Una Bovary in minigonna e stivaletti

by azione azione
22 Dicembre 2025

L’irriducibile desiderio torna nella rilettura della Madame flaubertiana con la regia di Cordella

In scena regna il bianco, inizialmente. Un bianco che però non va confuso con la purezza e anzi ha la precipua funzione di annacquare tutti i sapori, i colori e le sfumature della vita sognata – quella che si legge nei libri e si vede nei film, quella promessa sempre disattesa o attesa solo parzialmente e provvisoriamente; il bianco sporco, giallognolo, addirittura nauseante, che prima ancora che l’attrice e l’attore si muovano e agiscano dipinge la pochezza del più vieto orizzonte borghese e normalizzato.

Colpiscono anche i colori e le scelte scenografiche nell’intenso, sfumato, ricco di dettagli Bovary di Stefano Cordella, che firma la regia di una rilettura del classico flaubertiano scritto con intelligenza da Elena Patacchini – in scena lo scorso giovedì sera al Foce la nostrana Anahì Traversi insieme a Pietro De Pascalis, nei panni rispettivamente di una moderna Emma in minigonna bianca e stivaletti rossi e di uno scontato Charles, il medico di provincia che non può rispondere al desiderio cangiante e pretenzioso della moglie.

La traiettoria del personaggio è intimamente connessa a quella della protagonista del romanzo di Flaubert, un’eroina del desiderio con una capacità centripeta dipinta perfettamente anche da Vargas Llosa, che nel suo interessante saggio Flaubert e l’orgia perpetua spende queste parole, ancora calzanti: «Come Don Chisciotte o Amleto, (madame Bovary) riassume nella sua tormentata personalità e nella sua mediocre vicenda un certo atteggiamento vitale permanente da cui sono scaturiti tutte le imprese e i cataclismi dell’uomo: la capacità di generare illusioni e il folle desiderio di realizzarle».

Il desiderio è in effetti al centro dello spettacolo, che però parte girando la carta e scoprendone il volto opposto: la sua disillusione. Goffi appaiono i tentativi di Charles di vivere una vita felice agli occhi di Emma, che ironizza sui puntelli su cui lui stesso si issa per rassicurare il suo piccolo e limitato universo: la pizzata con gli amici («Perché pizzata? – si chiede Emma – è una cena»), le barzellette un po’ trite raccontate a tavola, le serate a suon di film e pigiama, la voglia di casa: tutto contribuisce a creare quella che Adorno definisce «intimità alienante», alla lunga rea di spegnere la passione.

Nello spettacolo questo orizzonte domestico rassicurante e al contempo soffocante è segnalato dalle luci che si abbassano, che racchiudono e ammorbidiscono (chi scrive crede di essersi innamorata del teatro per il giuoco di luci e ombre). Al centro della scena c’è lei, Emma, che pesta i piedi per terra, che non si accontenta di nessun surrogato e che continua testardamente a credere che vita e desiderio non possano non coincidere.

Interpretata da una multisfaccettata Anahì Traversi, che in questo spettacolo mostra di aver raggiunto una maturità interpretativa altissima e che si fonde totalmente con il personaggio, la donna attraversa le fasi che la portano dalla noia (moraviana) per la vita riservatele e dall’insoddisfazione per non riuscire nella scrittura al tradimento e quindi alla depressione per essere stata lasciata dall’amante e alla morte, segnalata dal cambio d’abito, il vestito nero. È la filosofia del tutto o niente cui però la protagonista non sa e non può sottrarsi. E se Charles le grida alla fine che sa di essere mediocre ai suoi occhi ma pensa in realtà di essere solo un uomo normale, Emma non rivelerà mai il segreto del suo profondo istinto di vita che si trasforma in male di vivere. Diciamolo noi, con Lars von Trier: «Forse l’unica differenza fra me e gli altri, è che io ho sempre preteso di più dal tramonto».