Un mucchio di bugie sotto l’albero?

by azione azione
22 Dicembre 2025

È giusto far credere ai più piccoli che i regali vengono portati da Gesù Bambino o da Babbo Natale? Un dibattito che si accende ogni anno senza ottenere mai una risposta definitiva

Come ogni anno, sotto le feste, riaffiora lo scomodo quesito sulla legittimità di mentire sistematicamente ai bambini riguardo al mondo magico del Natale. Sul fatto, cioè, che i regali non li porta un anziano grasso e barbuto vestito di rosso che si infila nel camino partendo dalla Lapponia su una slitta trainata dalle renne; né un dolce neonato venuto al mondo al freddo e al gelo oltre duemila anni fa a Betlemme; né una signora dal naso adunco che ha scelto come mezzo di locomozione una scopa che sfreccia nei cieli stellati e lascia dolcetti dentro le calze.

Si può mentire ai bambini su queste cose, quando spendiamo gran parte della nostra fatica educativa per insegnare loro che mentire è sbagliato? E come giustifica queste bugie il cristianesimo, religione di riferimento delle narrazioni natalizie? Non è un paradosso che a veicolarle sia proprio un credo che, nel decalogo, enuncia la necessità morale assoluta di «non pronunciare falsa testimonianza» (ottavo comandamento)?

Non mi risultano pronunciamenti ufficiali della Chiesa cattolica in merito: credo non ce ne siano. Ma conosco abbastanza il contesto – essendoci cresciuto dentro – per ritenere che i racconti razionalmente infondati riguardo il Natale non vengano percepiti come bugie, bensì come fiabe tollerate e persino incoraggiate nell’ambito di un percorso di crescita che parte da un mondo incantato a misura di bambino, fatto di bellezza e semplicità, e che negli anni conduce a una consapevolezza matura del senso profondo dell’evento. Un senso che Papa Francesco sintetizzava più o meno così: «Il Natale è un momento per educare i bambini alla generosità e alla condivisione, valori cristiani fondamentali. È importante che i genitori trasmettano il significato spirituale del Natale, evitando che la festa si riduca a un evento puramente commerciale o consumistico». Un significato che resta vero al di là dell’iconografia zuccherata, degli angioletti che svolazzano in cielo e del divino infante che porta – anzi, non porta – doni ai bambini buoni.

Questione di fiducia
Anche l’autorevole «Le Monde» ha interpellato, nelle scorse settimane, educatori, filosofi e psicologi per trovare il bandolo di questa matassa etica delle menzogne rifilate ai minori nel periodo attorno al 25 dicembre. Gli psicologi anglosassoni Christopher Boyle e Kathy McKay, che hanno studiato a fondo la questione, ritengono – spiega il quotidiano transalpino – che «mentire ai bambini, anche a proposito di qualcosa di divertente e futile, può diminuire la fiducia nei confronti dei genitori ed esporli a una profonda delusione quando scopriranno finalmente che la magia non è reale».

Ma, a quanto pare, la maggior parte degli studiosi non condivide il loro parere. Sempre su «Le Monde», lo psicopedagogista canadese Serge Larivée sostiene che mentire ai bambini sul Natale «è cosa molto buona per il loro sviluppo (…) è una tappa, un primo passaggio verso l’età adulta». Inoltre, «sono pochissimi i bimbi che si irritano con i loro genitori quando scoprono come stanno davvero le cose». Mentre il filosofo Tom Whyman afferma che «senza il mito di Babbo Natale, cosa sarebbe il Natale per un bambino? Una semplice data arbitraria in cui sarebbe autorizzato a giocare con dei regali che i genitori gli avrebbero forse comprati. Che interesse ci sarebbe?». Inoltre, «se vogliamo crescere cittadini dotati di una sana diffidenza verso coloro che detengono il potere, il mito di Babbo Natale è uno dei meccanismi attraverso i quali questo obiettivo può essere raggiunto».

A fin di bene?
Tesi interessante e un po’ problematica. Se ben capisco, significa più o meno che ogni tanto le persone in cui i bimbi ripongono maggiore fiducia devono mentire loro se vogliono farli crescere con il necessario senso critico e spirito libero nei confronti dell’autorità, affinché un giorno non dicano: «Sì, ho commesso un’atrocità, ma in fondo ho solo ubbidito ai miei capi». Che siano queste le famose «bugie a fin di bene»?

In realtà, al di là delle disquisizioni religiose, filosofiche o didattiche, da sempre i bambini sembrano convivere senza troppi traumi con la situazione. E anche quelli convinti dell’esistenza di Babbo Natale o del fatto che a portare i regali sia Gesù Bambino, prima o poi si imbattono in un compagno più scafato che dice loro, senza troppi complimenti, che quella cosa non è vera, che è solo un’invenzione degli adulti. E così, forse, pongono fine all’età dell’innocenza.

Con delusione, forse, o con qualche inconfessabile timore materiale. Una collega mi spiega, per esempio, che quando suo figlio ha scoperto la verità, dapprima ne ha preso atto, poi ha fatto finta di crederci ancora per paura che, rivelando ai genitori la sua scoperta, non avrebbe più ricevuto i regali. Altro che crescita spirituale.

