Il racconto fotografico di Sergio Luban, che esplora il movimento, la luce e la composizione attraverso l’avifauna di diverse regioni del mondo
È un libro da ascoltare con gli occhi. Da poco in libreria, Di penne, piume e schizzi nel vento, edito da Salvioni, è la terza raccolta fotografica del grigionese Sergio Luban, che questa volta ha direzionato il proprio obiettivo sull’avifauna della terra, senza badare alle frontiere. Il suono non lo si sente con le orecchie, ma lo si percepisce: un battito d’ali che fende l’aria, il fruscio delle piume sospese nel vento, il ritmo sincopato di stormi che si muovono come un’onda invisibile. La composizione del suo racconto visivo è infatti piena di ritmo, pause e crescendo emotivo che danno forma a una sorta di spartito musicale per immagini, dove gli uccelli non sono solo soggetti, ma note che si posano su un pentagramma per lo più invisibile, anche se non sempre.
A suggerire questa lettura è lo stesso autore, medico e appassionato di fotografia, già in mostra alla Triennale di Milano e già pubblicato su diverse riviste internazionali, tra le quali il «National Geographic»: «I fili delle ultime tre immagini – si legge nelle sue note al libro – delineano un pentagramma musicale su cui le rondini, sospese tra caos e armonia nella frenesia della migrazione, tracciano le note di una melodia. Ecco dunque emergere una melodia visiva che si sviluppa tra immagini e pause. Le pause, sia in ambito musicale che fotografico (serie), rivestono un ruolo fondamentale: definiscono il ritmo, la dinamica, la composizione».
Ed è così che la copertina del libro Di penne, piume e schizzi nel vento – dove un mignattaio della Camargue è in volo sul filo dell’acqua nella quale si specchia – suona dunque come un accordo sospeso, un’onda sonora che non si risolve subito, lasciando spazio alla contemplazione, quasi un preludio che prepara all’ingresso nella melodia visiva del libro. C’è un senso di attesa, come il respiro che anticipa il primo movimento orchestrale.

(Sergio Luban)
Come ogni melodia, anche questa ha bisogno di una chiave per essere interpretata. A fornircela è la prefazione di Fortunato Gatto che è accostata all’immagine di una piccola voliera posata su un davanzale: «La gabbia – scrive – come uno schema, la passione come chiave, per scardinare quella porticina e liberare la creatività »; si fa presto a parlar di metafora che qui introduce l’idea di un suono che sta per nascere. È però la prima immagine concreta della pagina successiva che sembra introdurre il lettore al pentagramma con la volata di un nugolo di uccelli. Si tratta di uno stormo ripreso in Danimarca, che pare formare una chiave di sol ammorbidita dai volatili che si sollevano come in un glissando, una scia sonora che parte bassa e sale rapidamente verso l’alto. Mentre la roccia, sulla pagina accanto, solida, è immobile come una battuta in pausa. È il silenzio prima che la melodia prenda slancio, il tempo di raccogliere il fiato prima di cantare.
Al pari di una buona composizione musicale, anche la narrazione visiva di Luban non è però lineare. Alterna momenti di leggerezza e di tensione, di accelerazione e di quiete. Le doppie pagine funzionano come accordi visivi: nelle pagine 10 e 11, per esempio, la Sterna codalunga (Islanda) vibra, freme e subito dopo si tuffa nel fiordo lasciando la scena agli schizzi, come a dar forma a un cambio di tempo musicale, un salto ritmico.
Il libro raccoglie di fatto coppie di immagini che dialogano tra loro, come se i margini delle due pagine costituissero le cosiddette stanghette di misura, a delimitare i gruppi di note.
Anche nelle pagine 36 e 37 c’è una variazione melodica: un’ulula troneggia sulla cima innevata di un abete del Canada in Québec, mentre lì di fianco si alza in volo un cupo Allocco della Lapponia, come una nota bassa e lunga. O il contrappunto invertito delle pagine 40-41. Poi ci sono accostamenti più drastici, che giocano sul contrasto tra luce e materia: nelle pagine 44 e 45, la cornacchia nera (Minusio) e il suo simile di Magadino, contro il bianco indefinito delle nubi sembrano due note opposte, una dissonanza visiva che crea un senso di inquietudine.
Quello che ha fatto Sergio Luban con questo libro non è dunque semplicemente una raccolta di immagini spettacolari, non ha dato forma a uno schedario di volatili (alcuni sono persino indefinibili, per dire), ha semmai costruito un’esperienza percettiva che va oltre la vista. Di penne, piume e schizzi nel vento, come detto, è o può essere un’opera da ascoltare, accettando l’invito a trovare il ritmo nascosto tra le fotografie, a seguire il suono del vento tra le ali, a vedere la luce come una tonalità musicale. È uno spartito che chiede di essere letto con attenzione, perché ogni fotografia è una nota e ogni pausa è parte della melodia.
Il bello è proprio questo: ogni lettore può «ascoltare» questa opera in modo diverso, proprio come accade con la musica: alcuni sentiranno talvolta un coro sussurrato di fiati, laddove altri percepiranno invece un’eco lunga e dilatata, come il suono lontano di un orizzonte aperto.
Bibliografia
Sergio Luban, Di penne, piume e schizzi nel vento, Salvioni editore, 2025 (nelle librerie principali della Svizzera Italiana).
