Il MASI a Lugano dedica una mostra alla comunità di artisti giunta a Carona alla fine degli anni Sessanta sull’onda del pensiero libero e della creatività condivisa
Quello di Carona è un villaggio intriso di memorie che ne raccontano la storia attraverso l’intreccio delle vite di coloro che vi hanno abitato. Nel silenzio dei suoi boschi, dei suoi vicoli e delle sue piccole piazze, questo paese sospeso tra le pendici del Monte San Salvatore e il Lago di Lugano ha difatti accolto fin dall’inizio del Novecento generazioni di esiliati, artisti e intellettuali in cerca di libertà, tranquillità e ispirazione.
Che vi fossero arrivati per raggiungere un approdo salvifico durante i periodi di grandi sconvolgimenti politici o per avvicinarsi a una dimensione esistenziale più appartata, tutti i personaggi che hanno sostato a Carona non hanno trovato solo un luogo accogliente immerso nella natura, ma un vero e proprio rifugio dello spirito dove coltivare sé stessi lontano dalle convenzioni sociali e dalla frenesia della città. Il piccolo borgo ticinese, dunque, oltre che un riparo temporaneo per pensatori ostracizzati (basti citare Bertolt Brecht, che qui arriva nel 1933) è stato un ambiente animato dalla condivisione di idee e di ideali, di progetti e di prospettive di vita.
Cuori pulsanti di questo vivace contesto culturale sono state alcune dimore private del villaggio, non semplici abitazioni, bensì contenitori viventi di presenze stratificate e di esperienze interconnesse, spazi aperti alla relazione e a un’inedita concezione del pensare e del fare.
Una di queste è stata Casa Pantrovà, fatta costruire dagli scrittori tedeschi Lisa Tetzner e Kurt Kläber: adagiata su un pendio soleggiato, la residenza della coppia in fuga dal regime nazista si è distinta come un luogo di silenziosa resilienza e di creatività. Altro punto di riferimento del paese è stata Casa Costanza, acquistata nel 1917 da Theo Wenger, nonno materno di Meret Oppenheim, e descritta da Hermann Hesse, assiduo frequentatore della dimora, nel libro L’ultima estate di Klingsor con il nome di Papageienhaus, per via del pappagallo disegnato sulla facciata.
Emblema di quel grande laboratorio d’inventiva che è stata Carona, può essere considerata a buon diritto Casa Aprile, edificio comprato da Meret Oppenheim insieme al fratello Burkhard Wenger e affidato poi al nipote Christoph, che per ristrutturarlo ha coinvolto amici e artisti in cambio di ospitalità.
Casa Aprile è diventata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, un’officina dell’inaspettato, uno spazio plasmato dalle relazioni che hanno preso forma al suo interno. Qui l’arte non veniva ostentata, semplicemente accadeva. Era il frutto di una pratica collaborativa che trovava la sua ragion d’essere nel desiderio condiviso di estraniarsi dal resto del mondo e di rallentare i ritmi per ripensare il gesto artistico al di fuori dei meccanismi della produttività.
Mosso dal bisogno di evasione dalla civiltà, è proprio qui che David Weiss, figura centrale del panorama artistico elvetico del secondo Novecento, approda nel 1968 grazie alla sua amicizia con Christoph Wenger. Il soggiorno a Carona è per l’artista zurighese, poco più che ventenne, un’occasione per lavorare a stretto contatto con un’esuberante comunità di colleghi che, similmente a lui, concepiscono l’esperienza in questo luogo come atto creativo e ricerca esistenziale insieme.
Per Weiss, che conosce bene il palpitare della vita urbana grazie ai suoi numerosi viaggi, l’arrivo a Casa Aprile ha il sapore di una pausa per riconnettersi alla natura e per sperimentare l’arte come gesto quotidiano e visione collegiale.
Attorno a lui si raccolgono figure di rilievo quali Esther Altorfer, Anton Bruhin, Maria Gregor, Matthyas Jenny, Urs Lüthi, Penelope Margaret Macworth-Praed, Iwan Schumacher, Peter Schweri e Willy Spiller, accomunate dal rifiuto della distinzione tra «arti alte» e «arti basse» a favore di un’idea di espressione creativa scevra da qualunque sovrastruttura.
