Il più brutto piace

by azione azione
22 Dicembre 2025

Mondoanimale: al blobfish è stato assegnato un premio che rivaluta anche le specie esteticamente «particolari»

Quando pensiamo a un pesce, la nostra mente corre a creature dai colori vivaci e forme eleganti: il pesce pagliaccio, con le sue strisce arancioni, o il pesce mandarino, con i suoi riflessi psichedelici. Ci piacciono i pesci belli, simmetrici, levigati, decorativi. Ma quando la natura ci mostra un animale fuori dagli schemi, come un pesce molle e dall’aria triste, tendiamo a giudicarlo brutto e a ignorarlo. È ciò che è accaduto al blobfish, a lungo noto come il «pesce più brutto del mondo», che nel 2025 ha avuto la sua rivincita in Nuova Zelanda, venendo eletto Pesce dell’anno. Una vittoria che la dice lunga su come noi giudichiamo gli animali, e su come, a volte, proprio la bruttezza possa diventare un’alleata inaspettata della conservazione. Sta di fatto che, secondo le neuroscienze, la percezione estetica umana è influenzata dall’illusione della bellezza e modellata da simmetria, colori vivaci e armonia: tutte caratteristiche che il nostro cervello associa a salute, familiarità e attrattiva. E questo è l’atteggiamento che abbiamo anche con gli animali. Così, tra le profondità marine e gli acquari domestici, tendiamo a preferire pesci che rispecchiano quest’idea di bello. Al contrario, pesci come l’anglerfish (con i suoi denti aguzzi e la luce sulla fronte) o il wolffish atlantico (con le sue potenti mascelle) ci appaiono come piccoli mostri. Eppure, la natura ha fatto sì che questi tratti siano adattamenti perfetti al loro ambiente, e l’orrore, in fondo, è solo negli occhi di chi guarda.

Tornando al pesce neozelandese dell’anno, il blobfish (Psychrolutes marcidus) vive al largo di Australia e Tasmania, tra i 600 e i 1200 metri di profondità: un mondo inaccessibile, dove la pressione è fino a 120 volte quella della superficie. In quell’ambiente estremo, il suo corpo molle, privo di muscolatura sviluppata e senza vescica natatoria (una sacca piena di gas che permette ai pesci di controllare la profondità a cui galleggiano) rappresenta un miracolo evolutivo. È quindi da sopra il fondale che esso attende il passaggio delle prede e, in questo modo adattativo, non ha bisogno di nuotare né di inseguire. Tuttavia, quando risale in superficie durante ricerche scientifiche o per la pesca a strascico, il blobfish mostra tutta la sua bruttezza perché il corpo, privo di una solida struttura ossea, si deforma per la brusca decompressione. Il risultato è un aspetto molle e cadente, dai tratti quasi umani, che negli ultimi anni ha ispirato meme e contenuti virali in rete. Per questo, nel 2013 fu eletto «animale più brutto del mondo» dall’Ugly Animal Preservation Society, un’iniziativa nata per attirare attenzione sulle specie dimenticate perché poco fotogeniche.

Quella stessa fotografia, però, nel 2025 ha finito col renderlo famoso restituendogli una sorta di rivincita dovuta proprio alla sua stranezza. È successo in Nuova Zelanda, dove la Mountains to Sea Conservation Trust ha lanciato il concorso Fish of the Year per far conoscere le specie marine locali, e su oltre 5500 voti, ha vinto a sorpresa proprio lui, con più di 1200 preferenze. Un successo inaspettato, certo, ma non casuale, perché dietro quella scelta apparentemente ironica si cela un messaggio più profondo: ogni specie merita attenzione, anche (e forse soprattutto) quelle che non rispecchiano i nostri standard estetici.

Per quanto informe, il blobfish è diventato il volto di un’intera categoria di animali minacciati, invisibili ai più perché privi di fascino. Chiederci perché l’aspetto di un pesce ci importa tanto è scomodo ma necessario: proteggiamo tigri, panda o delfini, ma ignoriamo specie meno fotogeniche. È un dato di fatto che l’attrattiva estetica visiva influenza non solo il nostro interesse, ma anche le politiche di conservazione, i finanziamenti, le priorità scientifiche. Eppure, creature come il blobfish o l’orange roughy (altra specie vulnerabile degli abissi) sono essenziali per gli ecosistemi profondi, oggi minacciati da attività come la pesca a strascico. Ironia della sorte, proprio l’immagine «brutta» del blobfish ha acceso i riflettori su queste problematiche. In fondo, ha ottenuto qualcosa che la bellezza riesce raramente a fare: farci riflettere. Infatti, il caso del blobfish mostra che sensibilizzare il pubblico può passare anche da vie inattese; allora, bruttezza e conservazione si intrecciano in un’alleanza tanto sorprendente quanto possibile. Questa attenzione può tradursi in azioni concrete come educazione ambientale, ricerca e regolamentazione della pesca. Infine, il blobfish ci ricorda che la bellezza naturale non segue i canoni umani: ogni organismo è frutto di evoluzione e adattamenti. Giudicarlo solo dall’aspetto significa perdere la sua vera storia. Se un giorno il pesce più brutto può diventare il pesce dell’anno, forse possiamo imparare anche noi a guardare il mondo con occhi meno giudicanti, più curiosi e decisamente più aperti.