondo da cambiare? «Non so se spetti proprio a noi cambiare il mondo, credo che siamo una generazione demograficamente minore. Ma sì, la nostra generazione sarà coinvolta in trasformazioni molto grandi, climatiche, economiche. E io non so se lo vorrò fare da dentro una grande istituzione». Parla con i piedi per terra, Luca, che non sogna soltanto di «salvare il mondo», ma anche di rimanere dentro una comunità, un contesto attivo. Parafrasando Céline Carrère, la formazione è una cosa, poi toccherà agli studenti agire.
E tornando a Brunori Sas: «Non sarò mai abbastanza cinico, da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è. Ma non sarò neanche tanto stupido, da credere che il mondo possa crescere, se non parto da me».
