Nei Microgrammi di Robert Walser la scrittura procede per diramazioni, ambiguità e scelte lasciate al lettore
Sono rari gli scrittori nei quali, leggendoli, si riconoscono quasi all’istante una voce inconfondibile e un’intonazione originale. A questi pochi eletti appartiene di diritto Robert Walser. Ma il candore, tratto distintivo che viene unanimemente attribuito allo scrittore di Bienne, è in lui caratteristica immune da ogni maniera o infingimento. A tale qualità si assomma in ogni suo testo una rabdomantica ed esasperata sensibilità per la natura, per il paesaggio (in particolare quello invernale) e persino per gli oggetti più umili che gli capitava di incrociare nelle sue quotidiane e solitarie passeggiate.
Una scrittura ricca di divagazioni e diramazioni, dove ciò che apparentemente è secondario viene portato in primo piano e il cui fascino sta proprio nella sua irriducibile inafferrabilità. Scrittore, saggista, poeta (la sua unica raccolta di versi pubblicata in vita è stata tradotta in italiano da Antonio Rossi per Casagrande), Walser ha consumato la propria esistenza tra lavori precari, traslochi e un lunghissimo ricovero in una clinica psichiatrica, dove infine ha trovato la morte nel 1956 – quasi un segno del destino – durante una passeggiata nei dintorni innevati della casa di cura.
Tra le due guerre mondiali ha vissuto la sua stagione più feconda, poiché oltre alle prose in volume è riuscito a pubblicare molti pezzi (che definire giornalistici sarebbe semplicistico) in varie testate sia svizzere sia tedesche, e in misura considerevole pure in due quotidiani praghesi in lingua tedesca a cui collaboravano firme prestigiose tra le quali Franz Kafka, Robert Musil, Stefan Zweig, Roman Jakobson, Alfred Polgar, Max Brod, Joseph Roth e Sandor Marai.
Accanto allo splendore della sua prosa, dopo la sua morte è emerso un rompicapo filologico e grafologico che sembrava irresolubile: 526 tra frammenti e testi compiuti, vergati a matita con grafia lillipuziana (da cui il termine microgrammi) e a lungo ritenuti indecifrabili. Ad aumentare la precarietà di questi reperti è il fatto che i supporti sono quanto di più effimero ci sia: ricevute di pagamento, margini di giornali, fascette di libri, pezzi di moduli, pagine di calendario. È insomma solo grazie alla perizia e al lunghissimo lavoro di un team di specialisti che tra il 1985 e il 2000 sono usciti per Suhrkamp sei volumi di trascrizioni, ora proposti antologicamente da Adelphi.
In questi microgrammi c’è di tutto: satire, articoli di viaggio, recensioni, epistole, parodie, versi, dramoletti e scene teatrali, mentre i testi sono immersi in un’aria ora fiabesca, ora grottesca o fantastica. Alcuni sembrerebbero addirittura accostabili all’écriture automatique dei surrealisti. L’edizione italiana è concepita in modo da poter confrontare le trascrizioni con le riproduzioni fotografiche in scala originale degli autografi. E bisogna ammettere che il fascino che ne promana è considerevole. Non mancano tuttavia i passi in cui l’acume filologico degli studiosi, nonostante il mastodontico e sfiancante lavoro di decifrazione, deve arrendersi di fronte all’impenetrabilità; altri in cui permane incertezza tra letture alternative: una novella sarà di genere «alimentare» (nahrhafter) o «realistico» (wahrhafter)? E in un altro brano si dovrà intendere «rifulgi» (strahlst) o «punisti» (straftest)?
Ognuna delle interpretazioni risulta plausibile e suggestiva. È come se Walser lasciasse a noi la scelta di imboccare l’uno o l’altro sentiero, entrambi meritevoli di una bella passeggiata.
Bibliografia
Robert Walser, Microgrammi, Adelphi 2025