L’intensità e il fervore di questa comunità anticonvenzionale, che ha trovato a Carona un terreno fertile per vivere l’arte all’insegna dell’emancipazione, sono ben restituite nella mostra allestita al Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano. La rassegna ripercorre per la prima volta la storia di Weiss e compagni, mettendo in evidenza le peculiarità di questo luogo collettivo in costante trasformazione. Il materiale radunato è composto da disegni, taccuini, fotografie, libri, lettere e registrazioni sonore degli artisti ospiti della dimora, a ricostruire quel piccolo ma denso universo governato dall’ironia e dalla forza dell’unione.
Dopo un’introduzione storica sul contesto culturale di Carona e un affondo sulla figura di Meret Oppenheim quale anello di congiunzione tra il villaggio e il gruppo di artisti che vi si è insediato, la mostra si concentra sulle sperimentazioni di David Weiss per ampliare poi lo sguardo sul lavoro dell’intera cerchia riunitasi attorno a Casa Aprile.
Ciò che emerge dalle opere di Weiss esposte in rassegna è come negli anni trascorsi a Carona, nella decade che va dal 1968 al 1978, l’artista abbia posto le basi di tutta la sua produzione successiva, anticipando lo spirito dissacrante e la narrazione frammentaria che avrebbero caratterizzato la sua attività in coppia con Peter Fischli. Proprio nel piccolo borgo ticinese, infatti, Weiss ha sviluppato una pratica artistica fondata su un approccio ironico e poetico che fa dell’imprevedibilità e dell’umorismo surreale i suoi punti di forza.
Per Weiss, così come per gran parte dei membri dell’entourage di Casa Aprile, in questo periodo il disegno è diventato il medium per eccellenza. Vuoi perché era più in sintonia con il loro modo di concepire l’arte come qualcosa di immediato, intimo, autentico e democratico; vuoi perché, per ragioni pratiche, era la via più facilmente percorribile, visto che gli ambienti condivisi dell’abitazione non permettevano certo agli artisti di lavorare come in un atelier.

David Weiss, L’universo di Micky, 1974 (Court. Galerie Oskar Weiss and The Estate of David Weiss)
Nei disegni di Weiss, figure in perenne trasformazione e sagome fluide che dissolvono i loro confini le une nelle altre generano narrazioni visive senza un inizio e senza una fine. Costruito spesso attraverso l’uso di sequenze che ricordano gli script cinematografici, il linguaggio dell’artista prende forma con l’inchiostro nero e blu su taccuini, quaderni e semplici fogli di carta, creando immagini governate dalla metamorfosi e pervase da una grande energia. Esemplificativi, in mostra, sono i disegni per il celebre libro d’artista up and down town, noto anche come «Regenbüchlein» (Libretto della pioggia): uno scorrere ininterrotto di scene disegnante con un segno vibrante in cui lo scroscio continuo dell’acqua si fa metafora della nostra vana ricerca della felicità.
Anche nelle opere degli altri ospiti di Casa Aprile si mescolano gioco e serietà, suggestioni urbane e idilli naturali, enfasi collettiva e meditazioni personali. In rassegna ci sono le fotografie di Urs Lüthi, capaci di raccontare con maestria la quotidianità nel borgo ticinese. Con lui Weiss ha dato vita nel 1974 al progetto Lazy Days, serie di fermi immagine il cui tema è l’ozio, il dichiarato «far niente» come opposizione alle regole della società. Ci sono poi gli scatti intimi e sospesi di Willy Spiller che immortalano la bellezza del paesaggio di Carona e una registrazione dei suoni del paese realizzata da Anton Bruhin, artista zurighese che con Weiss spartisce umorismo e attitudine visionaria.
I disegni di Peter Schweri, di Penelope Margaret Mackworth-Praed e di Maria Gregor, così come le fotografie di Iwan Schumacher (suo è l’evocativo ritratto di Weiss che richiama il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich), le vivaci opere di Esther Altorfer e alcuni numeri della rivista «Nachtmaschine» (Macchina notturna) di Matthyas Jenny restituiscono appieno il clima di grande complicità di quella minuscola porzione di Svizzera che per molti è stata un santuario di ispirazione e di libertà.
Dove e quando
David Weiss. Il sogno di Casa Aprile. Carona 1968-1978.
Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano – sede LAC.
Fino al 1° febbraio 2026.
Orari: ma-me-ve 11-18; gio 11-20; sa-do e festivi 10-18.
www.masilugano.ch
