Miserere, più recente fatica di Cristina Castrillo, è il manifesto di una poetica legata alla sofferenza
Il teatro di Cristina Castrillo è un insieme di immagini, un coacervo di pensieri intrisi di memoria, una traccia di figure e emozioni accuratamente ricostruite attraverso storia e ricordi.
La sua regia e la creazione dei suoi spettacoli con la compagnia del Teatro delle Radici sono il frutto di un lungo processo di elaborazioni, scontri e incontri di personalità, di gioie e dolori che solo la poesia riesce a condensare nelle parole.
È una poetica che non riguarda solamente i suoi spettacoli, ma che esce dai confini del palcoscenico per irrompere nella scrittura e comunicare attraverso immagini. O meglio, attraverso quelle che lei stessa definisce «figure», che altro non sono che i suoi attori che trasmettono al pubblico pensieri conservati nella memoria più intima e rielaborati per ottenere un crocevia narrativo.
È questa la cifra di una drammaturgia che accompagna la Castrillo da sempre. Un denso rito di passaggio, un percorso teatrale intenso e faticoso accompagnato da straordinari incontri e fantastiche esperienze umane e professionali che hanno posto le basi per quella fuga dalla dittatura argentina che l’ha portata a scegliere Lugano come residenza artistica e di vita e dove nel 1980 ha fondato il Teatro delle Radici.
Miserere, ultima fatica della regista, è un esemplare manifesto di una poetica strettamente legata alla sofferenza e che va a comporre un trittico con altri due precedenti lavori, Transumanze e Fessure, dedicati alla condizione umana. Dopo aver debuttato al Foce con successo a inizio dicembre, Miserere torna in scena nella sala storica luganese del Teatro delle Radici di Viale Cassarate.
Il «Miserere», l’antico salmo penitenziale, supplica per ottenere il perdono invocando la misericordia divina, nella visione concettuale di Cristina incontra idealmente i versi di Wislawa Szymbroska, Nobel per la poesia (1996): «una poesia che, con ironia e sagacia, svela frammenti di realtà umana».
È quella che Cristina Castrillo ha scelto per punteggiare il suo spettacolo, frammenti di una poesia che illumina, fa riflettere e emozionare.
Come leggendo fra le righe di Sotto una piccola stella, dove la richiesta del perdono è per ogni cosa e per tutti noi: «Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa. / Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito. /(…) Perdonatemi, speranza braccata se a volte rido. / Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua. / Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque. / Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna».
La spinta di questo Miserere del Teatro delle Radici è una risposta a una devastazione travestita da normalità, quella che ci viene raccontata ogni giorno e che urla per la disperazione, per quel profondo e contagioso disagio che nasce da una sensazione molto forte.
«Io ho vissuto tutte queste morti, tutte queste impunità in una maniera feroce – racconta Cristina – ma anche nei miei attori tutto ciò era molto presente. Miserere è nato da quella sensazione. E la parola “miserere” è apparsa quasi subito. Una parola che mi emoziona perché è antica e che non è legata solo al concetto religioso. Esisteva anche prima come concetto di misericordia, del chiedere scusa, del chiedere perdono. È la possibilità di vedere questo disagio di cui anche noi siamo in qualche modo responsabili».
Ma se il concetto di Miserere racchiude il senso di una richiesta di perdono, la struttura dello spettacolo è tutt’altro che un segnale remissivo. In realtà si manifesta con un intreccio che non è il racconto di una storia cronologica, ma è una sequenza di immagini con un inizio e una fine, con una coerenza che accompagna lo spettatore lungo un viaggio fatto di segni poetici.
Simboli e soprattutto «figure», «nitide in ciò che dicono e in ciò che fanno», che il teatro della Castrillo non identifica con dei «personaggi» ma che costruisce con elementi di memoria, con istantanee di vita e di ricordi raccontati con una metrica precisa, poeticamente accurata, alternati a riferimenti con altri spettacoli e dove l’uso del video non è un riempitivo, ma assume un ruolo incisivo grazie a un montaggio efficace che fa da contraltare ai segni, alle parole, alle figure che si sviluppano sulla scena.
È un «teatro povero» frutto di una lunga e complessa ricerca collettiva dove la zampata decisiva è nello stile compositivo, nell’efficacia dei frammenti.
Il tutto assume una forma compiuta grazie a quel filo rosso ereditato da esperienze maturate in precedenza, tracce di un percorso seguito e sviluppato negli ultimi anni con un meccanismo creativo dalla matrice collettiva con gli attori del Teatro delle Radici, una famiglia solida e di riferimento da anni. Con Giovanna Banfi Sabbadini, Bruna Gusberti, Ornella Maspoli, Massimo Palo, Carlo Verre e Irene Zucchinelli. Il video è curato da Felix Bachmann Quadros.
Dove e quando
Le repliche di Miserere saranno in scena al Teatro delle Radici sabato 10 gennaio (19.00), domenica 11 (18.00), sabato 17 (19.00) e domenica 18 (18.00).