Probabilmente non verremo mai a capo della scelta giusta e definitiva da fare sulle innocenti o colpevoli bugie di Natale. Ma questa è una diatriba che sul piano prettamente personale mi fa pensare al Gheghe, un amico che incarna, a modo suo, la magia del Natale. Perciò, esco dal registro analitico e vi racconto la sua storia.

La storia del Gheghe
Anni fa, sempre sotto le feste, gli avevo già dedicato qualche riga per spiegare la sua singolarissima natura. Provo a riassumere il personaggio: il Gheghe è uno di quelli che il mestieraccio ce l’hanno nel sangue. Cronista di razza, nelle varie testate in cui ha scritto (oggi è in pensione) era l’indiscusso punto di riferimento per la cronaca nera e giudiziaria. Nella sua vita balzava di continuo da una scena del crimine all’altra, da un tragico incidente stradale a un sequestro, fino a un attentato terroristico. Teneva sempre in tasca una microscopica agenda nera e consunta dall’uso, piena di numeri da chiamare (avvocati, poliziotti, informatori), pronta per ogni emergenza. Ricordo la luce della lampadina sulla scrivania che illuminava le lunghe serate in redazione, in attesa delle bozze degli articoli che si portava a casa a notte fonda.

Perché parlo del Gheghe? Per un altro lato della sua personalità, che si scopriva scendendo le scale della casa dove ha abitato fino a poco tempo fa (oggi ha traslocato e non ho ancora visto quella nuova). In fondo agli scalini, giunti in cantina, c’era un presepe gigantesco che non conosceva stagioni: non lo smontava mai, nemmeno quando fuori si soffocava per l’afa e il termometro segnava 35 gradi.

Era un cantiere perennemente aperto, frutto di anni di lavoro e indefessa passione, il suo Duomo di Milano in continua costruzione. Pastori di gesso, pecorelle di legno, capanne e ponti intrecciati a mano, uno sfondo dipinto da un artista locale e un’invisibile rete di cavi che illuminava il tutto, lunga decine di metri. Ogni anno trovavi qualcosa di nuovo: lo zampognaro o l’ometto delle castagne appena arrivato, un pozzo in mattonelle d’argilla larghe un centimetro, una collinetta di polistirolo sprayata di verde-marrone. Ogni mercoledì radunava un gruppo selezionato di amici e parenti, quasi una setta segreta, che lo aiutava a perfezionare la macchina complessa del suo spettacolare presepe. «Alcune statuine le ho comprate da un collezionista del Luganese, uno che ha pezzi antichi di ogni tipo», mi raccontava con orgoglio. E sì, ammetteva qualche scelta discutibile, come le casette valdostane in mezzo al brullo paesaggio palestinese, ma per lui andava bene così.

Il cervello nel crimine, il cuore nel Natale
Mentre gli altri ad agosto si rilassavano al mare, lui partiva per la Baviera, destinazione Oberammergau, il paese degli intagliatori di legno. Ne tornava con nuove statuine e decorazioni, alimentando la sua collezione. Così, la sua casa era piena di oggetti che rimandavano al Natale: armadi con ripiani di cristallo affollati di statuine, bocce artistiche, antichi calendari dell’Avvento, animazioni col carillon e pattinatrici, presepi in miniatura sparsi ovunque. «I miei familiari dicono che esagero, ma per me è tutto in equilibrio». Vive così da sempre, il Gheghe: il cervello nel crimine e il cuore nel Natale.

L’altro giorno gli ho telefonato per gli auguri di rito e per sentire come stava.

«Bene, ometto» (mi ha sempre chiamato «ometto», e lo fa anche ora che sono cresciutello), «ma la scorsa settimana mi è successa una cosa pazzesca».

«Che cosa, Gheghe?»

«Devi sapere che da un mese chiedo al mio nipotino di sette anni se ha scritto la letterina a Gesù Bambino per chiedere i regali di Natale».

«E allora?»

«Allora, mia figlia (sua madre, ndr) mi ha spiegato che a scuola i maestri gli hanno raccontato, con le dovute maniere, che Babbo Natale non esiste e che, per quanto riguarda la versione tradizionale e religiosa della faccenda, non è Gesù Bambino a portare i regali, ma i genitori o qualcuno che gli vuole bene. Poi è tornato a casa e ha raccontato tutto ai genitori».

«Capisco, uno shock!»

«Non so, ma non era questo che volevo dirti».

«Che cosa volevi dirmi, Gheghe?»

«Volevo dirti che alla fine il bambino, molto agitato, ha sgranato gli occhi e ha chiesto ai suoi genitori: “Ma il nonno lo sa?”».

Qui sono scoppiato a ridere.

«E loro cosa gli hanno risposto?», ho rilanciato. «No, il nonno non lo sa. Mi raccomando, non farglielo scoprire».

Sono certo che il Gheghe non farà nessuna fatica a «far finta» che il Natale sia il mondo incantato in cui si rifugia come in una calda tana, dopo gli indefessi turni da cronista di nera. Anche gli adulti hanno bisogno della loro splendida favola dorata. Grazie ai bambini, almeno una volta all’anno, gli è concesso di viverla.